Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Sgombero ex Sloi: dove sono finiti?

Come risolvere il “problema” dei rom di Trento? Dibattito a distanza fra il sociologo Charlie Barnao e l’assessore Violetta Plotegher.

Dove sono finite le persone che abitavano nella tendopoli dell’ex Sloi? Era questa la domanda più immediata e più importante che ci si sarebbe dovuto porre davanti ai resti dell’accampamento rom, sgomberato all’alba di mercoledì 5 dicembre dai vigili urbani. Domanda che non ha sfiorato la mente del giornalista del Tg3 regionale, il primo a dare la notizia del blitz con un’enfasi degna di un inviato in Iraq: pronto a indignarsi davanti ad un accampamento vuoto, non si è però chiesto che fine fosse toccata alla disperata umanità che lì viveva.

Dopo lo sgombero, sotto un ponte (foto del Centro sociale Bruno).

Un problema che non pare essersi posto nemmeno il sindaco di Trento nel firmare l’ordinanza di sgombero. Ne è convinto il sociologo Charlie Barnao, studioso dei problemi legati alla marginalità in Trentino, che ha preso una posizione molto dura contro Pacher e l’assessore comunale alle Politiche sociali Violetta Plotegher. "Io stesso - racconta - il giorno dopo lo sgombero ho parlato con la responsabile dell’Unità di strada, struttura che ha cercato di costruire un rapporto con i rom, la quale mi ha assicurato che lei non sapeva niente delle intenzioni del sindaco".

Insieme ad Officina sociale, associazione che da tempo si occupa della questione delle marginalità a Trento, Barnao ha accusato il Comune di volersi semplicemente sbarazzare dei Rom, che da quattro anni stavano all’ex Sloi.

"I fatti dimostrano – spiega Barnao - che nessuno aveva predisposto un’alternativa all’accampamento alla Sloi; l’unica cosa che i servizi hanno fatto è stato di verificare se per la notte dopo lo sgombero vi erano posti liberi nei dormitori, senza pensare a un’alternativa di lungo termine alla marginalità per queste persone".

Ma anche in questo l’operazione del Comune non è stata molto efficiente: soltanto 8 rom su 23 hanno scelto la soluzione dei dormitori, perché non intendevano separarsi dal resto del loro nucleo familiare.

Un errore che Violetta Plotegher riconosce: "Comprendo che volessero stare insieme; bisogna essere rispettosi delle diversità culturali, ma bisogna anche fare i conti con le possibilità reali dell’accoglienza. Non ci possono essere trattamenti diversi per loro o per un senza fissa dimora".

Naturalmente la versione dei fatti dell’assessore è ben diversa da quella di Barnao: "Era divenuto necessario intervenire, perché la situazione era diventata rischiosa dal punto di vista sanitario. Era inaccettabile consentire la nascita di una baraccopoli ai margini della città".

Sullo sgombero, spiega Violetta Plotegher, si è cominciato a ragionare da prima dell’estate, coinvolgendo sia la proprietà del terreno che tutti i servizi del Comune, coinvolti con una conferenza dei servizi svoltasi a settembre.

"L’intervento – continua l’assessore – è stato messo a punto sulla base del monitoraggio compiuto ogni 15 giorni sul posto dai Vigili urbani, i quali avevano recensito durante l’estate 7-8 persone nell’accampamento rom".

Un errore di valutazione: i vigili urbani, quella mattina, si sono trovati davanti 23 rom. "C’erano a disposizione i posti necessari per il gruppo ‘storico’ – spiega l’assessore - una dozzina di persone che da alcuni anni stanno a Trento, tutti conosciuti dai servizi, ma abbiamo trovato subito i posti anche per gli altri. L’intervento della protezione civile all’inizio non pareva necessario, ma il fatto che io l’abbia convocata subito testimonia che già pensavo a come intervenire".

Colpiscono però le modalità con cui il Comune ha gestito il blitz: non con un intervento di sostegno sociale, ma con le ruspe; non con i servizi sociali, ma con un’ordinanza di sgombero per motivi igienico-sanitari motivata dalla presenza di ratti, tra l’altro distruggendo tutto senza lasciare tempo ai rom di portarsi via le loro povere cose. Non in pieno giorno, ma all’alba, con la città addormentata, in puro stile poliziesco.

"Lo sgombero – sostiene Charlie Barnao – si inserisce nel solco delle politiche di repressione contro i rom che stanno avvenendo in tutta Italia. Credo che il Comune di Trento abbia cercato di sbarazzarsi del ‘problema’ rom approfittando di questo momento".

"Quando si organizza un’azione del genere- ammette per parte sua Violetta Plotegher - non è mai una bella cosa, perché ci saranno persone che perderanno un luogo e un riferimento".

Ma se l’intenzione del Comune era veramente – come sostiene il sociologo – quella di sbarazzarsi del problema rom sfruttando il vento di discriminazione che spira in tutto il Paese e il silenzio delle prime ore dell’alba, il colpo di mano è fallito.

Grazie anche all’impegno di Officina sociale, che all’indomani dello sgombero ha richiamato l’attenzione degli organi di informazione sul fatto che due terzi dei rom cacciati dalla Sloi erano finiti sotto un ponte, il problema è rimbalzato negli uffici di palazzo Thun. Così, dopo (e non prima) la presa di parola dei rom stessi, la Giunta comunale ha messo sul tavolo una soluzione più seria, che garantisce, almeno fino alla primavera 2008, una sistemazione decente a queste persone nell’area delle ex caserme Bresciani. E’ un primo passo, che però non soddisfa gli attivisti di Officina sociale e viene derubricato da Charlie Barnao a semplice intervento assistenzialista, che non permette di costruire un percorso di autonomia e autodeterminazione dei rom.

Nel mirino c’è la regola per cui i prefabbricati di via al Desert (dove i rom sono entrati lunedì 17 dicembre dopo una piccola festicciola organizzata dal Cso Bruno) potranno essere utilizzati soltanto come dormitori e non come alloggi veri e propri.

Nonostante tutto, il bilancio per Barnao è positivo almeno sotto un punto di vista: "Per la prima volta questa gente è stata protagonista della propria vita".

Quello che colpisce dell’intera vicenda è il fatto che a Trento, quando si parla di rom o sinti, il Comune non riesce a proporre che soluzioni emergenziali. I rom (cittadini comunitari: se si fa l’Europa, bisogna anche accettare gli europei) erano alla Sloi da ben quattro anni e l’"interessamento" del sindaco pare quantomeno tardivo, mentre i sinti (cittadini italiani) in Trentino ci stanno da quattro generazioni almeno e dal 1985 sono costretti a vivere in un ghetto alle porte della città, tenuti lontani dai diritti e dalla cittadinanza. Per non parlare di quelli che vivono in aree abusive, senza acqua né luce, di cui ha parlato recentemente Augusto Goio in un bell’articolo su Vita Trentina.

I rom al municipio di Trento a chiedere una soluzione,

Perché questa incapacità delle istituzioni a intervenire?

"Io fin dall’inizio ho mostrato di avere la volontà politica di trovare una soluzione", spiega Violetta Plotegher, che ricorda di aver fatta propria l’idea di costruire microaree per i sinti e che a febbraio andrà in Romania, a Sibius, città di provenienza della maggior parte dei rom, per rendersi conto di persona della loro situazione. "Ma - continua - faccio parte della dimensione di giunta e seguo le indicazioni che vengono dal Consiglio comunale. Se non si parla di rom e sinti nel programma del sindaco, bisognerà farlo".

Un modo per dire che la questione del campo nomadi e degli insediamenti abusivi, così come quella dei rom dell’ex Sloi, deve essere affrontate politicamente dai partiti che compongono la giunta. Un processo difficile, che deve basarsi – dice la Plotegher – su un lavoro di condivisione con chi rappresenta la città. "L’opposto del comportamento della Lega, che elimina i problemi eliminando le persone".

Ma se è vero che a destra il razzismo assume in questa legislatura connotazioni di inusitata ferocia, con un consigliere comunale della Fiamma Tricolore inquisito sulla base della legge Mancino contro la discriminazione per aver sostenuto in aula che i sinti sono tutti "assassini" e "aguzzini", pare che la maggioranza sia più che altro ostaggio dei propri pregiudizi. Le sue armi politiche contro la risorgente xenofobia di destra risultano spuntate da luoghi comuni su sinti e rom tenaci anche a sinistra.

Pregiudizi mitigati da un atteggiamento più "politicamente corretto", che hanno però ricevuto negli ultimi mesi nuova dignità, grazie al rilancio in grande stile dell’ondata anti-rom guidata dal duo Amato-Veltroni. E’ dalle scorse elezioni amministrative che il centrosinistra ha deciso di cavalcare l’ansia securitaria tipica della destra, tanto da influenzare anche il dibattito che ha portato alla creazione del Partito democratico.

Lo scorso 6 dicembre il Senato ha approvato il "decreto sicurezza", messo a punto dal governo dopo l’ondata di sdegno seguita al delitto Reggiani. "Con sincero stupore – scrive Guido Savio, avvocato membro dell’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione – constatiamo che, per taluni aspetti, il testo in esame è addirittura peggiore della Bossi-Fini".

Ora il "decreto sicurezza" dovrà tornare alla Camera: prevede espulsioni semplificate e totale discrezionalità nelle decisioni su chi allontanare lasciata ai prefetti. Grazie al decreto anche i cittadini comunitari potranno gustare il selvaggio sapore da terzo mondo dei nostri Cpt. Chi diceva che lo stato in cui versano le minoranze di un Paese è un valido indicatore del suo livello di civiltà?