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Bilancio sociale: bello, ma chi lo legge?

Ignorato dalla pubblica amministrazione, sconosciuto ai consumatori, è invece uno strumento che può portare benefici al territorio e alla comunità. Il caso del Bilancio Sociale del gruppo Poli.

“Mi sto occupando di Bilancio Sociale, in particolare quello dei Supermercati Poli" – era stata la risposta ad alcuni lettori che mi chiedevano cosa stava bollendo nella pentola di QT. "Buon divertimento!" era il commento, decisamente ironico.

"Sì, abbiamo clamorosamente fallito alcuni nostri obiettivi – ci dice Marcello Poli, amministratore delegato del gruppo - e questa sul 2006 potrebbe essere l’ultima edizione del Bilancio Sociale".

Insomma, un’iniziativa di grande significato, che potrebbe essere un indicatore di come la collettività concepisce se stessa, è in realtà a rischio. Perché incompresa, o meglio, non riconosciuta. Come mai? E anzitutto: cosa è un Bilancio Sociale? "Quattro chiacchiere, un po’ di pubblicità buonista" è la risposta prevalente.

"In effetti in Italia i Bilanci Sociali sono momenti di comunicazione (di buoni propositi), non di rendicontazione (di risultati raggiunti) – ci dice Michele Andreaus, professore associato di Economia Aziendale all’Università di Trento - I bilanci sociali li fanno anche Enel e Telecom..." Figuriamoci.

Ma ci sono anche le cose vere, e tra queste il Bilancio Sociale del gruppo Poli, che ogni anno presenta un pesante tomo di 160 pagine ricco di dati e tabelle. Che sviscerano l’attività del gruppo, considerata non tanto dal punto di vista strettamente economico (fatturato e utile), ma delle ricadute sul contesto sociale: clienti, lavoratori, fornitori, ambiente, ecc.

Solite chiacchiere? Per evitarlo il bilancio si ripropone degli obiettivi quantificabili (incrementare il part-time, o la percentuale di donne in posizioni dirigenziali, o diminuire i rifiuti non riciclabili) e poi, negli anni successivi, verifica il conseguimento dei risultati.

Chiaramente, in quest’ottica, il bilancio sociale lo si costruisce con l’attività di tutto l’anno, anzi, di più anni. Per esempio: si decide di incrementare la quantità di fornitori locali "in quanto l’azienda è inserita in un contesto sociale, e cresce se cresce tutto il contesto"; e il risultato può esserci solo se il reparto acquisti si indirizza in quel senso, attiva gli opportuni rapporti con i caseifici, le cantine, i consorzi locali, cercando di privilegiare il rapporto con loro (per la cronaca, nel settore alimentare i fornitori regionali coprono oltre il 50% del fatturato).

Facciamo un altro esempio: nel 2003 il bilancio evidenziava un elevato livello di turn over, il 23,54%, per di più in crescita. Indice elevato, che significava un certo disagio dei lavoratori: "Non è un dato che ci piace; vogliamo migliorarlo, anche perché con ogni lavoratore che ci lascia perdiamo pure tutto l’investimento fatto in formazione" - diceva allora Marcello Poli. Il bilancio sociale di quest’anno registra il raggiungimento dell’obiettivo (vedi tabella 1), con un progressivo calo del turn over, fino all’attuale 12,54% ("E teniamo presente che nei supermercati dell’area Ocse, l’indice del turn over è del 40%" - precisa Poli). Ma anche qui, il numerino iscritto nel bilancio è frutto di un’impostazione complessiva, in questo caso sulle condizioni di lavoro a partire dagli orari ma non solo, al punto che ogni direttore del personale ha un premio se l’indicatore del turn over della sua filiale è inferiore a una certa cifra.

Tutto questo non è frutto della bontà della famiglia Poli. Risponde a una strategia aziendale, così riassumibile: in Trentino il concorrente di Poli sono le Cooperative, percepite (a torto o a ragione) come aziende rivolte al sociale; per controbattere, non servono i dieci centesimi di euro in meno, bensì un’analoga attenzione al sociale, che si esplichi in un "sostegno della comunità locale e creazione di benefici per il territorio".

Bene, ma fino a un certo punto. Perché tutto il discorso va a quel paese se non si traduce in riconoscimento concreto, se i clienti di Poli, del bilancio sociale non sanno niente, o pensano che sia una fanfaluca. Per cui il librone, con le sue analisi e le 120 tabelle, pur presentato in pompa magna alla Fondazione Caritro, non viene poi letto da nessuno, "meno che meno - aggiunge disarmato Poli - dai giornalisti dei quotidiani, che del bilancio sociale cercano solo i dati dell’utile e del fatturato", dimostrando di non aver capito nulla.

Idem per la pubblica amministrazione che, oltre a latitare in tema di politica del commercio, non si accorge di come il bilancio vada ad intersecare tutta una serie di altri aspetti della gestione del territorio: "Sono arrivati a proporci dei provvedimenti di gestione dei rifiuti che noi già adottiamo e da anni rendicontiamo nel bilancio". Bilancio che evidentemente non viene letto neanche dai tecnici che elaborano le specifiche politiche.

E’ logico che a questo punto a Poli caschino le braccia.

"La ragione di fondo di un bilancio sociale è rinunciare a una quota di redditività a breve per averne una di lungo periodo: nei rapporti con i dipendenti, con i fornitori, ecc. – ci dice il prof. Andreaus – Questo aspetto rimane. Si apre il discorso se serve pubblicare tutta quella serie di dati; ci si potrebbe limitare a renderli accessibili su Internet."

Insomma, è un problema di comunicazione? Del resto basilare, quando si vogliono raggiungere, per esempio, i clienti.

"Questo è un problema classico dei Bilanci sociali. Sono dei libroni, ci si impiega un giorno a leggerli, anche quando – è il caso di Poli – sono chiari e comprensibili – prosegue Andreaus – Il problema è come veicolare il messaggio".

La risposta potrebbe essere quella di utilizzare i normali canali di comunicazione con la clientela (le inserzioni sui giornali, per esempio) per spiegare, a inizio anno, 4-5 degli obiettivi sociali che si vogliono raggiungere; e poi, a chiusura bilancio, rendicontare nella stessa maniera i risultati. Naturalmente il "librone", come testo stampato, come opuscolo, come versione Internet, dovrebbe comunque esserci, perché l’azione complessiva di un’azienda non può essere giudicata solo da alcuni indicatori (su cui magari ci si può concentrare per fare bella figura, e contemporaneamente razzolando male su tutto il resto).

Conclude Andreaus: "Le aziende che praticano un bilancio sociale vero (oltre a Poli ce ne sono altre, la Granarolo ad esempio, o la Sabaf che è pure quotata in borsa) sono dei precursori. Sono convinto che tra 5-10 anni, sarà una pratica molto più diffusa. Un comportamento socialmente adeguato sarà sempre più conveniente. Sto provando a far partire un progetto di ricerca per vedere se c’è una correlazione tra credibilità finanziaria e credibilità sociale di un’impresa: l’esempio classico, pur se in negativo, è la Parmalat, che aveva una grossa (seppur immeritata) credibilità sociale, da cui derivava una fin eccessiva credibilità finanziaria.

All’estero, soprattutto in Scandinavia, c’è una correlazione, istituzionalizzata, tra le due credibilità".