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QT n. 1, 12 gennaio 2008 Servizi

Fatine di successo

Le Winx: fenomeno mediatico per bambine dai 6 ai 12 anni. Perché piacciono?

Chiara Girardi

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare delle Winx. Davvero pochi, e il periodo delle feste potrebbe aumentare il tam tam. Madri, figlie, sorelle, nipoti, cugine le conoscono di sicuro. Le magiche fatine, protagoniste di un cartone animato realizzato dall’italiana Rainbow spa per la penna di Igino Straffi, rappresentano un fenomeno esclusivamente femminile. Le loro fans sono soprattutto bambine dai 6 ai 12 anni, per loro è’ nata questa serie televisiva trasmessa dalla Rai ormai giunta alla terza serie (la quarta è allo studio), e ora anche un film d’animazione; e poi una miriade di gadgets.

Per catturare l’altra fetta di pubblico e mercato, quella dei ragazzini, Straffi si sta comunque attrezzando e metterà in scena prossimamente gli Huntik, degli eroi modello Indiana Jones, ma con in più l’arma della magia.

Ma chi sono queste Winx? In due parole sono delle fate impegnate in battaglie contro le forze del male o con altri rivali; ma ci sono anche momenti di vita quotidiana e sentimentale. Nel corso delle serie, il loro gruppo è aumentato fino a sei protagoniste (nel film ne comparirà una settima): Bloom, la fata del fuoco; Flora quella dei fiori; Stella è la fata di sole e luna; Aisha è la fata dei fluidi; Musa lo è della musica, mentre Tecna si occupa ovviamente di tecnologia.

Il concept non è affatto originale, come ci spiega Marco Pellitteri, sociologo e massmediologo, che ha dedicato spazio al fenomeno nel suo ultimo libro ("Il Drago e la Saetta. Modelli, strategie e identità dell’immaginario giapponese", Latina, Tunué, 2008) in fase di pubblicazione: "Le Winx si basano sul modello giapponese delle Sailor Moon, ripreso da alcuni classici dell’anime degli anni ‘70, da cui derivano le Witch: cinque maghe, ciascuna col proprio colore e simbolo totemico".

I loro visi prendono spunto da icone dell’immaginario popolare: Bloom è modellata su Britney Spears, Flora su Jennifer Lopez, Musa su Lucy Liu, Aisha è la versione animata di Beyoncé, Tecna lo è di Pink e Stella di Cameron Diaz.

Studiano magia nel college di Alfea (le vicende si sviluppano nell’arco di un anno scolastico), un aspetto che una mamma trova positivo, anche perché non sempre presente negli altri cartoni: "Queste fatine insegnano che per ottenere qualcosa bisogna studiare e impegnarsi". Inevitabile accorgersi dell’analogia col maghetto inglese Harry Potter. "D’altronde - ci dice il sociologo - i bambini amano il fantastico, ciò che non è razionale e può farli viaggiare con la fantasia".

Sono bellissime teenagers, dai lunghi capelli colorati e fluenti. Perché il capello lungo e non un caschetto alla Valentina di Crepax? Una scelta quasi ovvia visto che "la maggior parte delle bambine verso i 10-12 anni, fulcro del target del cartone animato, non puntano ai capelli corti, proprio perché li hanno i maschietti", ci dice Pellitteri.

Il look è alla moda: nulla è lasciato al caso, né il trucco né l’acconciatura, e la loro occupazione preferita è lo shopping. Ci aiuta a capire questa enfasi sull’acquisto il sociologo: "La Rainbow è partita da un progetto di merchandising che ha come core narrativo i personaggi Winx. La serie tv è uno spot pubblicitario narrativo, una sorta di carosello, per creare il bisogno e l’interesse del prodotto, secondo una consuetudine del prodotto televisivo".

Bloom

Il creatore, in una intervista, si giustifica sostenendo che "il look fashion è servito per far presa sulle ragazzine, ma non c’è nulla di volgare o eccessivo". E la piccola Maddalena gli dà ragione: "Le Winx mi piacciono perché sono alla moda".

Ben altre sembrano invece, a detta della psicologa e psicoterapeuta Roberta Bonmassar, le possibili ripercussioni della scelta della Rainbow: "L’acquisto può diventare un percorso obbligato, quando il bambino diventa oggetto di un meccanismo al di là di lui. Siamo nel campo dei bisogni indotti". Questo perché nel processo identificativo il bambino assume tutti i valori dell’eroe e quindi "è facile che egli chieda tutto ciò che il mercato gli propone e, se non lo ha, provi una sensazione di incompletezza".

Arginare il fenomeno con un no è necessario "quando si sente che la richiesta è eccessiva perché denota il bisogno di crearsi una identità su una identità che viene da fuori".

Le reazioni dei bambini di fronte alle pressioni del mercato, esercitate attraverso la televisione, nuova agenzia educativa (o diseducativa) dei giorni nostri, sono comunque differenti: "Per una bambina in una situazione di fragilità psicologica della propria autostima, in un contesto familiare senza modelli identificatori o regole, la televisione assume un potere molto forte. La bambina vorrà essere come il personaggio e ne vorrà tutti i gadgets. In un contesto familiare equilibrato, l’identificazione e qualche gadget sono solo un modo per giocare con la fantasia".

Le Winx provengono da pianeti diversi; Bloom è l’unica terrestre, altra caratteristica che la rende particolarmente attraente. Sono costantemente impegnate nella lotta contro il male, impersonato da mostri e dalle streghe Trix (individualiste, ciniche, opportuniste). Due genitori commentano così questa caratteristica: "La combattività delle protagoniste è uno degli aspetti interessanti. Non è frequente in questo tipo di prodotto".

Ma non è tutto troppo semplice? Fate, streghe, lotta del bene e del male...

"La mente del bambino ragiona in termini manichei. Ama vedere cose chiare, una serie di regole. E’ difficile istillare in bambini così piccoli tutte le sfumature di cui il mondo è fatto" - ci risponde Pellitteri, confortato da Roberta Bonmassar, che paragona i cartoni animati alle favole: "Sono strumenti della fantasia e non devono dare una visione realistica che ucciderebbe le loro speranze. Quella è una conquista che il bambino farà dopo l’adolescenza. Il bambino ha bisogno di coltivare delle fantasie, anche onnipotenti".

Layla

Le Winx sono unite da una forte e profonda amicizia (multietnica) e da una cooperazione nella quale però ciascuno individuo è prezioso, insostituibile. E del gruppo possono far parte, a quanto dice la sigla, anche le spettatrici ("Se tu lo vuoi, tu lo sarai, una di noi").

La psicologa ci spiega che "il senso di appartenenza del gruppo è una sensazione straordinaria quando prende delle forme in cui uno può permettersi cose che normalmente non fa. Il processo perde positività se induce a bisogni e desideri non propri del bambino".

Dallo schermo alla realtà si possono quindi creare anche gruppi di Winx terrestri, dice Pellitteri: "Nelle Winx c’è il criterio della componibilità e della scomponibilità degli aspetti, per questo anche la popolarità viene moltiplicata: su un gruppo di 5-6 compagne di classe, ciascuna può assumere il ruolo di una delle Winx".

Le nostre fatine vantano infine, tra le loro magie, un anomalo rapporto fianchi-circonferenza vita, e gambe lunghissime. Ma non per effetto di speciali diete: "Non è un carattere inventato né dalle Winx né da Barbie. I manga già negli anni 50-60 avevano dei personaggi femminili dagli arti molto allungati, perché dovevano rappresentare l’idealità, una perfezione ultraterrena".

Tutto ciò potrebbe influire sul rapporto delle più piccoline col cibo?

"E’ possibile che il vitino di vespa e le gambe lunghe possano produrre in alcuni soggetti tentativi di emulazione, ma questo è un problema psicologico di sicurezza nel proprio sé che prescinde dal modello dell’animazione" - ci dice il sociologo.

Tutto è "issimo", caricato, trendy, fashion. Insomma, uno scenario poco italiano, e Pellitteri ce lo conferma: "Le Winx sono basate su un modello anglofilo, a partire dai loro nomi. E’ propria degli Stati Uniti anche la distinzione nella scuola tra il popular e il patetic".

Per la Bonmassar, "nella ricerca dell’essere notata a tutti i costi vedo il culto dell’apparenza, veicolato da molte trasmissioni televisive in cui ci sono persone che si spogliano del loro pudore per mettere in piazza i loro sentimenti".

La maggior parte delle piccole fan che abbiamo incontrato prima della proiezione del film a Trento, si identificano con le loro beniamine: ad esempio, Chiara (7 anni) è Bloom perché lei "è il capo" ed Elisabetta (6 anni) è Flora per una affinità elettiva: "E’ rosa, il mio colore preferito": Anche Maddalena (8 anni), che ha visto il film con le sue compagne di classe, riversa sulla stessa fatina le sue preferenze: "E’ dolce, buona e ha dei sentimenti che mi piacciono".

"I bambini - ci spiega la psicologa - guardano la televisione e giocano attivamente con le storie, trasformandosi nei giochi che fanno. E’ il modo in cui si sperimenta se stessi e si attirano in sé i modelli legati alla forza, alla saggezza".

Intendiamoci, "la qualità di questi cartoni è scarsa, sia dal punto di vista della coerenza dei dialoghi che da quello dell’animazione e del design. Però è un prodotto che funziona" - dice Pellitteri. Le cose vanno un po’ meglio nel passaggio alla versione cinematografica, ma anche lì vi sono pecche vistose che rendono il prodotto lontano dalla qualità della Pixar: i capelli dei personaggi sono poco naturali, i movimenti poco fluidi ed eccessivi, come pure le espressioni facciali. Il successo delle Winx non è quindi una questione di qualità visiva ma di formula indovinata. E inoltre, nota Pellitteri, "è un prodotto che non sarebbe stato possibile senza le le serie giapponesi degli anni passati e l’esperimento beta (versione di prova di un software, n.d.r.) delle Witch. Pokemon è stato la svolta, un modo nuovo di fare commerci ludici e narrativi per bambini legato al merchandising. La formula è di estrema semplicità, con un tratto grafico elementare, lo stesso di molti cartoni giapponesi, che può essere riprodotto dai bambini".

Le fatine hanno (o aspirano ad avere) dei fidanzati, coi quali vorrebbero sposarsi. Insomma sembrano rispecchiare un’idea stereotipata e lontana dalla realtà di coppia, famiglia e anche un po’ di genere...

"La funzione delle favole è quella di farci uscire da una realtà che può essere triste - ci spiega la psicologa - Le favole e i loro meccanismi sono semplici e i finali identici: alla fine vissero a lungo felici e contenti. Il modello veicolato è quello della coppia: trovi l’amore, trovi la felicità. E’ normale per le bambine cercare il principe azzurro. Alla fine quanti se ne trovano? Ci si dovrà accontentare, ma non a quell’età".

Due ricercatori, genitori di due bambine, notano che le Winx, per quanto riguarda la rappresentazione di genere, non si differenziano dai modelli della maggior parte dei cartoni animati di questo tipo: le bambine inseguono e desiderano i ragazzi, sono passive, sognano di essere prese, lasciate e poi riprese dai maschi. Pellitteri avanza l’ipotesi che le Winx siano state create da uomini o donne che avevano in mente un loro progetto di femminilità canonico. L’arte di genere non è comunque una caratteristica delle sole Winx: "In Giappone fin dagli anni ’40 c’erano fumetti per ragazzi e fumetti per ragazze, che sono l’effetto e non la causa di una differenziazione di genere. Rispecchiano la rappresentazione media della popolazione circa i reciproci ruoli e funzionano dal punto di vista commerciale. Nelle Winx ci sono personaggi sia femminili che maschili, ma il punto di vista è femminile, quindi per una spettatrice è più facile immedesimarsi dal punto di vista di genere".

Flora

Per le ragazze ecco quindi confezionate storie che uniscono all’azione – che per i maschietti è il fulcro della narrazione - il momento romantico e quello della riflessione, con protagoniste del loro sesso legate da grande complicità.

Va più avanti nell’analisi Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, nel suo libro "Ancora dalla parte delle bambine" (Feltrinelli, 2007), che si ricollega al lavoro di Elena Gianini Belotti (Dalla parte delle bambine, Feltrinelli, 1973): la differenza di carattere tra maschio e femmina non è una questione "naturale", ma culturale, il prodotto di tutti i condizionamenti subiti nel corso dello sviluppo.

La Lipperini analizza tutti i media trovandovi i segnali di un "ritorno ai generi" diffuso dalla produzione di giocattoli, pubblicità, programmi televisivi, libri, film e cartoni, che veicolano la cultura della differenza e della subordinazione femminile. Un fenomeno che permea anche i prodotti per l’infanzia: ecco perché le bambine di 6 anni desiderano già essere sexy, diventare veline o massaie perfette, aspirando quindi al raggiungimento di una identità modulata su sogni e desideri maschili.

Attenzione però: la pubblicità segue la realtà e non l’anticipa e così pure la televisione. Entrambe adattano il prodotto alla domanda dell’utenza, seguendo qualcosa che è già accaduto. Ecco allora lo scenario attuale: l’educazione sentimentale per bambine si sposta sul piano dell’esteriorità perché è importante essere carine e alla moda, dimenticando il cervello e quindi rafforzando l’idea della donna come sesso debole e sottomesso.

Insomma, nonostante cambino parzialmente i format e migliorino le animazioni, le bambine, le donne di domani, devono ancora essere liberate.

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