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PD: la gente c’è, gli apparati (purtroppo) pure…

Democratici per il PD: una falsa partenza. Eppure l’attesa è tanta, la gente disposta a spendersi pure. Quello che ostacola...

Partiamo dalla fine. Nella sala della Cooperazione stracolma, l’assemblea dei "Democratici per il Partito Democratico", nome che da solo fa ridere, è finita: la gente si alza, parte la musica... poi Wanda Chiodi, figura storica del Pci e dei Ds, cui tutti nella sinistra vogliono bene, si precipita verso il palco: "Compagni, un momento..."

La musica si spegne. Ci si è dimenticati di arrivare alle decisioni conclusive: Chiodi propone il sindaco Alberto Pacher portavoce, o coordinatore, del nuovo soggetto politico e la sala approva per acclamazione. Poi Chiodi cincischia: avrebbe altro da proporre, un coordinamento, un comitato, da qualche parte c’è anche bella pronta una lista di 40 persone. Ma non è proprio il caso, l’assemblea non ne vuole sapere di liste di nomi calati dall’alto, ha già dato durante tutto il pomeriggio vistosissimi segnali d’insofferenza.

Wanda Chiodi capisce, e ripiega: "Beh, fuori ci sono dei moduli... chi vuol far parte del comitato lascia il proprio nome". La musica riparte, la gente defluisce e in duecento si iscrivono nell’organismo dirigente.

Ecco: in quest’esito pasticciato, dilettantesco, un po’ ridicolo, si può secondo noi leggere la sintesi della situazione politica attuale, in particolare quella del Partito Democratico in perenne gestazione.

Tanta, tanta voglia di partecipazione: una sala piena come un uovo, come ai Ds e nemmeno alla Margherita era mai capitato; gente diversa, facce nuove, una bella porzione di giovani. E al contempo una diffusa diffidenza per le liturgie di partito, e un’acre insofferenza verso le nomenklature e in particolare verso i mediocri notabili della sinistra trentina.

L’assemblea era nata da una serie di esigenze, contraddittorie, eppur potenzialmente feconde. I Ds non ci sono più; a livello nazionale senz’altro, a livello locale... bah, forse. Di qui i problemi per l’establishment diessino: darsi una qualche formula organizzativa accettabile, cercare di intercettare la forte spinta verso il Partito Democratico e, infine o soprattutto, salvarsi la poltrona.

Tutto questo stretti tra due fuochi: da una parte la Margherita, che del PD per ora non ne vuole sapere (più avanti, nel 2009, nel 2010 si vedrà); dall’altra l’Associazione per il PD che, guidata da Giovanni Kessler, preme per il PD subito (vedi Vogliamo il PD anche in Trentino). Sullo sfondo, gli sforzi di Veltroni per innovare cercando di intercettare la forte domanda di nuova politica.

Di qui l’idea dell’assemblea, del nome contorto e vagamente impotente, "Democratici per il Partito Democratico", la decisione di spendere sul mercato politico l’unica figura dell’establishment di sinistra ancora credibile, Alberto Pacher.

Il sindaco Alberto Pacher fotografato subito dopo la nomina a portavoce dei Democratici per il Partito Democratico: l'espressione, non casuale, rivela la riuscita dell'assemblea.

E nel corso dell’assemblea proprio la faccia di Pacher meglio di ogni altra cosa visualizzava l’impasse: pimpante all’inizio, di fronte alla sala piena e partecipe, il sindaco via via si afflosciava sulla sedia.

Perché c’era poco da fare: le richieste dell’assemblea e le risposte del palco non s’incontravano. Gli uni chiedevano una politica nuova; idea forse vaga, ma che si fondava su alcuni principi chiari: nettezza di posizioni, rinnovamento di uomini, soprattutto votazioni per stabilire organismi dirigenti e candidati alle elezioni. Gli si rispondeva con il muro di gomma: "Oggi mettiamo in moto un processo per creare a maggio il soggetto che lavorerà per fare il PD... Creiamo le premesse per mettere assieme le varie sensibilità che intendono partecipare a questo percorso..."

Il ridicolo, appunto, peraltro già sintetizzato nella denominazione "Democratici per il Partito democratico".

Intendiamoci, la platea non era distruttiva e men che meno prevenuta. Rimaneva fredda di fronte all’intervento di Gianni Kessler, tutto fuoco e fiamme contro la nomenklatura arraffa careghe. Voleva pensare in positivo. Ma era financo feroce con chi riproponeva se stesso e i riti ormai consunti.

A un certo punto saliva sul palco un maturo militante, che a suo tempo aveva ricoperto cariche anche prestigiose. Si esibiva in un discorso che si voleva colto, ma era solo fuori tempo e luogo, irrimediabilmente vecchio. E tanto più in quel contesto: se io mi dicevo, sbuffando, "Ma cosa sta dicendo?", dietro di me un gruppetto di trentenni impietosi sghignazzavano sarcastici "Ma chi è quel poveraccio?... Ma senti che stronzate!". Il distinto signore era ormai obsoleto; ma i vari caporioni, Andreolli, Cogo e compagnia, erano solo un gradino più su.

Questo è il problema: il nascente Partito Democratico sta suscitando attese e speranze in una porzione attiva e positiva della società. Le risposte non vengono dalla Margherita, che si sta arroccando in un "progetto territoriale" dagli angusti connotati localistici, alla rincorsa del modello Svp, discutibilissimo di per sé, e irraggiungibile in assenza del collante etnico. Le risposte dovrebbero venire dagli ex-Ds, che a questo difatti aspirano: ma lì osta la cultura, gli interessi, le capacità dei maggiorenti insediatisi al comando.

E sul chi comanda, sugli organi dirigenti, si sta penosamente arrancando. "Non è facile fare un passo indietro: dobbiamo tutti ringraziare Remo Andreolli che oggi rinuncia alla carica di segretario" proclamava Margherita Cogo. E difatti Andreolli, segretario dei Ds che non c’erano più, aveva proclamato "Non smetterò di pedalare, ma da oggi lo farò non in testa, ma in mezzo al gruppo".

Bella immagine. Poi l’acclamazione di Pacher e l’abortito tentativo di fare eleggere un comitato di 40 nomi selezionati.

Risultato? Gli ex-Ds sono senza organismi dirigenti? Pacher da solo gestisce tutto?

Ma per favore! A gestire, organizzare, decidere alleanze, candidature è sempre Andreolli. Quello che dovrebbe essere in mezzo al gruppo. Democratici sì, ma senza democrazia.

"Sono le anomalie di una fase di transizione – ci risponde il senatore Giorgio Tonini – Non possiamo ora strutturarci più di tanto. Anche perchè dobbiamo pensare alle elezioni. A maggio invece, con più tranquillità, lavoreremo per darci un assetto più compiuto e deciso collegialmente".

Insomma, l’assemblea dei Democratici per il partito Democratico non ha prodotto niente.

Rischia di uscire logorata la figura di Pacher, che sarà un portavoce del nulla (e difatti il sindaco ha invocato che Tonini si candidasse a Trento, per avere vicino una voce autorevole; ma invano, le logiche nazionali hanno portato Tonini nelle Marche, "Ma chi pensa che io non intenda fare politica a Trento è meglio che non si illuda" ci dice il senatore). Ma rischia soprattutto di essere logorato il rapporto con quella parte di società dinamica, critica, propositiva, che con tanto interesse si è avvicinata al PD.

I Ds due anni fa avevano organizzato le primarie burletta (Tutte le donne del segretario), adesso l’assemblea che non doveva servire a niente: non c’è da meravigliarsi se quando prende la parola uno dei piccoli notabili la platea inarca le sopracciglia. E questo è ancora il meno: se il pseudo Pd va avanti così, a breve la società si cercherà altri referenti.