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“La parola nell’arte”

Ottocento opere sul rapporto tra arte e scrittura, attraverso dipinti, opere grafiche, collages, video e libri d’artista.

Il Mart di Rovereto ha da poco inaugurato una mostra a dir poco travolgente: "La parola nell’arte" (fino al 6 aprile 2008): un fiume di opere, circa 800, incentrate sull’intricato rapporto tra arte e scrittura, attraverso dipinti, opere grafiche, collages, video e un numero davvero impressionante di libri d’artista, materiale in gran parte appartenente alle collezioni dello stesso museo.

Guillaume Apollinaire, “Il pleut”, da “Calligrammes”, Paris, 1918.

Sebbene la parola scritta si sia più volte intrecciata, nel corso dei secoli, con le arti figurative (pensiamo ad esempio alla miniatura, ai technopaegnia, ai calligrammi, o, cambiando area geografica, ai libri xilografici giapponesi e a certa calligrafia islamica), è nel corso del Novecento che tali rapporti si rafforzano. Non è dunque un caso che la mostra si apra e si concentri sulle ricerche verbo-visuali promosse dai futuristi, vere macchine da guerra nel rivoluzionare sia le forme tradizionali della sintassi, sia la secolare pratica tipografica, rimasta pressoché immutata dai tempi di Gutenberg.E così, se da una parte troviamo composizioni (chiamate parole in libertà) che sostituiscono le congiunzioni con segni matematici, dall’altra il lettering di molte parole utilizzate in tali composizioni varia - di lettera in lettera - in grandezza, tipologia e talvolta perfino colore.

Più che alle pur pregevoli tele esposte (Baldessari, Soffici, Severini e altri ancora) in cui costante è il ricorso al collage, a interessare a tal proposito sono soprattutto le opere a stampa, dall’arcinoto imbullonato di Depero a "Les mots en liberté futuristes" di Marinetti, fino a "Rarefazioni. Parole in libertà" di Govoni, in cui la scrittura calligrafica dialoga con delle figure dal tratto infantile.

Pure il futurismo russo è ben documentato nel percorso, anche grazie alle raccolte del fondo Sandretti, già conosciuto in passato per una mostra sulle ceramiche sovietiche. L’iterazione tra scrittura e immagine si dilata qui dal piccolo formato del libro (tra quelli esposti spiccano i nomi di Léger, Burljuk, Majakovskij) al grande formato del manifesto. Queste affiche non hanno certo la giocosità della cartellonistica deperiana che si può incontrare in altre sale del museo; al contrario, lo spirito squisitamente rivoluzionario di questi lavori li caratterizza per forza ed espressività, anche grazie alle connessioni con le semplificazioni formali e cromatiche del Costruttivismo, a cui queste opere sembrano guardare. Di avanguardia in avanguardia, si passa così ad indagare le ricerche verbo-visuali promosse da dadaismo e surrealismo, attraverso opere di Duchamp (si segnalano in particolare alcune delle delle sue scatole-oggetto, chiamate boîte en valise), Haussmann, Masson, Picabia, Man Ray, Tzara, Apollinaire e Schwitters.

Chiuso il capitolo sulle avanguardie storiche, la seconda parte del percorso è incentrata sulle ricerche verbo-visuali degli anni Sessanta e Settanta. Se alcuni di questi lavori sembrano un’evoluzione delle sperimentazioni tipografiche futuriste (De Vree, Furnival, Mon, Nahl), altri, al contrario, tipograficamente sembrano guardare piuttosto a Bodoni e alla sua idea di estetica del carattere, in silente dialogo, rapporto e non da ultimo contrapposizione con lo spazio bianco della pagina. Un gruppo di opere sono state poste in una sezione chiamata "Rivoluzione in parole". Rivoluzione per molti dei temi sforati, dal Vietnam alle proteste studentesche; rivoluzione soprattutto per il rovesciamento semantico effettuato di parole e immagini della società dei consumi, come è ben avvertibile nelle opere di La Rocca, D’Ottavi, Perfetti e soprattutto Pignotti. Perfino la cultura diventa oggetto di questi détournement, non certo alieni dalle poetiche situazioniste: esemplare è a tal proposito un’opera di Sarenco, raffigurante una schiera di santi giotteschi accompagnati dal motto "Avanti popolo alla riscossa!".

Tra le altre opere prodotte nella seconda metà del Novecento occorre segnalare per lo meno le cancellature di Isgrò (tra cui alcuni volumi della Treccani), i libri-oggetto del gruppo Fluxus, le concettualizzazioni di Kosuth, le calligrafie di Cavellini, Accame, Novelli, Mussio, Barucchello e Twombly.

Tra le opere che valicano la soglia del XXI secolo ricordiamo fra gli altri i lavori di Vibeke Tandberg, microcosmi concettuali formato collage realizzati con cura e pazienza certosina.

Una nota di merito va infine all’allestimento: il libro d’artista, per sua stessa natura, per essere apprezzato nella sua essenza andrebbe sfogliato lentamente, pagina per pagina. L’impossibilità di un contatto diretto con queste opere, ovvia prerogativa di una fruizione privata dell’oggetto, è stata brillantemente superata attraverso l’utilizzo di alcuni video che, virtualmente, accarezzano per noi le pagine di alcuni capolavori.

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