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L’Iowa ha detto: Huckabee e Obama

L’inizio a sorpresa della maratona elettorale americana.

Francesca Agostini, Marco Cova

Dopo i sondaggi, i dibattiti botta-e-risposta su CNN, i video promozionali pubblicati su Youtube, le risse verbali dei pundit, i noiosi report dei think tank e i commenti dei blog, dal 3 gennaio si fa finalmente sul serio e si contano i primi voti veri in questa lunga, estenuante campagna presidenziale 2008.

I voti sono quelli dell’Iowa, piccolo staterello nel cuore del Midwest Americano, che nonostante le sue caratteristiche tutt’altro che appariscenti - appena 3 milioni di abitanti, economia prevalentemente rurale, una capitale che nel nome, Des Moines, tradisce chiare origini francesi e un soprannome, Hawkeye (occhio di falco), preso da un personaggio de "L’ultimo dei Mohicani" - ogni quattro anni si trasforma in centro dell’universo politico Americano.

Barak Obama.

Il motivo? La decisione, a metà anni Settanta, di spostarvi i propri caucus, le riunioni in cui vengono scelti i delegati per le primarie dei partiti repubblicano e democratico, nel mese di gennaio, prima che in ogni altro Stato. E così, l’Iowa diventa, per alcune settimane almeno, il centro, per una volta non solo geografico, ma anche pensante, d’umore, il termometro, la cartina tornasole di un intero Paese.

I voti dell’Iowa non pesano quantitativamente (assegnano infatti solo una manciata delle migliaia di delegati che a fine estate decideranno il ticket democratico e repubblicano per la Casa Bianca), ma danno una fortissima impronta psicologica, un segno d’orientamento all’intera corsa.

I campi gelati dell’Iowa possono lanciare candidati semi sconosciuti alla ribalta nazionale: nel 1976, lo sconosciuto Jimmy Carter percorre ogni angolo dello Stato, distacca di gran lunga gli avversari, e crea quel momentum (entusiasmo, attenzione e soldi), che lo porta a vincere la nomination di un partito indeciso e, infine, la Presidenza. Ma non sempre l’inverno dell’Iowa si dimostra tanto favorevole: qui si sono raffreddate le ambizioni di moltissimi front runner, che, a fronte di un risultato deludente, gettano la spugna e abbandonano la corsa.

Ecco spiegato il mito dell’Iowa first in the nation (prima tra gli Stati), dello Stato che apre la strada alla Casa Bianca. E, per quanto la storia ricordi ai candidati che i giochi non si chiudono a Des Moines e non basta vincere qui per dichiarare vittoria – chiedere a Bush padre che nel 1980 vinse l’Iowa ma perse la nomination da Reagan – qui i candidati, in proporzione, investono più soldi, aprono più uffici elettorali, passano più tempo che in ogni altro Stato.

A complicare i giochi, ci pensano le peculiarità di questo posto. In Iowa, ti dicono orgogliosi, non basta trasmettere un po’ di pubblicità alla televisione per farsi conoscere: bisogna scendere nelle strade, entrare nei bar e nei caffè, partecipare alle feste campestri, parlare alle assemblee con poche decine di persone, farsi vedere fuori dalle chiese, andare a cena a casa delle famiglie. E’ la politica vecchio stampo, poco high tech e tanta fatica.

"La gente dell’Iowa, poi - notano con rassegnazione i coordinatori delle varie campagne - sono gentili, tanto gentili che ti ascoltano cortesemente per ore e ore, perché non se la sentono di darti un dispiacere e dirti che per te non voteranno". Lo ha scoperto anche Hillary Clinton, che ha organizzato un incontro, raccolto centinaia di persone e le ha arringate a lungo, per poi scoprire che solo una manciata erano sue sostenitrici.

Per i pragmatici americani, i caucus dell’Iowa sono uno strano incrocio tra la massima espressione della democrazia partecipativa e uno spettacolo bizzarro, con regole e meccanismi al limite del bizantino. Sono sostanzialmente delle riunioni di quartiere: centinaia di votanti nei caucus più grandi, poche decine in quelli più piccoli si ritrovano alle 7 di sera precise nello stesso luogo, aule di scuola o biblioteche. I Repubblicani esprimono le loro preferenze con voto segreto e sono poi liberi di tornarsene a casa a vedere l’Orange Bowl, la tradizionale partita di football di inizio anno.

Per i Democratici la serata è decisamente più lunga. Le stanze sono divise in zone designate per ciascun candidato: si vota muovendosi fisicamente entro l’area corrispondente al candidato di propria preferenza. Segue un primo conteggio: i candidati che hanno ottenuto meno del 15% dei voti sono esclusi e i loro votanti sono liberi di cambiare schieramento. Dopo 30 minuti di persuasion time, in cui si succedono accorati convincimenti, accanite negoziazioni e dubbi baratti, viene effettuato il conteggio definitivo.

Mike Huckabee

Nei caucus conta il training, l’allenamento, l’esperienza, degli attivisti, la capacità di convincere, far cambiare idea ai vicini di casa, agli amici e conoscenti. Ma conta anche l’organizzazione più spiccia: disporre di centinaia di badili con cui sgombrare le strade se la grande notte del voto dovesse iniziare a nevicare, organizzare navette per portare la gente alla riunione e poi di nuovo a casa.

Quest’anno i risultati principali sono stati due: la sconfitta di Hillary Clinton da una parte, e la vittoria di Huckabee dall’altra.

Mike Huckabee è il nome nuovo dei Repubblicani: un passato da pastore battista e da governatore dell’Arkansas (per ironia della storia, proprio come l’altro Clinton, Bill), gode del sostegno dei gruppi evangelici, cita Chesterton quando dice di fare il politico come il soldato, "che non odia chi gli sta davanti ma che ama chi gli sta dietro", è solidamente conservatore in politica interna ed estera (i punti salienti del programma: rovesciare Roe v. Wade, la sentenza della Corte Suprema che difende l’aborto, emendare la costituzione per chiarire che il matrimonio è tra un uomo e una donna, dare sostegno illimitato a Israele e pugno duro con Cuba), e promette di far chiudere l’IRS, l’agenzia delle entrate, fingendo di dimenticare che la politica fiscale è appannaggio del Congresso.

Huckabee ha vinto in Iowa pur avendo raccolto dall’inizio della campagna poco più di 2 milioni di dollari (Romney ne ha raccolti oltre 60 e spesi 7 solo in Iowa) e ha dimostrato che anche in questa campagna elettorale per star mediatiche e multimilionari dagli staff politici in versione extra large e i piani politici decisi dai focus group e dagli opinion poll è ancora possibile vincere lavorando sul campo e mettendoci la faccia (almeno in quegli Stati in cui i gruppi cristiani sono molto forti).

Sul fronte democratico, la Clinton, raziocinante e calcolatrice, fredda a volte più del clima dell’Iowa, non è andata oltre il terzo posto, battuta sia dall’avvocato anti-corporation, John Edwards, che dal senatore junior dell’Illinois, Barack Obama.

Hillary Clinton durante il caucus nell’Iowa.

Obama è la vera sorpresa di queste elezioni: giovane, di colore, ama raccontare la sua storia di "ragazzino magro dal nome buffo", nato alle Hawaii da madre americana e padre keniano, vissuto per anni in Indonesia e poi diventato, perfetta incarnazione dell’american dream, avvocato e politico di successo. I suoi discorsi, orazioni studiate nel dettaglio ma appassionate e appassionanti – "oggi abbiamo scelto la speranza al posto della paura" – hanno portato dalla sua parte gli indecisi tra i votanti democratici, che, di fronte a candidati di punta molto simili sul piano dei contenuti – per tutti il mantra della campagna è change, cambiamento, e i punti forti del programma elettorale sono il ritiro dall’Iraq e la riforma del sistema sanitario – ammettono di scegliere sulla base dell’intuito, dello "stomaco". Il dato interessante è che Obama vince in uno Stato pressoché solo bianco, facendo sperare che il colore della pelle possa non contare in questa corsa presidenziale, e che Clinton non riesca invece a fare breccia tra l’elettorato femminile, soprattutto quello di media e giovane età.

Ma la strada è ancora lunga. Si vedrà già con le vicine primarie del New Hampshire e poi via via fino al "super martedì" all’inizio di febbraio, quando oltre venti stati terranno le loro primarie assegnando oltre metà dei delegati in ballo, se il predicatore del sud ed il ragazzo eloquente ma non molto esperto guideranno ancora i loro partiti.