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QT n. 1, 12 gennaio 2008 Servizi

In memoria di un’utopia relizzata

Viaggio nella comunità di New Lanark (Scozia) dove 200 anni fa il “padrone” Robert Owen giocò alla rivoluzione, finendo per essere più radicale di chi a sinistra, oggi, si vergogna a contestare le meraviglie del profitto.

Sul treno che mi porta da Glasgow a Lanark viaggio praticamente da solo. Forse grazie anche a questa forzata solitudine posso dedicarmi ad osservare il paesaggio dal finestrino appannato. E’ una consueta domenica di pioggia dicembrina in Scozia e l’aria sembra sputare acqua mischiata a terra. Scruto i paesi, tutti uguali, uno dopo l’altro: Uddington, Wishaw, Carluke. Pugni di case che trasudano umidità da ogni mattone, circondate solo da fanghiglia e da prati macchiati da qualche pecora al pascolo. Al mio arrivo nella piccola stazione di Lanark il paesaggio non cambia: case scure, quasi nere, perse in un oceano verde bigio.

Robert Owen

L’autista dell’autobus che mi conduce lungo le strette strade verso New Lanark mi mette in difficoltà con il suo spiccato accento scozzese. Sarebbe tempo di studiare seriamente l’inglese, mi dico. Me lo ripeto tutti gli anni, ma poi passa. Tuttavia mi diverto, nella mia ignoranza, ad ascoltare la strana inflessione di questo popolo del nord ed origlio i discorsi dell’omone alla guida e dei suoi passeggeri. Non capisco quasi nulla, è evidente, eppure il mio orecchio giurerebbe di aver sentito un chiaro accento pinàitero. La cosa mi fa sorridere e l’autista mi osserva quasi crucciato dallo specchietto. Ritorno serio ed attendo la mia fermata.

L’arrivo a New Lanark assomiglia a tanti arrivi nei piazzali dei musei di montagna. Aria fredda, ghiaino per terra e una foschia che cancella le distanze. Nemmeno uno spazio al coperto dove poter mangiare un panino. L’unico che trovo è un anfratto puzzolente di olio combustibile, usato come deposito per i macchinari. Le cascate del fiume Clyde che mi rumoreggiano davanti mi riportano alla mente il motivo del viaggio. Ingoiato l’ultimo boccone gelido del tramezzino alla marmellata, mi avvio verso il grande stabile dove in passato si lavorava il cotone. Entro e mi ritrovo immerso in una filanda di metà Ottocento. La stessa che Robert Owen, all’inizio del diciannovesimo secolo, acquisì dal suocero David Dale, con l’intero insediamento industriale di New Lanark, per farne il prototipo di una nuova società "equa e solidale".

Il percorso guidato della filanda destinato ai visitatori descrive le diverse fasi della lavorazione del cotone e si dilunga nella celebrazione delle virtù filantropiche di Owen. Si dimentica, tuttavia, un termine chiave: socialismo. Non ne trovo traccia da nessuna parte, né sulle pareti tappezzate da immagini e didascalie, né nei video a disposizione dei visitatori. Maliziosamente mi chiedo se la censura del New Labour di Blair abbia messo lo zampino pure quassù, in Scozia, terra di antiche tradizioni laburiste. Irrido in silenzio ai poveri socialisti britannici, ma poi con la mente ritorno ai socialisti del garofano di Craxi o a quelli risibili di Boselli e compagnia bella, e non rido più. Forse davvero il socialismo è morto mezzo secolo fa. Il resto che ci è rimasto è volume di paccottiglia borghese.

Eppure di origini borghesi era anche Robert Owen. Il quale però ebbe l’indiscusso pregio di ripensare una nuova società, al di là del modello capitalista, cercando di rifondarla dalle fondamenta, a cominciare dagli obiettivi. Benché Marx ed Engels gli abbiano rimproverato di non aver mai preso in considerazione il concetto di coscienza e di lotta di classe, la filosofia di Owen non perde il fascino delle idee primordiali, quelle che aprono il pensiero ad un diverso modo di concepire il mondo.

New Lanark: la scuola.

Figlio del paternalismo britannico e del sentimentalismo morale prettamente scozzese, Owen non si limitò a sciorinare buoni propositi, ma decise di metterli in pratica per dimostrare che "con ragione e buon intendimento" era possibile far fronte ai principali problemi della società umana: l’ignoranza e la povertà innanzi tutto, legate tra loro a doppio filo. Per questo quando giunse a New Lanark e dovette confrontarsi con quasi duemila operai, "brutali e alcolizzati" come ebbe a scrivere nelle sue memorie, pensò che era venuto il momento di mostrare l’efficacia di una certa razionalità illuminista, dando applicazione pratica ad alcune parole chiave: istruzione, qualità della vita, comunità.

Per quanto riguarda l’istruzione, Owen obbligò tutti i figli degli operai a frequentare la scuola almeno fino ai dieci anni, in modo da superare l’analfabetismo diffuso.

Nella struttura di New Lanark fece costruire una scuola nella quale i maestri furono costretti ad abbandonare i metodi violenti delle altre scuole del regno e ad adottare una nuova pedagogia che mettesse al centro la sintesi tra conoscenza e praticità. I bambini non dovevano più essere considerati come degli imbuti da riempire e raddrizzare a bacchettate, ma come persone dotate di un’intelligenza da stimolare attraverso la curiosità e l’esperienza diretta. L’idea che fossero i figli degli operai analfabeti a godere di un simile trattamento sollevò molte polemiche, tanto che tra gli industriali inglesi il nome di New Lanark cominciò a diventare sinonimo di ridicolo utopismo ed ignobile spreco.

Eppure avevano torto. In primo luogo perché l’utopia non rimaneva sulla carta ma veniva realizzata. E in secondo luogo perché New Lanark divenne un modello di grande efficienza, capace di esportare il cotone lavorato in tutto l’impero britannico, pur mantenendo un’elevata spesa sociale. Dimostrazione che "produzione" e "welfare" non erano termini antitetici. Ma Owen, nella sua posizione di "padrone", ebbe l’ardire di andare oltre, consegnando ai posteri una lezione di coerenza e radicalità nient’affatto trascurabile. Fu il protagonista, infatti, di una puntuale battaglia contro il profitto, da lui considerato come l’ostacolo principale ad un sostanziale miglioramento della qualità della vita dei membri di una società. Non riuscì a fargli cambiare idea nemmeno la minaccia dei suoi soci di lasciarlo solo se avesse proseguito sulla quella strada, tanto ostile all’arricchimento e all’accumulo del capitale.

D’altra parte lui stesso aveva suscitato malumori ed irrisioni tra gli industriali britannici quando aveva scritto che in una buona società non ci può mai essere compravendita a scopo di lucro, ma che il mercato deve sempre essere finalizzato soltanto al benessere dei cittadini, in modo tale che ciascuno possa ricevere un’adeguata risposta a tutti i suoi bisogni, materiali e non. Owen auspicava addirittura una società in cui il mito del denaro venisse bandito, dal momento che le monete dovevano essere solo un mezzo che favoriva gli scambi e mai un oggetto di accumulo fine a se stesso. In questo modo tutti i guadagni di un’impresa avrebbero dovuto essere reinvestiti nell’impresa stessa e, in quantità considerevole, nei servizi destinati alla comunità. Come accadeva a New Lanark, dove, ad esempio, gran parte dei ricavi dell’industria contribuirono alla costruzione e al mantenimento di un ambulatorio medico gratuito per gli operai e alla realizzazione di un complesso (l’Istituto per la formazione del carattere) adibito allo svago e alla cultura dei lavoratori, con sale per la lettura, il ballo e l’arte.

Le idee di Owen mi ronzano per la testa mentre giro per New Lanark in mezzo ai turisti e agli inevitabili negozi di souvenir. E mi deprimo. Perché in questo modo tutto viene annacquato. Sembra difficile in un ambiente ovattato e fastidiosamente dolciastro concentrarsi sulla radicalità del pensiero socialista che, pur nei suoi limiti, Owen cercò di portare avanti.

Gli alloggi degli operai.

Entro nel vecchio negozio del villaggio. La Fondazione che cura l’insediamento ha cercato di riprodurre fedelmente l’ambiente ottocentesco, riuscendo a creare una gradevole atmosfera che mi riporta alla memoria vecchi empori visti in qualche film western. Ma le riproduzioni possono piacere agli occhi dei turisti di passaggio, giunti a New Lanark con lo stesso spirito con cui si fa visita ad un parco giochi. Io cerco altro. Forse per questo la vecchia venditrice di cartoline e oggetti-regalo mi fissa intensamente, mentre sfoglio libri e cerco di tradurre per capire cosa rappresentasse quel negozio, per la gente che viveva e lavorava a New Lanark. Finalmente trovo le mie risposte e scopro che quando Owen giunse nel villaggio fece chiudere tutti i piccoli negozi presenti, gestiti da alcuni affaristi della grande città, e impose un unico negozio per il quale stabilì regole precise: utilizzo, ove possibile, dei prodotti locali selezionati direttamente da lui, prezzi calmierati e diminuiti del 20% rispetto al costo di mercato, rigido controllo della vendita di alcol, concessione del credito agli operai sprovvisti temporaneamente del denaro per l’acquisto di beni di prima necessità come latte, pane e uova e, in caso di crisi inflattive, sostituzione del denaro con buoni garantiti dallo stesso Owen. Iniziative che consentirono a tutte le famiglie operaie di New Lanark di acquistare il necessario per garantirsi una vita quanto meno dignitosa e certamente al di sopra degli standard usuali della classe operaia scozzese.

Sicuramente l’intervento del padrone alterò il mercato e impedì il fiorire di un libero commercio nel villaggio. Ma ad Owen non importava, perché il suo scopo non era la tutela del libero scambio, quanto il miglioramento della qualità di vita dei lavoratori. Una questione di "fine", che doveva rimanere in ogni caso il benessere della collettività.

La venditrice di souvenir abbozza un sorriso quando i nostri sguardi si incrociano. Ricambio ed esco dal vecchio emporio, senza comprare nulla. Mi osserva delusa, stavolta. Se solo potessi spiegarle che non si può tornare a casa con un inutile oggetto ricordo proprio dal villaggio in cui si spinsero i lavoratori a consumare per vivere e non viceversa... Ma la mia voglia e il mio inglese fanno difetto, così giro le spalle e ritorno sul ghiaino bagnato della strada, giusto in tempo per pigliare al volo l’autobus, guidato dal solito finto pinàitero che mi conduce al treno del ritorno.

Sul convoglio per Glasgow stavolta c’è un sacco di gente e il viaggio consente poche riflessioni solitarie. Tuttavia cerco di tirare comunque le fila di questa visita nella campagna scozzese. Ripenso soprattutto alle tre parole chiave di Owen: istruzione, qualità della vita, comunità. E il pensiero torna al continente, alle valli trentine, culla della migliore qualità della vita italiana, secondo il giornale degli industriali. Mi dico che è difficile ragionare per classifiche, perché tra le cifre si può nascondere di tutto. Meglio ripensare alle idee: quelle sono più ingombranti da camuffare. E ritorno alla domanda fondamentale: quale fine si pone questa società in testa alle classifiche? Il benessere economico, a qualunque costo? La difesa della specificità territoriale, magari con buffi cappelli piumati o presunti attestati di celticità? Il primato nel campo della ricerca e dello sviluppo tecnologico, con investimenti dalla trasparenza quanto mai discutibile? E dov’è finito in questi "fini" il discorso etico?

Mi incazzo e appoggio la testa al sedile osservando la notte scozzese, troppo anticipata per i miei gusti. Ma il pensiero della mia terra non mi abbandona. Ricordo una discussione estiva con il professor Borzaga, docente della facoltà di Economia di Trento, riguardo al sistema economico cooperativo. E le forti perplessità di fronte alla sua affermazione che un sistema simile non presuppone una finalità etica. Ma se anche il modello cooperativo si permette di separare "economia" ed "etica", in nome dell’indiscutibile "efficienza produttiva", che senso ha parlare di scopi, di fini, di obiettivi di una società? Non si rischia allora che anche il cooperativismo diventi solo uno dei possibili modi per realizzare profitto, in linea con il sistema capitalista? Che razza di seria alternativa è mai questa?

Owen era un borghese. Era un industriale. Era un padrone. Eppure non rinunciò mai al suo sogno di mettere un principio etico al di sopra di qualsiasi logica economica: la qualità della vita, intesa come liberazione dai bisogni materiali, cura della salute, promozione della cultura, rispetto dei tempi dei lavoratori. E in nome di questo principio si fece beffe del libero mercato, accettò l’irrisione dei colleghi e pure il tradimento dei suoi soci.

Lasciò New Lanark nel 1825, dopo 25 anni di lavoro. Andò negli Stati Uniti per fondare un villaggio ancora più grande (New Harmony) all’insegna delle idee socialiste.

L’esperimento fallì e lui tornò in Inghilterra per svolgere un’intensa attività sindacale nelle prime Trade Unions.

Non fu mai un capopopolo, né un rivoluzionario da icona e magari nemmeno un fine pensatore. Ma provò a dare corpo ad un’idea, per la quale il profitto è un male e il lucro danneggia la società. Un’idea, oggi, troppo radicale per la sinistra salottiera e troppo ingenua per la sinistra cosiddetta di lotta. Che infatti rimangono immobili. Come pecore sotto la pioggia scozzese, incollate alla fanghiglia e ai prati verde bigio.

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