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Il lavoro delle guardie ucraine

Quello che bisogna sapere per accogliere degnamente Mischa Seifert, il “boia di Bolzano” estradato in Italia.

Quinto Antonelli

"Comandava il campo l’Untersturmführer delle SS Titho, non meglio identificato; ma il vero comandante ed esecutore di tutti gli ordini era il maresciallo Haage che ora abita presso il Gutweniger Karl a Merano [...]. Le due anime dannate e veri massacratori erano gli ucraini, traditori dell’esercito russo: Michael Seifert e Otto Sein, che sono stati visti circolare in borghese per le strade di Bolzano. Essi più e più volte dissero che, finita la guerra, per tema di ritornare in Ucraina, si sarebbero dati al vero brigantaggio. Fra i soldati delle SS uno dei più feroci seviziatori era il soldato Cologna (abitante in Egna-Bolzano); egli per tema di passare come protettore degli italiani cadeva in questi eccessi spaventosi. [...] Non è da dimenticare il milite o sergente Pescosta delle SS tedesche, che nel campo si vantava di aver preso parte ad un plotone di esecuzione. Nemmeno può essere dimenticata l’opera nefanda e nefasta della cosidetta ‘Tigre’, cioè la virago Hilde Loscher di Berlino la quale è stata vista in Bolzano in via Belluno 9".

Mischa Seifert quando spadroneggiava nel lager di Bolzano

Così iniziava una delle prime denunce (di Alfredo Poggi, avvocato socialista genovese) che venivano raccolte ancora nel 1946 e trasmesse per l’azione giudiziaria nei confronti dei responsabili del Durchgangslager di Bolzano.

Mischa Seifert a Vancouver, non molto prima dell'arresto.

La possiamo leggere per intero insieme ad altri documenti processuali, nell’utilissimo volume curato da Giorgio Mezzalira e Carlo Romeo, "Mischa. L’aguzzino del Lager di Bolzano. Dalle carte del processo a Michael Seifert". Edito nel 2002 dal Circolo Culturale ANPI di Bolzano, come secondo numero dei "Quaderni della memoria", è un contributo del tutto nuovo per il Trentino, vista l’inesistente diffusione nelle biblioteche. Così come non è noto (e quindi è nuovissimo) il precedente numero dei "Quaderni", curato da Mezzalira e Cinzia Villani, "Anche a volerlo raccontare è impossibile: scritti e testimonianze sul Lager di Bolzano", edito nel 1999, dove si segnalano le pagine diaristiche di Berto Perotti, intellettuale comunista veronese, rinchiuso nel campo il 15 febbraio 1945.

IC due quaderni sono indispensabili per accogliere come si deve Michael Seifert, condannato definitivamente all’ergastolo, estradato dal Canada in questi giorni per essere trasferito nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), con un buon apparato informativo e documentario e con alcune riflessioni di cui riferiremo.

Ma chi è Michael Seifert? Che cosa si conosce della sua storia?

Nato in Ucraina nel 1924 da genitori tedeschi, alla fine del 1943 viene arruolato nei reparti delle SS; nel marzo del ’44 è localizzato in Pomerania, per poi essere assegnato al "Comando della polizia di sicurezza e del servizio di sicurezza presso il comando supremo delle SS e della polizia in Italia". Nel dicembre del 1944 è addetto alla vigilanza nel Lager di Bolzano.

Al processo gli ex internati se lo ricordano ancora bene: ben piantato, biondiccio, rubicondo.

Responsabile, sembra, di aver stuprato in città, una ragazzina di 12 anni, nel Lager lui e l’inseparabile Otto Sein erano considerati i "padroni delle celle", liberi di torturare e di seviziare.

"I due – ha scritto Enrico Pedrotti, testimone oculare – circolavano per i corridoi con i guanti di pelle nera. Erano diventati un simbolo, e quando li vedevamo in quel modo, un brivido correva per le celle. Non si sapeva a chi toccava il turno".

(Ma soprattutto il lavoro delle guardie ucraine si sentiva, si propagava, veniva amplificato dalle voci. Scrive Berto Perotti, nel diario riprodotto nel volume di Mezzalira e Villani: "Oggi dalle celle provenivano lamenti e grida di dolore. La solita storia, il lavoro delle guardie ucraine. Dicono che un prigioniero delle celle sia morto oggi. [...] Un inferno è là dentro, un vero inferno. Uno è morto nelle loro mani, lo hanno finito. Un altro è ancora vivo, ma bisogna vederlo. ‘Sì – fa un altro amaro – bisogna vederlo. Gli danno ora di nuovo da mangiare, perché non crepi, anche lui’.

‘Abbiamo sentito – dice uno di noi – le urla e i lamenti. Sempre sentiamo, anche di notte, i gridi di quelli che picchiano. La notte scorsa chiamava aiuto una voce. Doveva essere una donna. Non era una donna?’

‘Sì – fa uno di loro, cupo, riflettendo, - deve essere stata una donna’".

Come è stato accertato, nell’arco di pochi mesi Seifert provoca la morte di almeno diciotto persone "che non prendevano parte alle operazioni militari – come recita la sentenza – e si trovavano prigioniere nel menzionato campo di concentramento, adoperando sevizie nei loro confronti ed agendo con crudeltà e premeditazione".

Rientrato in Germania, nel 1951, Seifert, sotto falsa identità raggiunge il Canada; trova casa e lavoro a Vancouver, dove nel 1969, ritenendosi fuori pericolo, regolarizza la propria posizione, acquisisce la nazionalità canadese e si fa raggiungere dalla madre.

E questa è una storia, l’altra che dobbiamo conoscere, ben documentata nel volume di Mezzalira e Romeo, è quella, parallela, del processo.

Come scrive il Procuratore militare della Repubblica di Verona, Bartolomeo Costantini, l’azione penale contro Seifert "per il reato di violenza con omicidio contro privati nemici e prigionieri di guerra", in realtà era già iniziata nel 1946, quando gli aguzzini erano ancora facilmente rintracciabili ("girano in borghese per strade di Bolzano", si denuncia) e i ricordi dei testimoni ben vivi.

La Procura generale militare di Roma aveva aperto un fascicolo e a carico di Seifert aveva acquisito memoriali e testimonianze estremamente dettagliate.

Altri elementi di accusa erano emersi dalla sentenza pronunciata il 10 dicembre 1946 dalla Sezione Speciale di Corte di Assise di Bolzano, che condannava a 30 anni di reclusione Albino Cologna, altro famigerato guardiano del Lager.

Poi nel 1947 i riflettori sul campo di concentramento di Bolzano e su ciò che vi era avvenuto si spengono. Il fascicolo su Seifert anziché essere trasmesso alla Procura competente, quella di Verona, rimane a Roma, dove le indagini procedono fiaccamente. Fino al 14 gennaio 1960, quando il Procuratore generale militare della Repubblica ordina la "provvisoria archiviazione", lamentando che non si erano avute notizie utili per l’accertamento delle responsabilità. "Un provvedimento assolutamento illegale", commenta il procuratore Costantini.

Il resto è noto, ma vale la pena ricordarlo. Nell’estate del 1994 a Roma, in un locale di Palazzo Cesi, in via degli Acquasparta 2, sede degli uffici giudiziari militari di appello, viene rinvenuto un vero e proprio archivio di atti relativi a crimini di guerra del periodo 1943-1945: è "l’armadio della vergogna", per usare un’efficace espressione giornalistica dopo di allora largamente usata. Perché, con una grave violazione della legalità, la Procura Generale Militare aveva trattenuto rapporti e denunce provenienti da tutta l’Italia, sottraendo gli atti al Pubblico Ministero competente e impedendo, di conseguenza, qualunque indagine ulteriore.

Verona 2000, lettura della sentenza che condanno Mischa all'ergastolo.

Tra i fascicoli contenuti nell’armadio c’era pure quello contro Seifert e gli altri guardiani del Lager: nel 1999 presso la Procura militare di Verona si riaprono le indagini, si riavvia il processo contro Seifert che si conclude il 24 novembre 2000 con la condanna all’ergastolo. Successivamente la sentenza viene confermata dalla Corte militare di appello di Verona il 18 ottobre 2001 e, definitivamente, dalla Corte Suprema di Cassazione l’8 ottobre 2002. E dunque si arriva all’estradizione di questi giorni.

Una tardiva riparazione, che rischia di essere interpretata, nella ricezione pubblica, come accanimento contro uomini ormai molto anziani. Ed infatti qualcosa di simile deve aver detto Mike Bongiorno, quale uomo "medio", oltre che come ex internato nel campo di Bolzano.

E’ un tema, questo, che sollevano anche Mezzalira e Romeo nella loro introduzione dove scrivono: "Quando il corso della giustizia e quello degli eventi sono separati da tali abissi temporali, viene seriamente compromessa la possibilità di trovare prove e precisi riscontri. Inoltre, si può produrre un cortocircuito tra le ragioni della giustizia ed il significato che quell’atto di giustizia viene ad assumere per l’opinione pubblica e, soprattutto, per i giovani. Da tutto ciò consegue che la strada per perseguire i criminali nazisti è assai stretta e che i magistrati, consapevoli degli ostacoli che affrontano, devono procedere caso per caso e fare appello ad un inequivocabile criterio di giustizia: fino a quando ci saranno in vita le vittime, anche i carnefici dovranno – se in vita – rispondere delle loro colpe".