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Icone d’Africa

Alla galleria "Transarte" di Rovereto un'interessante esposizione (artistica, non folkloristica) di sculture e fotografie dei più importanti artisti africani contemporanei.

La galleria Transarte di Rovereto non è certo nuova a iniziative incentrate sugli esisti artistici che si discostano dal mainstream europeo e statunitense. Se in passato, però, si è voluto dare spazio ad artisti in qualche modo marginali, poco noti al grande pubblico, con "Icone d’Africa" al centro della scena troviamo alcuni dei più importanti protagonisti dell’arte africana contemporanea, da Seni Camara a Georges Lilanga, ambedue presenti alla Biennale di Venezia del 2001.

Dimentichiamoci le solite maschere africane, le statuine vendute in spiaggia, gli oggetti un po’ totem e un po’ tabù, più consoni a un museo antropologico che a uno d’arte contemporanea. E dimentichiamoci infine la predominanza dei colori scuri, su tutti il nero dell’ebano: l’arte africana contemporanea scoppia di colore e soprattutto di vita. A iniziare dalle sculture del tanzanese Georges Lilanga (1934-2005), forse il più noto e singolare degli artisti africani contemporanei, fautore, a partire dalla fine degli anni ‘60, di un immaginario demoniaco-fumettistico che sembra anticipare alcune delle icone della street-culture, come Harig e Basquiat.

Un’opera di Georges Lilanga.

Figure spettrali sono anche al centro delle ricerche della senegalese Seni Camara (1945), la più apprezzata scultrice africana contemporanea. Le sue sculture in grande formato, eseguite esclusivamente in terracotta, presentano un’iconografia che si rifà ai misteriosi riti dei Diola, l’etnia a cui Camara appartiene: grandi e mostruose dee-madri antropomorfe nate dalla terra, spesso colte nell’allattare altrettanto informi cuccioli che sembrano germogliare dai loro stessi corpi.

L’arte africana contemporanea non è però solo scultura. A ricordarcelo nel percorso sono le grande fotografie cibachrome di Ousmane Ndiaye Dago (1951), residente a Dakar e autore di un’originale indagine sul corpo femminile, svelato nel suo lato più selvaggio. Il corpo diventa, nelle sue opere, il luogo dell’esplorazione delle origini della vita. I segni della terracotta, tracciati sul corpo delle modelle, lentamente mutano, seccandosi quasi a divenire polvere. È l’idea di donna come madre-terra, anche se, in verità, c’è poco o nulla di materno in questi corpi scolpiti nella sensualità, carichi di energia e di contrastanti pulsioni.

Tra realismo epidermico e simbolismo si colloca invece il lavoro di Sunday Jack Akpan (1940). Diventato scultore in seguito a una visione, l’artista iniziò a produrre, su commissione, maschere funerarie fortemente policrome, abbozzate nella sabbia e rifinite in cemento armato. La stessa tecnica venne adottata anche in seguito, quando, svincolato il lavoro dauna pratica artigianale, l’artista si dedicò a ritrarre, a grandezza naturale e con una meticolosa attenzione a costumi e ornamenti, capi tribù e oscuri sciamani. Peccato solo che l’opera che sarebbe dovuta essere esposta in mostra, e che è stata utilizzata tra l’altro come logo della stessa, è andata parzialmente distrutta nel corso del trasporto…

Dall’arte funeraria all’arte della vita, magnificamente sintetizzata in due sculture di Eloi Lokossou (1965). Ambedue le opere sono legate ai riti per la fertilità femminile, e raffigurano l’una un busto di donna gravida (con evidenziati nel dettaglio i particolari anatomici femminili), l’altra un busto femminile carico di due neonati allattanti. Tramite delle cinghie, queste sculture vengono ancora oggi indossate sul petto dagli uomini di alcune tribù africane, come gli Yoruba della Nigeria e i Nago del Benin, terra nella quale l’artista si è formato, passando in pochi anni dalla pratica artigianale a quella artistica. Oggi il lavoro di Lokossou è riconosciuto a livello internazionale, come dimostrano, ad esempio, le sue partecipazioni a mostre come "Africa nera" (Napoli, 2006) o "Arte africana contemporanea" (Lugano, 2006).

Una scultura per la fertilità di Eloi Lokossou.

Apparentemente più tradizionali sono invece le sculture lignee di Symon Nyedi Dastani (1935-2005), nativo del Mozambico ma attivo a Dar Es Salaam, in Tanzania. Egli è infatti uno dei maestri storici della scultura makonde, genere tanto apprezzato anche da alcuni importanti artisti europei del ‘900, su tutti Alberto Giacometti. Il suo lavoro è noto a un pubblico di respiro internazionale anche grazie alla partecipazione all’importante mostra tenutasi nel 1989 al Musée des Arts Africains et Océaniens di Parigi.

Se la scultura africana contemporanea ha oramai segnato il passaggio da una pratica folkloristico-artigianale ad una squisitamente artistica, non mancano comunque delle persistenze di oggetti-feticcio. A ricordarcelo nel percorso sono un folto gruppo di Colon, statuette raffiguranti persone di colore in abiti e attività occidentali, eseguite dai Baulé, popolazione della parte centrale della Costa d’Avorio.

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