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Professione lavavetri

Incontro con due immigrati molto precari. Da “Piazza grande”, giornale di strada di Bologna.

Leonardo Tancredi

Michele è un insegnante in pensione, ha circa sessant’anni e abita da sempre a Bologna. A vederlo è quello che si dice una persona distinta. All’inizio di settembre, qualche settimana dopo la prepotente comparsa nel dibattito politico nazionale della questione lavavetri, Michele è venuto a trovarci in redazione. Quando ci ha detto che voleva parlare con noi dei lavavetri, abbiamo temuto di trovarci davanti ad un "cittadino esasperato" e ci siamo preparati a fronteggiare una torrenziale sequela di lamentele sulle molestie subite in attesa della luce verde. E invece Michele ci ha sorpreso, la sua preoccupazione era tutt’altra.

Nel percorso abituale in macchina da casa sua a S. Lazzaro, fino a Calderino, dove si trova la sua casa di campagna, non incontrava più i lavavetri. Colpa dell’effetto-Firenze ovviamente; ma dove erano finiti quei ragazzi bengalesi e rumeni e che cosa facevano adesso per vivere?

Il rapporto di Michele coi lavavetri dura da anni. Dopo un periodo di volontariato alla Caritas, ha deciso di "mettersi in proprio" e dare una mano ai migranti incontrati ai semafori per cercare un lavoro più stabile. "Quando è stato possibile li ho assunti io stesso come giardinieri. All’inizio propongo loro di fare piccoli lavori di manutenzione, anche solo per un giorno, e se vedo che la cosa funziona mi impegno a metterli in regola. Potrei trovare facilmente operai italiani, ma visto che ne ho la possibilità preferisco dare un lavoro onesto a chi ne ha più bisogno".

Grazie a Michele, siamo riusciti a conoscere un po’ meglio la realtà dei migranti lavavetri che fino a questo momento non avevamo intercettato neanche nell’attività di sostegno di strada della nostra associazione.

Delwar e Adrian sono colleghi, lavorano a pochi metri di distanza uno dall’altro, ad un incrocio molto trafficato nella prima periferia bolognese. Il primo viene dal Bangladesh, il secondo dalla Romania, ed entrambi di mestiere fanno i lavavetri. Delwar è più giovane, ha poco più di vent’anni, ma è più vecchio del mestiere, perché lavora a quel semaforo da due anni, da quando cioè è arrivato in città. "A Bologna avevo già degli amici, anche loro sono lavavetri. Quando sono arrivato mi hanno detto che c’era un posto libero. Un altro bengalese che faceva il lavavetri da cinque anni mi ha lasciato il suo semaforo. Si fa così, e nessuno paga per lavorare. Abito insieme ai miei amici, siamo in tre in una stanza in casa di una famiglia del Bangladesh, marito e moglie e due figli. In questi due anni è l’unico lavoro che sono riuscito a trovare, perché non ho il permesso di soggiorno. Ho lavorato solo un giorno come lavapiatti, per sostituire il mio padrone di casa, che è in regola e riesce lavorare nei ristoranti".

Per mettere insieme i 150 euro per l’affitto del posto letto Delwar lavora 9 ore al giorno al semaforo; attacca alle sette del mattino, fa una pausa pranzo all’una e alle quattro del pomeriggio ricomincia, fino a sera. Il tutto per guadagnare 10-15 euro al giorno. Non è una grossa somma, tanto che qualcuno ritiene che quello del lavavetri dovrebbe essere un secondo lavoro che integra quello regolare di commesso nei numerosi negozi di frutta e verdura gestiti da pakistani e bengalesi. Ed in effetti anche Delwar ha due lavori, ma il secondo è informale quanto il primo: "Abbiamo tutti un doppio lavoro: di giorno laviamo i vetri ai semafori e di sera vendiamo le rose nei locali del centro. I fiori li compriamo in un negozio vicino a piazza dell’Unità - 100 rose per 50 euro - e ogni sera si guadagnano al massimo 15 euro".

La prima spesa che ha dovuto affrontare Derwal è servita per cominciare il suo viaggio: circa 8.000 euro, i risparmi della sua famiglia, per arrivare dal Bangladesh in Italia. In aereo da casa sua in Senegal, dove si è fermato alcuni mesi a lavorare in campagna, nella raccolta delle patate e delle cipolle; poi in bus fino in Marocco, a Rabat, Nasor e Casablanca, e lì una nuova sosta, altri tre mesi a fare il muratore. Infine l’Italia, dopo un viaggio durato in tutto otto mesi. "In Senegal mi pagavano pochissimo, in Marocco guadagnavo quasi come a lavare i vetri in Italia, ma il lavoro era molto duro".

A Bologna oltre il semaforo non si va e adesso non c’è neanche più quello. Nonostante abbia imparato molti improperi lavando i vetri agli italiani, Delwar dice di non aver mai avuto problemi con gli automobilisti in coda. Eppure, da qualche tempo, anche lui ha paura di farsi vedere agli incroci con secchio e spazzolone: "Resto a casa, perché ho sentito quello che è successo a Firenze e ho paura di prendere una multa. I miei amici che lavoravano vicino alla Fiera hanno preso una multa di 600 euro a testa, ad agosto. Quando sono al semaforo, scappo appena arriva la polizia. Così non lavoro da un mese e tra un po’ non avrò i soldi per l’affitto".

Adrian ha 33 anni, viene da Craiova, in Romania, e vive a Bologna da pochi mesi. "Sono arrivato qui ad aprile, e abitavo in un casolare di via Malvezza, poi a giugno è arrivata la polizia e sono restato senza casa. Allora sono tornato in Romania, dove vivono mia moglie e tre figli di 3, 10 e 15 anni e mia madre anziana. Sono tornato a Bologna a settembre, ma non ho potuto più fare il mio lavoro".

Come molti suoi connazionali, Adrian in Romania segue la televisione italiana, quindi ha saputo dell’ordinanza del sindaco di Firenze ancora prima di arrivare in Italia. A Bologna si è scontrato con la nuova realtà: "Non ho mai avuto problemi con la polizia, mi dicevano: se sei tranquillo, puoi restare a questo semaforo. E io così facevo. Gli italiani si fidavano di me, mi chiamavano per pulire i loro vetri e a volte mi pagavano il giorno dopo, anch’io mi fidavo".

Come il suo collega bengalese, Adrian, dopo il caso Firenze, non si fida più di esporsi. E, secondo quanto ci racconta, non è un timore ingiustificato: "I vigili sono venuti al mio semaforo e mi hanno detto che se mi trovavano ancora là, finivo in galera, e mi hanno sequestrato spazzola e secchio".

Anche da Adrian cerchiamo di sapere se la sua presenza è organizzata in qualche modo, se ci sono tracce di un racket. Il suo incrocio è molto lontano da via Malvezza dove abita, e quindi gli chiediamo come mai si sia spinto fino là e se ha dovuto in qualche modo comprare quella postazione. A quanto ci dice, le cose non funzionano così: anche lui come Delwar, ha ereditato il semaforo da un vecchio lavavetri rumeno, tornato in patria. "Tutti i semafori vicino a via Malvezza erano impegnati e un mio paesano mi ha lasciato il suo posto".

Oggi Adrian abita a Borgo Panigale in una roulotte e spera di trovare un lavoro più stabile a meglio retribuito per poter vivere in Italia con la sua famiglia. L’unica altra sua esperienza lavorativa nel nostro Paese non è stata molto fortunata: da muratore "in nero" ha lavorato due settimane, mai retribuite.

Da otto anni Michele ha deciso di fidarsi dei lavavetri di Bologna, che venissero dal Bangladesh o dalla Romania. A volte le cose sono andate male, ma a lui è restata una certezza: "E’ facile creare un rapporto di fiducia, perché a chiunque di loro tu chiedi se vuole lavorare, questo lascia la strada e ti segue. E’ questo che la gente dovrebbe capire".