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In difesa dei cervi

Dario Zuccarelli

Finalmente si può sparare anche all’interno del settore trentino del Parco dello Stelvio, l’ultimo angolo della nostra provincia, assieme alle aree demaniali, dove gli animali potevano non temere le scariche di piombo. Era ora che questa antidemocratica e sconsiderata prerogativa fosse eliminata.

Il Comitato di gestione del settore trentino del Parco, nella riunione del 20 dicembre, ha approvato la proposta dove, tra varie iniziative, è previsto (come regalo di Natale!) di sparare ai cervi che vivono nel Parco. L’ordine del giorno prevedeva, al terzo punto: "Illustrazione ‘Progetto Cervo’ e proposte di azione in merito". Il responsabile scientifico del Parco, il biologo Luca Pedrotti, ha presentato i risultati di una corposa indagine denominata "Progetto Cervo". Tra le informazioni che l’indagine fornisce le più eclatanti sono: l’alta numerosità di cervi all’interno del Parco, lo squilibrio tra la presenza di cervi all’interno del Parco e fuori Parco (Valle di Sole) e la scarsa efficacia ai fini della riduzione della popolazione di cervi della strategia finora adottata, che consisteva nell’aumentare le quote di abbattimento dei cervi fuori dal Parco. Infatti, il risultato ottenuto è stato quello di modificare il comportamento migratorio dei cervi, inducendoli a non uscire dai confini dell’area protetta e, di conseguenza, aumentare l’affollamento.

L’indagine elenca tre alternative. La prima proposta prevede di accettare che all’interno del Parco la popolazione di cervi si evolva liberamente. A questo riguardo c’è da considerare che dopo il 2001 il numero degli animali è rimasto pressoché costante. Si sono infatti innescati fenomeni che limitano il tasso di natalità e che aumentano la mortalità. Il rapporto testualmente recita:"Gli accrescimenti della popolazione all’interno dell’area protetta sono quindi attualmente guidati da meccanismi naturali di autoregolazione della specie". Qual è, allora, l’urgenza di abbattere centinaia di cervi?

La seconda proposta prevede di diminuire la densità dei cervi, ma senza abbattimenti nell’area protetta. Ciò comporta "un impegno diretto del Parco nel territorio di cambiamento progressivo delle attuali modalità di gestione del cervo in Val di Sole". Questa proposta, che potrebbe essere la migliore, non viene presa in considerazione.

L’ultima proposta, votata quasi all’unanimità, prevede l’abbattimento dei cervi all’interno del Parco. E’ l’alternativa più facile, più radicale, quella che richiede meno impegno, meno creatività, meno pazienza: ci si rifiuta, dunque, di sperimentare strategie alternative alla eliminazione degli animali.

Ma quali sono le garanzie che le uccisioni di centinaia di cervi dentro il Parco li inducano a migrare all’esterno dove, peraltro, troverebbero altri cacciatori? Non si corre il rischio che neanche con gli abbattimenti si riesca a centrare il riequilibrio tra la densità dei cervi all’interno e all’esterno dell’area protetta?

Si è cercato di far passare la scelta degli abbattimenti come l’unica strategia, certi del favore dei cacciatori e di coloro che subiscono danni da parte dei cervi, danni, peraltro, rimborsati. Non si sono voluti esplorare percorsi meno cruenti. Neppure si è tentato di sperimentare interventi meno drastici in tempi stretti, ma più efficaci in tempi più distesi. Ad esempio l’introduzione della lince, la cattura e il trasferimento di un certo numero di animali, l’uso di sostanze anticoncezionali, la creazione di corridoi e di aree di tranquillità all’esterno dell’area protetta dove la caccia sia interdetta.

Nessuna di queste proposte da sola risolve il problema, ma messe in atto assieme, sperimentando e monitorando i risultati, potrebbero evitare la mattanza di centinaia di cervi.

I frequentatori dei parchi amano, tra tutte le belle cose offerte, il poter avvistare e prendere contatto con gli animali selvatici. Tutti noi abbiamo provato l’emozione che procura l’osservazione degli animali in libertà, emozione ben diversa dal rimirare un polveroso trofeo appeso alla parete. Attualmente, è facile per i visitatori osservare i cervi intenti nelle loro attività, soprattutto nella stagione post invernale e nel periodo del bramito. Il cervo, però, è un animale sensibile e intelligente: se cacciato, acquisisce abitudini notturne, rendendosi in pratica invisibile. La perdita della possibilità di osservare con facilità gli animali selvatici renderà meno forte l’attrattiva turistica del Parco e di conseguenza ne ridurrà la frequentazione.

Il dott. Pedrotti, alla fine della sua esposizione, ha comunicato che, recentemente, la lince è stata avvistata nel Parco nazionale svizzero e che il lupo è stato avvistato all’Aprica. Ciò è come dire che, fra non molto, questi predatori arriveranno nel Parco "con le loro gambe".

Perché allora non avere pazienza e aspettare che il controllo della popolazione dei cervi avvenga naturalmente?.

Ci sembra infine doveroso rilevare come il popolamento di cervi in tutto il Trentino sia stato reso possibile per la presenza del Parco Nazionale dello Stelvio e del Parco di Paneveggio, dai quali si è diffusa la specie a causa del sovrapopolamento nei Parchi e quindi di naturale ricerca di ambienti di minore concorrenzialità.

E’ ovvio che per favorire questa migrazione è negativo l’aumento dell’ attività venatoria a ridosso dei confini del Parco, come già avvenuto negli anni scorsi.

*Segretario della sezione trentina di Italia Nostra e membro del comitato di gestione del settore trentino del Parco dello Stelvio.

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