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L’Italia e la sua Onorata Società

Sono passati 15 e più anni dagli scandali che travolsero Craxi, Forlani e company e con loro il PSI, la DC e la Prima Repubblica; un paio di anni fa, nel breve volgere di pochi mesi, cadevano come birilli travolti da scandali enormi i vari Fazio, Moggi, Vittorio Emanuele… L’Italia sembrava frastornata e incredula: ma come, anche l’austera Banca d’Italia, anche la Juventus "vecchia signora" del calcio, persino quel povero vecchio erede al trono in esilio, finiti inesorabilmente nel letamaio degli scandali?

Oggi tutto questo sembra quasi preistoria, si pensi soltanto a pochi fatti emblematici di questa Italia del XXI secolo: presidenti di regione condannati o agli arresti, ma attaccati alla poltrona sino all’ultimo e che anzi torneranno probabilmente e trionfalmente in testa alle liste elettorali dei rispettivi partiti; intere classi politiche responsabili per il disastro campano che si rimpallano le accuse, mentre le immondizie si accumulano lungo le strade al ritmo di centinaia di tonnellate al minuto; comandanti di vigili urbani delle "virtuose" città del Nord che riscuotono percentuali sulle multe notificate ai malcapitati da società esterne; società del gas che usano contatori da tempo "difettosi" a danno degli utenti ignari; l’intero Sistema Sanitario Nazionale, da nord a sud, con direttori e talora persino primari di nomina politica; il tutto mentre i bravi dottori di "Medici senza Frontiere" (vedi il servizio sul tg3 delle 14.30 del 30 gennaio) battono le campagne tra Campania e Calabria per portare soccorso a migliaia di clandestini immigrati in bidonvilles a ridosso dei campi senza assistenza medica, senza acqua potabile… E ancora, migliaia di utenti che reclamano ogni giorno presso gestori telefonici o di altri servizi il rimborso di somme indebitamente percepite, costretti poi spesso a un lunghissimo calvario tra avvocati, carte, bolli, trasmissioni televisive di denuncia, senza neppure la certezza di potere ottenere alla fine (ossia dopo anni) il dovuto.

Difficile trovare qualcosa di simile a questo sfacelo morale e organizzativo nel gruppo di testa dei paesi ricchi, quel G8 cui pure l’Italia da tempo appartiene, o anche all’interno dell’Unione Europea allargata ai nuovi paesi. Si ha quasi l’impressione che non un pezzo d’Italia soltanto sia scivolato nel terzo mondo, ma che ci stia inesorabilmente scivolando il Paese tutto intero.

Che mafie e camarille mafiose la facessero da padrona in tante parti del nostro Sud non è una notizia di ieri; che a Roma o a Milano la politica locale si muova secondo logiche di parte o privatistiche e inseguendo interessi talora inconfessabili non è una novità. La cosa più preoccupante, e che non lascia molta speranza, è l’incredibile stato di assuefazione al peggio che manifesta la società italiana nel suo complesso, a un peggio che era iniziato con l’era del socialismo craxiano in combutta con strani personaggi tipo il Calvi del Banco Ambrosiano (si ricordi il durissimo, profetico giudizio di Berlinguer: una banda di gangster si è impadronita del più antico partito dei lavoratori italiani…); che aveva trovato l’apoteosi all’epoca dei governi di Berlusconi con il codazzo dei suoi amici-ideologi vecchi e nuovi (da Sgarbi a Previti, da Ferrara a Baget Bozzo). Che però, e accadeva soltanto due anni fa, pareva definitivamente sepolta dall’ultima pur faticosa vittoria dell’Unione di Prodi e Veltroni.

Pareva appunto. In realtà il marciume di questi anni, montando come una piena inarrestabile, ha sepolto tutta l’Italia, come emblematicamente e visivamente ci mostra la spazzatura per le strade di Napoli, città da molti anni amministrata dalla sinistra.

Chiedersi come sia potuto accadere, come non ci si sia potuti accorgere di questa deriva che pure era sotto gli occhi di tutti, persino di fior di presidenti della Repubblica, di emeriti presidenti di Corte dei Conti e di Corte di Cassazione, di stimati costituzionalisti che, instancabilmente, con sommo garbo e retorica eleganza, non cessavano di denunciare nelle pubbliche allocuzioni i "mali del paese", chiedersi questo, oggi, sembra persino retorico e superfluo. Il disastro italiano è sotto gli occhi di tutti.

Ma il disastro non è in sé quello dei rifiuti che, prima o poi, saranno fatti sparire dal solerte commissario De Gennaro, è piuttosto nell’incredibile e diffusissima accettazione dell’illegalità e del malaffare, della cattiva amministrazione a tutti i livelli; è nella rassegnazione al sopruso e all’imbroglio sistematico, eretti a regola sovrana della vita pubblica, e ormai visti come eventi naturali cui non è dato rimedio: concorsi truccati, parenti e amici piazzati dove conta non solo nelle regioni e nei comuni, alla RAI e nelle aziende pubbliche, ma anche nelle università, negli ospedali, nelle bande di paese e nei circoli della briscola.

Il disastro, a ben vedere, non è che due presidenti di regione siano stati allontanati dall’incarico (capita anche in altri Paesi del mondo), bensì nel fatto che senza pudore torme di sostenitori entusiasti e sdegnati – con l’entusiastico e convinto appoggio dei media – li facciano passare per vittime del sistema e che i magistrati che hanno fatto il loro lavoro siano messi alla gogna davanti al tribunale mediatico. Quando le vere vittime – ci è dato supporre - sono le popolazioni del Sud, afflitte ormai da mezzo secolo di malgoverno e da classi dirigenti impresentabili. Fra un altro mezzo secolo forse, come risvegliandosi da un brutto sogno, qualcuno si chiederà: ma quando è cominciato tutto questo?

L’Italia "patria del diritto", così si dice ancora pomposamente agli studenti di giurisprudenza; l’Italia che in questi anni combatte nobilissime battaglie per l’abolizione della pena di morte nel mondo; l’Italia che manda i propri reparti scelti di polizia ad addestrare le polizie dell’Irak e dell’Afghanistan contro i terroristi, la guardia costiera albanese contro le mafie... Peccato che, in casa propria, l’Italia non sembri avere polizia e mezzi sufficienti a reprimere adeguatamente le proprie mafie, la criminalità organizzata che spadroneggia in intere regioni, né sembra aneli troppo a dotarsi di leggi e procedure capaci di funzionare da deterrente efficace per tutta una serie di delitti diffusissimi e odiosi, come il racket, l’usura, lo stupro, lo scippo, la truffa ai danni di vecchi soli in casa, il raggiro di consumatori e risparmiatori su larga scala. L’Italia di oggi, a un alieno, parrebbe la repubblica fondata non sul lavoro ma sulla truffa e la prevaricazione scientificamente organizzate.

La truffa, sia essa quella casereccia fatta da un piccolo delinquente, o quella fatta da grandi finanzieri in combutta con certe banche, tipo il caso Parmalat, è punita dal nostro Codice in modo talmente irrisorio da venire di fatto incentivata. Non parlo a caso della truffa: è questo, non solo in Italia beninteso, il reato più redditizio del nostro tempo, anche grazie alle tecnologie informatiche di cui i malintenzionati sanno di solito servirsi egregiamente. Gli altri Paesi si sono attrezzati: in America i responsabili dello scandalo Enron, che hanno mandato in rovina decine di migliaia di famiglie, sono stato condannati chi a 30 chi a 50 anni di carcere. Questo fa la differenza: il truffatore da noi la passa liscia e al più dopo qualche mese di carcere un qualsiasi avvocaticchio anche alle prime armi lo tira fuori di galera e lo raccomanda ai servizi sociali per una sollecita rieducazione...

In Inghilterra uno stupratore ritenuto ancora in grado di nuocere, può essere tenuto in carcere anche a vita, a discrezione del giudice, che lo lascerà uscire solo se e quando avrà avuto garanzie sostanziali (non puramente formali) sulla cessata pericolosità; da noi lo stupratore può uscire dopo un mese e anche meno, e girare magari sotto la casa della sua vittima, persino violentarla ancora o ucciderla. E’ già accaduto.

L’Italia non è più la culla del diritto, non sarebbe neppure esatto dire che si è messa da tempo il diritto sotto i piedi, no: se lo è messo sotto il culo, e a chi reclama i propri diritti in quanto parte lesa, va spernacchiando in faccia indecorosamente. Intanto prosperano gli avvocati, si moltiplicano le carte, le pratiche arretrate… e chi ha abusato e prevaricato la fa franca tra lungaggini e prescrizioni, tra indulti e condoni. Il nostro sistema penale è un grandioso monumento alla stupidità di una intera classe dirigente, e l’incredibile è che devono averlo pensato fior di giuristi in combutta con tanti pretesi statisti e padri della patria.

Negli ultimi anni in verità i codici sono stati più volte riformati, si è istituito il rito abbreviato, si è parecchio depenalizzato, si è ricorsi a forme di giustizia conciliativa. Ma tutti sanno che, ancora oggi, imbarcarsi in Italia in un processo qualsiasi è un incubo, e che solo i disonesti in questo sistema ci vivono alla grande.

Eppure forse non occorrerebbe neppure fare grandi rivoluzioni giuridico-procedurali, basterebbe ri-partire, dal buon senso comune, per esempio dal sano e vecchio principio che un sistema penale funziona solo quando davvero spaventa il delinquente, cosa che oggi in Italia non pare avvenga di regola. Basterebbero forse pochi ritocchi al codice: moltiplicare la pena minima e la massima per due, per tre, per cinque in ragione della recidività (in America, dopo la terza volta che si compie lo stesso reato, si può finire in carcere a vita), aumentare gli anni di galera a disonesti e imbroglioni in ragione del numero dei truffati (perché, se prendo più o meno la stessa pena fregandone uno o mille, mi conviene – principio elementare di "economia criminale", sfuggito ai nostri grandi giuristi- fregare più gente possibile), togliere di mezzo indulti e altre amene facilitazioni a delinquere inventate dall’Onorata Società dei politici e dei furbi degli ultimi anni.

Nell’impero cinese il funzionario corrotto veniva ucciso insieme a tutta la sua famiglia, ossia al suo clan; ancor oggi nella Cina "comunista" i funzionari corrotti finiscono davanti al plotone d’esecuzione: non c’è pietà per chi ha tradito la fiducia del popolo. Da noi, se sono proprio così fessi da farsi prendere con le mani nel sacco, possono sempre sperare di fare qualche mese non in carcere ma ai "servizi sociali", o persino di "pubblica utilità". Ci sarà pur una via di mezzo, fra questi due estremi!

Berlinguer parlava di "questione morale", venendo sbeffeggiato dai "compagni" socialisti, non pochi dei quali si sono rifatti una verginità prima nel PDS poi DS poi PD. Sarà un caso, ma oggi la stessa sinistra su questi temi usa molta retorica, mentre la pratica lascia a desiderare. Questo stato di cose ha certamente radici lontane, che neppure pensiamo di affrontare in queste poche righe. Possiamo solo ricordare un paio di cose, ad esempio che in Italia il furbo è ancora l’ eroe e il simpaticone non solo del popolino e della televisione, ma persino di tanti intellettuali e della stampa apparentemente più seria. I vari Moggi, Corona e compagnia bella imperversano nei talk show che se li contendono accanitamente e a suon di milioni. La serietà in politica è stata fatta a pezzi e non da ieri.

I tempi del buon vecchio Tanassi, primo ministro della repubblica a finire in un carcere, sembrano lontani anni luce. Craxi non scontò nulla, sfuggito alla giustizia, fu già nel suo esilio di Hamamet presentato come vittima e capro espiatorio di un sistema.

Oggi, un politico con le stesse accuse e anche più pesanti, ha ottime speranze di essere presentato come un martire e, dopo l’esemplare lezione di Berlusconi, di far passare i magistrati che lo giudicano come carnefici e sadici impenitenti. In Parlamento, com’è sotto gli occhi di tutti, si può arrivare ormai per meriti molto dubbi: la strada era stata aperta in verità da quell’ineffabile e immarcescibile padre della Repubblica che portò in parlamento una certa Cicciolina.

Un giornale inglese di qualche anno fa, al tempo del secondo governo Berlusconi, avvertiva: il guaio non è che l’Italia abbia un capo di governo come Berlusconi, bensì che più o meno metà della popolazione creda veramente che un personaggio simile sia il salvatore della patria di cui c’è bisogno.

Normalmente - si dice - in un paese sano il gioco dell’alternanza tra le diverse maggioranze rimette in qualche anno le cose a posto, cacciando dal governo i disonesti e gli incapaci e favorendo il ricambio. Il guaio è che le facce sono sempre quelle… In più, per restare in tema di diritti calpestati, ci troviamo con una sinistra che non sa ancora (e spesso si vergogna di) affrontare i problemi della sicurezza e della giustizia mettendosi dalla parte del cittadino comune, che ha ormai il terrore di rivolgersi alla giustizia per reclamare quanto gli spetta o il risarcimento di un diritto leso. Di fronte a tanti piccoli soprusi quotidiani, è spesso conveniente subire e tacere.

Ogni tanto qualche volonteroso ci parla del problema di garantire la certezza della pena, quando in realtà oggi c’è anche e soprattutto un problema di adeguatezza della pena e di efficace deterrenza: tre anni a un truffatore – ossia in pratica la certezza di fare al massimo qualche mese effettivo (a volte solo poche settimane) di carcere - significano una sola cosa: la certezza dell’impunità.

L’impiegato allo sportello che non capisce la richiesta del cittadino, ritarda o sbaglia a istruire la pratica facendogli perdere tempo e denaro, resta impunito e magari viene pure promosso.

Da dieci anni più o meno una nota tv privata reclama in base a leggi e sentenze dello stato, e ora persino della stessa Corte europea, il diritto a trasmettere su frequenze che le furono usurpate dal governo presieduto da un noto e sorridente magnate della tv: pare che il proprietario di detta tv privata neanche ora possa essere sicuro di avere presto e integralmente quello che gli spetta.

L’Italia, erede della civiltà giuridica romana e culla del diritto, ha prodotto questo bel risultato: una giustizia che rassicura i furbi e i prevaricatori. E spaventa tutti gli altri.