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La cooperazione migrante

Il mondo cooperativo: un canale importante per l’inserimento lavorativo e l’integrazione sociale degli stranieri. Il caso della FAI.

Roberto Valussi

Non è facile orientarsi nel turbine del discorso sulle migrazioni. Un primo punto di riferimento lo si può trovare nel rifiuto di sbrigativi sì o no all’immigrazione, per chiedersi invece: come? In che modo prendere atto di un fenomeno globale e inarrestabile? Piaccia o meno, questo è il modo più sensato di affrontare la questione; ed è anche il modo in cui l’hanno affrontata i numerosi relatori dell’incontro dedicato al caso FAI (Famiglia Anziani Infanzia), lo scorso 21 giugno a Trento, quando nella sala dedicata a don Guetti si sono alternati al microfono il presidente di Consolida, Michele Odorizzi, Franco Panizza (assessore all’Artigianato e alla Cooperazione), Marta Dalmaso (Politiche Sociali), il presidente della Commissione Politiche Sociali del Comune di Trento, Andrea Robol, e molti altri.

Oggetto della discussione: la FAI, per l’appunto, una cooperativa sociale, che eroga servizi di cura a domicilio, in primis l’assistenza domiciliare, vale a dire il "badantato". Come si intuisce dal tipo di prestazioni erogate, la peculiarità della FAI al centro dell’incontro è stato il suo carattere multietnico. Infatti, il 27% delle 110 socie (quasi tutte donne) sono straniere. La ricerca (intitolata "Il caso FAI: sfide e risorse di una cooperativa multietnica"), è nata, come scrivono i due ricercatori Paolo Boccagni e Laura Miori,"da esigenze organizzative interne, ma mira ad essere strumento nei confronti della comunità, dove la diffusione di stereotipi e generalizzazioni rischia di danneggiare il processo di multiculturalità in corso".

La prima parte del lavoro è stata dedicata alla struttura interna dell’impresa, dove sono emersi dati interessanti dal confronto tra lavoratrici straniere e italiane. Le prime sono in media molto più giovani delle seconde: il 73% ha meno di quarant’anni. L’età spiega in parte anche perché 2/3 delle straniere hanno meno di tre anni di esperienza nel settore del care, mentre le colleghe italiane nel 72% dei casi ne hanno almeno 4. Altro fenomeno di rilievo è la cosiddetta maternità transnazionale: cioè il fatto che il 40% delle straniere mantiene un figlio nel Paese d’origine, mentre il 70% di esse invia regolarmente soldi a casa.

Si è poi passati al tema centrale dell’incontro: la funzione integrativa delle cooperative sociali. I relatori politici ed economici hanno convenuto sulle grandi potenzialità di integrazione sociale offerte dal mondo delle cooperative, che appaiono un prezioso strumento per coniugare mercato del lavoro e integrazione dei migranti.

Su questo punto i ricercatori sono stati piuttosto cauti, limitandosi a registrare che le lavoratrici straniere vedono nella stabilità del posto il principale valore aggiunto del loro lavoro alla FAI. Una condizione evidentemente importante per chi vive di permessi di soggiorno. I rappresentanti delle istituzioni e delle cooperative, invece, si sono rivelati ben più fiduciosi nella catena virtuosa migranti-cooperazione-integrazione. Promuovere il lavoro di cooperativa non può essere la panacea per l’immigrazione, ma certamente rappresenta una via importante per il raggiungimento di buoni risultati. Tanto più nella nostra provincia, dove le cooperative sono un elemento di primo piano dell’economia. Basti pensare che le cooperative agricole coprono l’80% del settore, le cooperative di credito il 60% e quelle del consumo il 40%. Grazie a queste cifre, il nostro tessuto economico potrebbe essere in grado di assorbire una cospicua parte di migranti, nella speranza che la catena virtuosa non si rompa nel passaggio dalla teoria alla pratica.

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