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Noi e gli zingari

Una realtà nascosta: il campo sosta per nomadi di Rovereto.

Gian Luca Magagni

Il campo sosta di Rovereto è nato nella zona a sud della città, nei Lavini, in mezzo alle fabbriche e distante dagli occhi della gente. Passato il centro commerciale Rovercenter, si prosegue verso sud imboccando a sinistra la prima stradina che si trova.

Pochi metri e ci si accorge che c’è un luogo distante dalla nostra immaginazione: immondizie e carcasse di auto sono le prime cose che si incontrano; una serie di roulotte sotto di noi a destra occupa uno spazio grande come piazza Rosmini, a sinistra cinque casette di tipo prefabbricato occupano uno spazio più o meno delle stesse dimensioni. All’orizzonte, una industria farmaceutica. Non si vedono macchine di lusso, ma camper un po’ sgangherati e tanti bambini.

Qui un tempo la popolazione era di 130 abitanti circa, poi una lite fra famiglie degenerata in una sparatoria ha diviso gli abitanti. Ora circa la metà è presente al campo, mentre gli altri sono fuori, in giro col camper per le strade della città: così hanno deciso i sinti del campo, perché stare insieme, secondo loro, sarebbe stato pericoloso. I vecchi sono pochi, i minori sono il 70% della popolazione. Alla scuola elementare vanno tutti i bambini, piace. Alle medie fanno fatica e si trovano male, fanno molte assenze e ultimamente alcuni non finiscono la scuola dell’obbligo. Un tempo però erano iscritti i più piccoli alle materne e i più grandi si iscrivevano tutti alle superiori. Pochi di loro hanno completato gli studi superiori, ma Kerna e Lulù, insieme a pochi altri, hanno il diploma di parrucchiera e di cameriera.

Alcuni degli adulti in età di lavoro per cultura (a 35 anni si è già anziani, alle volte anche nonni, e quindi sono i giovani a dover pensare al sostegno economico della famiglia) lavorano all’Azione 10, nei cosiddetti lavori socialmente utili, della durata di 6 mesi, riservati a persone con qualche disagio. Ma vorrebbero un lavoro più normale e dignitoso, e magari non solo per sei mesi, ma per tutto l’anno. In verità, probabilmente farebbero fatica a star distanti dalla famiglia così tanto tempo, poiché per loro la famiglia è la cosa più importante e il lavoro un’attività subordinata ad essa. Il valore sociale e l’autorevolezza di una persona si guadagna in famiglia e nei rapporti con le altre famiglie, a differenza di noi, che ci sentiamo realizzati soprattutto grazie alla carriera lavorativa.

I sinti non amano il campo, troppo affollato e distante dalle loro abitudini: chiedono delle microaree (vedi Sinti e Rom: l’esempio di Bolzano). Vogliono l’integrazione e non l’assimilazione, ma fanno fatica ad immaginare un modo per raggiungerla finché sono costretti ad una vita precaria: il posto al campo c’è, ma se uno sbaglia viene mandato via e così la famiglia lo deve seguire; il lavoro è per poche persone e per sei mesi solo; mandare i figli a scuola costa e non è facile poter dar loro tutto ciò che serve; la densità di popolazione al campo non permette un momento di intimità familiare, crea stress e ansie.

Il campo sosta di Rovereto, dal gennaio 2006, è stato dato in gestione tramite appalto pubblico all’AIZO (Associazione Italiana Zingari Oggi), "L’esperienza al campo è sicuramente positiva – dice Carla Osella, Presidente dell’Aizo -, ma è anche da migliorare. Col Comune l’attività si svolge in sinergia, c’è una particolare attenzione a percepire ogni novità, ad elaborarla. Alle volte non si realizza, perché prevede cose di difficile risoluzione. I sinti chiedono che al campo si possa abitare con case mobili – ora alcuni hanno le casette, altri la piazzola del Comune per la roulotte – o la costruzione delle microaree.

E’ importante, come associazione, saper leggere i loro bisogni, per poterli discutere subito e cercare una giusta soluzione: spesso si è aspettato anni per dar ascolto alle loro richieste. In ambito scolastico pare evidente il bisogno di proseguire nel sostegno dei bimbi. Il doposcuola è un’attività che si svolge anche al campo, ma che deve essere consolidato anche nell’orario scolastico. E’ un sinto che accompagna sul pulmino i bambini a scuola.

Il lavoro viene richiesto spesso dai sinti del campo. Alcuni tutti gli anni vanno a lavorare all’Azione 10, in verità malvolentieri: non lo ritengono adatto loro perché è un lavoro per persone con disagio. Chiedono di poter svolgere un lavoro di assemblaggio al campo, ma il Comune sostiene che non si può attrezzare una sala in sicurezza per dare il lavoro. Alcuni sinti hanno trovato autonomamente lavoro per la vendemmia. Altri, negli anni scorsi, hanno lavorato autonomamente alla pompa di benzina, come operai agricoli, in un’azienda di floricoltura. Ritengo che il futuro lavorativo possa essere per i sinti del campo di Rovereto un’attività di assemblaggio accompagnato: con un tutor che li segua e che pensi alla ricerca di lavoro su tutto il territorio.

Per la scuola le difficoltà sono abbastanza rilevanti. I sinti non vanno alla scuola materna così come non vanno alle superiori. Un tempo ci andavano. Auspichiamo che venga trovato, anche con l’aiuto del tavolo tematico del Comune, una soluzione in tal senso: magari una figura che si occupi di fare da mediatore fra famiglie e scuola, ragazzi e maestre, Comune e famiglie, sempre nell’ottica di lavorare insieme e non con la presunzione di un tempo di lavorare per i sinti senza interpellarli o farli parte integrante del loro percorso".

Alcune domande sul campo sosta le abbiamo rivolte al dottor Giovanni Spagnolli, assessore alle politiche sociali di Rovereto

Da quanti anni c’è il campo a Rovereto?

"A Rovereto è presente l’Area Attrezzata per la popolazione zingara, che per noi è sinta, dall’anno seguente a quello della legge provinciale, ossia dal 1986. Dallo stesso anno è attivo un servizio educativo di sostegno della popolazione zingara".

Da quanti anni ci sono gli inserimenti in appartamento e si può parlare per loro di un percorso di vera integrazione? Riescono a far parte del tessuto di quartiere, parrocchia, scolastico, ad accedere ai servizi come ogni cittadino?

"Le famiglie sinte, come qualsiasi famiglia roveretana, possono richiedere gli alloggi di edilizia pubblica. Pertanto l’iniziativa di accedere alla soluzione abitativa ‘appartamento’ è e rimane una iniziativa personale. E’ dal 1993 che le famiglie sinte hanno iniziato a chiedere l’assegnazione di alloggio Itea, presentando regolare domanda ai servizi competenti. Il primo nucleo sinto ha ottenuto un alloggio nel 1996, i successivi a partire dal 2003 su specifico progetto di accompagnamento previsto dall’Amministrazione comunale, progetto conclusosi nel 2005. Oggi le famiglie sinte in alloggio sono 4, entro l’anno saranno 6, dato che altre due sono arrivate in posizione utile in graduatoria per l’assegnazione e gli alloggi sono disponibili. L’integrazione, se intesa come accesso ai servizi, possibilità di frequentare la scuola, capacità di gestire un alloggio e i rapporti con i vicini, è vissuta come tale dalle famiglie. Abbiamo alcuni problemi singoli, non imputabili alla appartenenza alla etnia sinta, che sono manifestazioni di disagio, per i quali i servizi competenti attivano gli interventi necessari".

Il campo sosta: è veramente superato? Ci sono e quali sono i progetti "oltre" il campo nell’abitare?

"La risposta a questa domanda è ambivalente. A livello generale sicuramente si può dire che la costruzione di campi per zingari non è una soluzione al problema abitativo della popolazione. Questo quando si ragiona in termini numerici estesi e dove i campi raccolgono numerosi clan o famiglie che hanno poco a che spartire fra loro. Per Rovereto la situazione è diversa, la popolazione sinta è molto esigua rispetto ad altre realtà e non si può dire che il campo di Rovereto, con i vari interventi di adattamento realizzati su richiesta dei sinti e con la loro collaborazione, sia una risposta superata. Anzi, in altre realtà chiamano il nostro campo microarea, proprio perché accoglie poche famiglie, per di più tutte legate da parentela o affinità. Credo che sia importante esplorare varie forme di soluzioni abitative; non esiste una sola soluzione che vada bene per i sinti o per tutti i sinti, è importante approfondire e realizzare soluzioni diverse. Gli alloggi, i campi, perché no, anche le microaree: e a questo punto è importante, in una prospettiva di comunità di valle, che questo tema venga affrontato dall’intero territorio comprensoriale e non solo dal Comune di Rovereto che già ospita il campo e vede inseriti in alloggio le famiglie zingare."

Qual è la situazione lavorativa dei sinti roveretani e quali le prospettive?

"I sinti in età lavorativa sono prevalentemente poco scolarizzati, se non analfabeti, e già faticano a mantenere l’impegno dell’Azione 10 (attività lavorativa proposta alle persone con disagio), per coloro che lo accettano.

E’ difficile in questa situazione attivare proposte lavorative sostenibili quando alla base non c’è una reale e dimostrata motivazione al lavoro (in termini generali, non per tutti), anche perché, come è emerso dall’indagine del Tavolo Zingari, i sinti preferiscono adagiarsi sui sussidi (legge regionale del Pacchetto famiglia) e non hanno il valore del lavoro quale espressione di auto-realizzazione e crescita personale. Gli interventi che in passato con scarsi risultati sono stati attivati riguardavano proprio la possibilità di sensibilizzare i giovani al valore del lavoro quale forma di rappresentazione di sé e di sviluppo di proprie capacità e crescita personale. Ovviamente, siamo tutti consapevoli che questo cambiamento, essendo una rivoluzione di visione, quindi culturale, necessita di tempi lunghi di più generazioni. Ciò che è da evitare, sono interventi assistenzialistici di opportunità lavorative, dato che il Trentino non ha problemi di disoccupazione rilevanti".

Rom e sinti

Un popolo solo parte dall’India intorno all’anno Mille, ma nel suo cammino verso l’Europa sceglie due strade diverse. Un gruppo si ferma nell’Europa dell’Est, acquisendo la religione musulmana e alcune abitudini locali, ivi comprese delle influenze linguistiche. Questi vengono chiamati rom. Gli altri raggiungono l’Europa centrale e occidentale e, verso la fine del Trecento, anche l’Italia, e vengono chiamati sinti. Costoro diventano cattolici o ortodossi. Sono loro che hanno attivato l’attività circense, essendo ottimi domatori di orsi e di altri animali, nonché commercianti di cavalli.

Caratteristiche sono le differenze fra rom e sinti per quanto riguarda le tradizioni matrimoniali: nei rom la donna viene scelta anche senza il suo consenso e si deve dare una dote alla famiglia che perde la figlia; presso i sinti, invece, la scelta è fatta dai due innamorati e se le famiglie non danno il loro consenso,la coppia fugge, tornando qualche giorno dopo a chiedere il perdono e la benedizione dei genitori. Non è prevista la dote.