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“Le poche cose”

Paolo Tagini, Le poche cose. Gli internati ebrei nella provincia di Vicenza 1941-1945. Con un contributo di Antonio Spinelli. Sommacampagna, Istrevi- Cierre, 2006, pp. 380, 14,50.

Paola Antolini

Oggi i ghemo visti, l’indomani no i ghe zera più" (p. 160). L’espressione è tratta dai ricordi resi a Paolo Tagini dalle sorelle Lia e Anna Zanfrà nel 2005. Il loro racconto attesta la presenza di internati ebrei stranieri nella cittadina di Marostica (nella quale il padre delle intervistate gestiva un albergo). Soggetto dell’affermazione sono gli ospiti internati che lasciano la località di domicilio coatto improvvisamente; contesto temporale in cui si colloca l’informazione è il settembre 1943, post-armistizio. Inizia così per i protagonisti di questa vicenda drammatica una seconda diaspora che li condurrà con sorti alterne alla salvezza (superando la linea Gustav piuttosto che suscitando il buon cuore di qualche italiano disubbidiente) o alla reclusione, all’esperienza concentrazionaria e infine, spesso, alla morte in Germania.

Torniamo però al 1941. In quell’anno, precisamente nel novembre-dicembre, un migliaio di ebrei (dalmati, croati, sloveni, serbi) in fuga dalle regioni occupate dalle truppe tedesche verso l’area controllata dall’alleato italiano che essi suppongono più magnanimo, vengono forzatamente trasferiti oltre Adriatico. Lasciandosi alle spalle la Jugoslavia invasa dai nazifascisti, costoro tuttavia vanno incontro alla reclusione in campi di internamento (noto quello di Ferramonti di Tarsia nel cosentino) o, per il numero consistente, passano all’internamento libero in varie province della penisola (Asti, Aosta, Parma, Messina, Treviso, Vicenza).

Già nel giugno 1940, a seguito dell’ingresso in guerra dell’Italia, si era di fatto proceduto alla reclusione degli ebrei stranieri, giunti in territorio nazionale per fuggire la persecuzione razziale nazista estesa al centro Europa; il provvedimento citato fu adottato in quanto si riteneva che essi potessero nuocere alla sicurezza nazionale.

Vicenza è la provincia che ospita il maggior numero di internati ebrei in località; il vicentino è considerato, al momento della scelta, area a basso rischio, sia per l’assenza di obiettivi militari sensibili, sia perché non è ancora stato oggetto dei bombardamenti angloamericani. Fra il 1941 ed il 1943 615 individui di varia età, estrazione e provenienza vengono perciò dislocati in ventotto comuni, compresi i paesini montani dell’Altipiano d’Asiago, che gli internati raggiungono col trenino a cremagliera.

LOa ricostruzione propostaci dall’autore è bipartita: anche in questo caso vale quale discrimine e data periodizzante l’8 settembre 1943. Nella prima parte -contrassegnata dal titolo "L’internamento"- il lettore prende conoscenza delle variegate modalità di arrivo nel vicentino; è informato in merito alle condizioni di alloggio e di vita; può constatare alcune delle strategie di sopravvivenza messe in campo dagli ebrei nelle condizioni restrittive e discriminatorie imposte (divieti e limitazioni della libertà individuale).

L’armistizio del settembre 1943 proietta queste persone "tra la vita e la morte" (seconda parte). Paradossalmente la loro sistemazione, precedentemente vissuta come una prigione, si rivela allora un porto sicuro, un rifugio, reso precario però dall’evolvere degli avvenimenti internazionali. Buffarini Guidi, ministro della Repubblica Sociale Italiana, in perfetto accordo con l’alleato tedesco, dispone infatti nel dicembre 1943 l’arresto, l’internamento e la requisizione dei beni di tutti gli ebrei presenti e individuabili sul territorio: italiani o stranieri.

Da qui in poi la vicenda degli internati vicentini seguirà diverse strade. Chi non riesce a fuggire (una buona metà), sottraendosi così agli agenti di pubblica sicurezza ed alla polizia tedesca, finisce per sperimentare la reclusione, nella colonia alpina, adattata a campo di concentramento, di Tonezza del Cimone. Dei 45 ebrei lì condotti per un paio di mesi, 42 sono inviati ad Auschwitz sul convoglio numero 6, partito il 30 gennaio 1944 da Milano.

L’autore ricostruisce puntualmente -attraverso i documenti emessi dal ministero dell’Interno, dalla prefettura e dai singoli comuni- l’iter burocratico-amministrativo che conduce alla destinazione degli internandi e segue passo passo le successive decisioni che le autorità politiche da un lato, gli organi di polizia dall’altro, prendono in merito al loro incerto destino. In questo senso i protagonisti della persecuzione appaiono vittime della Storia, quasi agìti da altri, pedine inconsapevoli.

Tagini però restituisce centralità anche alle storie singole, ai percorsi di vita, alle individualità che emergono di tanto in tanto, stagliandosi al di sopra dei numeri impressionanti ma spersonalizzanti della persecuzione e dello sterminio. Lo fa segnalando alcuni episodi specifici, indicati dai testimoni intervistati, descritti nelle relazioni dei regi carabinieri al prefetto, o ancora rubati a qualche breve corrispondenza privata, fermatasi tra le maglie della censura.

Frutto maturo di questo proposito sono le schede biografiche poste in allegato al libro. Esse mi sembrano costituire un tributo dovuto e pietoso ad un tempo. Lo sforzo compiuto dal ricercatore impressiona, giacché dobbiamo considerare che la volontà di restituire dignità alle singole biografie si scontra con la difficoltà di raccogliere tracce autobiografiche o, per lo meno, testimonianze non emesse dalle istituzioni preposte al controllo. Aggiungiamo poi che le stesse fonti ufficiali, gli elenchi stilati dalle autorità, producono dati discordanti e non consentono di chiarire la sorte di ben tredici internati.

Il fenomeno esaminato ha un impatto considerevole sul territorio e sulla stessa memoria personale dei vicentini che all’epoca entrano, in diverso modo, per vari motivi (di lavoro, svago, interesse) a contatto con gli internati. E’ importante segnalare tuttavia come solo in anni recenti tale memoria celata abbia trovato spazio per una riproposizione ed un racconto pubblico: ne sia prova la tardiva pubblicazione delle memorie di don Michele Carlotto, giusto tra le nazioni dal 1996 ("Pensando al passato. Memorie di guerra a valli del Pasubio 1942-1945", Schio 1998); così pure l’apparizione sul quotidiano locale dei primi reportage relativi alla questione risale agli anni Novanta. Il non averne mai parlato prima, il non avere avuto modo di elaborare un discorso pubblico, un racconto condiviso e codificato, ha prodotto come conseguenza specifica una straordinaria vivezza dei ricordi proposti al ricercatore dai testimoni interpellati.

In chiusura mi pare interessante recuperare la riflessione introduttiva, affinché essa ci aiuti a comprendere le ragioni di un difetto di memoria tanto durevole ed evidente: "La scarsa attenzione al fenomeno qui studiato - scrive Tagini - è riconducibile a quella che è stata una tendenza generale della storiografia italiana attenta a tralasciare molti argomenti ‘compromettenti’ del secolo scorso. Riportare alla luce le leggi razziali approvate dal governo fascista […] e il sostanziale accordo con la prassi persecutoria nazista […] non può far altro che ricondurre alle vere responsabilità storiche di un popolo, fino ad oggi così tanto cresciuto nel mito ‘degli italiani brava gente’" (p. 11).

All’oblio di fuga, al voler-non-sapere si salda una sottovalutazione indotta: l’effetto riduzionistico è prodotto dal raffronto fra l’ineffabile follia di Auschwitz e le altre forme di persecuzione, pur reali e odiose.

Infine non va trascurata la necessità, valida per tutti i protagonisti in campo, non esclusi gli ebrei sopravvissuti, di allontanare da sé il trauma della guerra vissuta e subita: "L’evento guerra aveva così spossato e traumatizzato gli animi degli italiani che questi, nel periodo postbellico, non avevano sentito affatto il bisogno di ricordare qualcosa di così spiacevole come l’internamento fascista degli ebrei e di cui, per certi versi, avrebbero potuto considerarsi anche colpevoli. Non c’era il tempo né la necessità di ripensare e tanto meno di raccontare" (p. 14).

Alla fine della guerra rimasero quindi a testimoniare tale presenza - nei luoghi che li avevano visti ospiti involontari - le poche cose abbandonate, nascoste, requisite. Altri se ne appropriarono, ignorandone forse la provenienza, la pregnanza di senso, la significatività in quanto tracce, a livello umano e storico.

Perciò il lavoro di ricostruzione storica, in questo più che in altri contesti, si rivela nella sua natura terapeutica e giustificatrice; intendendo per giustificazione un atto riparatorio, che mentre rende conto dell’accaduto, dell’irreparabile, della colpa, interpella noi nel qui ed ora del nostro stare al mondo.