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I disastri del porfido

Graziano Ferrari

Sono un lavoratore del porfido, con diverse esperienze partecipate a livello istituzionale come consigliere comunale a Lases e membro della commissione cave. Dal 1985 al 1995, dieci anni difficili. L’obiettivo ambizioso era la restituzione alla collettività della risorsa porfido, anche tramite una pianificazione del territorio che comprendesse, oltre alla necessità delle cave come strumento economico, la qualità della vita dei nostri paesi e di chi ci vive. Elementi che in una società civile dovrebbero trovare il giusto equilibrio.

Discariche facili: riempire ogni piccola valle era la parola d’ordine di quasi tutta l’imprenditoria del porfido, ben rappresentata dentro i consigli comunali. Solo la frana del Graon a Lases 1986 impose l’inizio di un’inversione di tendenza, sia nello sfruttamento più razionale dell’escavazione migliorando la cernita del materiale e impostando gradonature della cava che rispondessero ad esigenze diverse dalla rapina.

La revisione dei canoni d’affitto, con tutti i limiti soggettivi ed oggettivi che ci sono stati, introducendo le verifiche pratiche della commissione cave sul materiale abbattuto, ha dato un contributo notevole, oltre alle casse comunali, come deterrente allo spreco di porfido.

Le reazioni imprenditoriali sono state violente e minacciose. Solamente l’appoggio della maggioranza della popolazione di Lases ci consentì di camminare verso l’obiettivo di rendere collettivi non soltanto gli oneri dell’attività porfirica. Altri sbocchi si trovarono alla collocazione degli scarti di porfido. Riempimenti, bonifiche, drenaggi, in parte si inizia la macinazione con impianti di frantumazione. Nel frattempo lo smaltimento degli scarti fa aumentare considerevolmente il traffico degli automezzi pesanti nelle due direttrici principali che scendono verso la valle dell’Adige. Gli abitati cominciano a soffrire questo disagio, i passaggi continui provocano polveri, rumore, intasamenti e pericolo in generale. Iniziano proteste in vari paesi.

Siamo alla fine degli anni Ottanta, vice presidente della giunta provinciale è il socialista Walter Micheli, e nell’occasione di rapporti con l’università americana della Pomona University in collaborazione con uno staff di tecnici italiani viene prodotto uno studio di fattibilità di come riorganizzare l’intero settore del porfido tenendo conto di costi e benefici per le comunità sotto ogni punto di vista, impatto ambientale compreso. I risultati di questo studio andavano a stravolgere gli assetti di come è impostato lo sfruttamento dei giacimenti porfirici. Le linee guida che emergono sommariamente sono:

- realizzazione dei macrolotti, per superare la estrema parcellizzazione dei lotti di estrazione che impedisce di fatto un’organizzazione del lavoro volta alla effettiva razionalità sia sui costi di gestione che sull’aspetto sicurezza e salute per chi vi opera;

- unificazione delle imprese presenti tramite consorzi o società; collocazione degli scarti in zone in via di esaurimento o poco produttive nella fase iniziale per poi proseguire con un processo escavazione del giacimento e ricostruzione morfologica dell’ambiente originale con il materiale di scarto che in tale maniera sarebbe collocato all’interno dell’area già dissestata riducendo così l’impatto.

Questa poteva e può essere una soluzione che affronta con responsabilità sociale problematiche senza scaricarne le conseguenze ed i relativi costi sia economici che sanitari sull’intera collettività. Allora, dopo un breve giro fra i comuni interessati anche sotto forma di mostra itinerante, venne subito archiviata. Ancora una volta prevalsero gli interessi di bottega su una risorsa pubblica. Il problema creato dal trasporto degli scarti di porfido ad Albiano vede realizzarsi un’imponente opera la circonvallazione costata alla collettività parecchi miliardi di vecchie lire. Anche in questo frangente le alternative proposte furono messe all’angolo da una visione di interessi che richiama alla comune mafia. Più si fa spendere, più c’è possibilità di mangiare. E’ uno dei volani dell’economia capitalista.

Ed oggi, con il supporto della tecnologia, rischiano di passare per ecologisti e tutori della salute pubblica personaggi che se capitano davanti a casa tua e vedono nel tuo orto un pezzo di porfido spuntare dalla terra, ti farebbero espropriare l’orto per esigenze di pubblico interesse e aprirebbero una cava, naturalmente nel rispetto di tutte le leggi vigenti. Tutti d’accordo, il nastro del porfido piace a Pacher, a Sogeca e a qualche amministratore, e gli aggettivi si sprecano: bello, evoluto, economico ed ecologico. Come dargli torto! Visto che paghiamo sempre noi.

Novità bella, evoluta, economica, ecologica ed onesta sarebbe se tutti questi soggetti si assumessero gli oneri dei disastri che le loro politiche di sfruttamento selvaggio delle risorse provocano sull’uomo e sull’ambiente in generale.