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Come votare?

Il disperato tentativo di riforma elettorale di Walter Veltroni. Forse, con un po’ più di chiarezza e coraggio...

Non è motivo di scandalo il fatto che Veltroni si incontri con Berlusconi per cercare un’intesa sulla riforma della legge elettorale. Fino a quando continuerà ad essere sulla scena come esponente di uno dei maggiori partiti sarà inevitabile trattare anche con lui su questioni, come la legge elettorale, che riguardano il funzionamento della democrazia. Semmai lo scandalo è che Berlusconi e i suoi complici, dopo aver fatto, negli ultimi mesi della passata legislatura, una legge così sconcia (una "porcata", secondo Calderoli) come quella che ha regolato le ultime elezioni, siano ancora in circolazione. Ma così è: bon gré mal gré bisogna adattarsi.

Però una buona legge elettorale non deve corrispondere a calcoli di bottega, anche perché vi sono troppi botteghini e troppe bottegucce. Le quali, purtroppo, stanno in Parlamento e sono decisive. E’ per questo che il tentativo di Veltroni di concordare con tutti una buona legge sembra disperato. E’ in gioco la stessa vitalità del nostro ordinamento democratico. Un sistema basato sulla sovranità del popolo che si esercita attraverso organi di potere che la rappresentano deve ovviamente garantire che gli interessi, gli orientamenti culturali, gli umori che animano la società trovino espressione nelle istituzioni di governo. A tal fine un sistema elettorale proporzionale sembra il più appropriato ad assicurare che negli organi del potere siano riprodotte con assoluta fedeltà le più diverse opzioni. Con un tale sistema le elezioni sono una sorta di censimento delle idee presenti nella cittadinanza e la molteplicità di esse è puntualmente proiettata in Parlamento. Ma un tale sistema, nella sua apparente perfezione, contiene un vizio letale. Esso infatti corre il rischio di trasferire negli organi di governo la infinita complessa varietà che travaglia il tessuto sociale, con l’effetto di vanificare il ruolo di semplificazione, di successive parziali sintesi che spetta alla politica, che incombe agli organi di governo. Con il risultato di una esiziale inconcludenza degli stessi.

Infatti l’altro requisito di un governo democratico, altrettanto essenziale della rappresentatività, è l’efficienza. Un governo democratico inefficiente, cioè incapace di affrontare e risolvere i problemi della comunità, è esposto a rischi gravissimi, al rischio fatale dello stesso stravolgimento dell’ordinamento democratico. Per tutti basti ricordare l’esempio storico della Repubblica di Weimar, retta da un sistema perfettamente proporzionale, che per la sua inettitudine a risolvere i problemi della Germania del primo dopoguerra fu rovesciata dal nazismo di Hitler.

Oggi si guarda con favore al proporzionale vigente nella Germania Federale. E’ un sistema proporzionale corretto con lo sbarramento del 5%. Vi ha funzionato grazie alla cultura di quel popolo, permeata dalla considerazione del bene comune, la quale ha favorito la formazione di due fondamentali grandi partiti in alterna collocazione al governo o all’opposizione. Ma è bastata la scissione di Lafontaine nella SPD per inceppare il meccanismo della alternanza e ricadere nella asfittica prassi della grosse coalition.

In Italia, ove invece regna la cultura opposta del particulare, con un individualismo sfrenato che in politica moltiplica senza limiti il proliferare delle sigle partitiche, porterebbe ad una frantumazione paralizzante. Nella prima repubblica una tale tendenza fu frenata dal partito dei cattolici e dalla coesione ideologica del movimento comunista. Caduti questi due argini, anche un sistema semimaggioritario non ha resistito all’inclinazione verso la polverizzazione dei gruppi. Con la conseguenza che le maggioranze sono formate da coalizioni di più partiti, ciò che a sua volta costituisce la negazione di un altro principio vitale della democrazia: che a decidere è la maggioranza e non la minoranza. Infatti nella coalizione il potere di ricatto dei partiti minori conferisce agli stessi un peso decisivo, che appunto annulla il peso della maggioranza rappresentata dai partiti maggiori della coalizione.

E’ possibile con una legge elettorale adeguata correggere questi vizi che incancreniscono la nostra politica? Una legge elettorale da sola non basta; bisogna che sia accompagnata da una collaterale evoluzione politica soprattutto da parte dei partiti. La nascita del Partito Democratico, e la conseguente apparizione della Sinistra Arcobaleno possono essere sintomi positivi di una nuova tendenza. Non è chiaro se vi saranno ripercussioni concrete anche sul versante destro. Le fatue velleità centriste non assecondano un’evoluzione verso un sistema maturo di alternanze. Una moderata forzatura provocata da un sistema elettorale propulsivo in questo senso potrebbe essere augurabile. Ma va proposta in modo chiaro e coraggioso senza ricorrere a pastrocchi germanico-spagnoli o ad altri intrugli cabalistici. C’è il maggioritario o doppio turno vigente in Francia, che dà visibilità a tutti, ma alla fine seleziona chi governa e chi fa opposizione con sovrana decisione del popolo. E’ davvero troppo chiedere un po’ di chiarezza e coraggio?