Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Joan Jonas

I video della performer newyorkese in una mostra alla Galleria Civica di Trento.

Il personaggio che ci guarda dal monitor è una signora di una certa età. La vediamo aggirarsi nella propria casa (una casa molto personale, non di lusso, forse di campagna, piena di cose) dove appare ogni tanto un cane, unico altro personaggio animato.

Un documento di vita quotidiana? Una sbirciata nel privato delle sue abitudini domestiche? No, non è questo, c’è dell’altro che Joan Jonas, l’artista newyorkese presente con questa e altre opere alla Galleria Civica di Trento (fino al 2 marzo) ci vuole dire. In realtà, ciò che vediamo sono solo i momenti che seguono il risveglio e precedono l’andare a letto, momenti in cui lei si avvicina alla telecamera ed augura il buongiorno o la buonanotte.

Con chi sta parlando, a chi si rivolge, stando anche un poco in attesa di una improbabile risposta? Si rivolge insieme a se stessa e a noi, in una dinamica piena di raffinata ironia che riscatta quella che potrebbe invece essere percepita solo come una situazione malinconica, e assume la cadenza regolare, rassicurante o forse solo scaramantica di un rito compiuto davanti alla specchio. "Con l’età, l’elemento comico è diventato un importante ingrediente del mio lavoro" ha detto l’autrice.

Lo specchio è uno degli oggetti dei quali Joan Jonas si serve fin dalle sue prime esperienze nel campo della performance, ad esempio in "Mirror Pieces", un’azione del 1969 che viene qui rievocata attraverso un’installazione ed un video: qualcosa che le permetteva allora di intervenire sulla percezione dello spazio e sul coinvolgimento degli spettatori, ma che col passare del tempo ha visto accentuare anche il suo valore simbolico. "Good Night Good Morning", l’opera sulla quale abbiamo aperto questo pezzo, è qualcosa che riguarda insieme gli elementi del tempo (la ciclicità), dello spazio (la convessità, l’interno-esterno) e dell’identità, temi che sono in realtà delle costanti nella sua ricerca.

Bisogna riconoscere che la Jonas, nella sua dimostrata capacità di servirsi e di fondere diversi linguaggi, come è nei migliori artisti che praticano la performance, manifesta anche una precisa consapevolezza del fatto che un’azione dal vivo non può essere riproposta in galleria come pura registrazione video: i tempi, il montaggio, il sonoro, gli oggetti accostati al video, l’assetto per lo spettatore, tutto concorre a fare di queste opere qualcosa di autonomo dalla performance come tale, che pure ne costituisce l’evento generatore. Ed è anche questo il senso del titolo "My New Theater" col quale ha voluto raggrupparle, accentuato dal fatto che noi osserviamo il video entro una scatola di forma conica ed una cornice che in qualche modo alludono agli apparecchi del pre-cinema.

Vi sono altre parole chiave dell’immaginario e del linguaggio di Joan Jonas. La prima è il disegno, inteso non tanto come esito ma come atto del disegnare: la vediamo picchiettare col gesso delle pietre per trarne delle teste, disegnare a memoria un paesaggio su una pietra di lavagna allo specchio, ritrarre il suo cane (che costituisce un vero e importante personaggio presente in tutti questi filmati), la vediamo perfino disegnare alla cieca il profilo del proprio corpo su un lenzuolo che la ricopre (ancora una bizzarra, efficace idea sul tema dell’identità).

Altra parola chiave è la danza, che nella sua accezione antiaccademica non ha intenti spettacolari ma costituisce il modo spontaneo di esprimere, talvolta anche in forma ironica, un certo senso dell’energia vitale, sia quando agisce da sola, sia quando coinvolge come performers bambini e adulti di paese. Il punto estremo di questo senso della danza lo troviamo nel video dedicato a un ballerino di tip tap: sembrerebbe a prima vista un semplice documentario su un modo anomalo e in via di sparizione di interpretare questo ballo, ma in realtà coglie qualcosa di "spontaneo e di magico" legato alla cultura di un luogo.

Nonostante la ricerca di Joan Jonas si rivolga in modo esplicito alle problematiche del linguaggio (talvolta con una complessità non facile da portare a sintesi, come vediamo ad esempio nell’installazione riferita alla performance realizzata l’anno scorso a Como), la sua capacità di cogliere qualcosa di fuggevole ma essenziale – come ad esempio la "grazia evanescente della natura animale", o l’idea di essere in più di un luogo contemporaneamente, o ancora l’aspetto e il tempo di una pietra – ci trasmette nell’insieme il sentimento di un contatto profondo e positivo che lei possiede con aspetti ancestrali e primari, la capacità di fare tesoro di certe esperienze infantili, la curiosità per le antiche culture, un sentimento della vita che nel tempo si è arricchita di una giocosa e ironica saggezza.

Parole chiave:

Commenti (0)

Nessun commento....

Scrivi un commento

L'indirizzo e-mail non sarà pubblicato. Gli utenti registrati non devono inserire il codice e possono modificare il proprio commento dopo averlo inserito.

Riporta il codice di 5 lettere minuscole scritto nell'immagine. Puoi generare un nuovo codice cliccando qui .

Attenzione: Questotrentino si riserva la facoltà di cancellare commenti inopportuni.