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Cosa stiamo a fare in Afghanistan

Gli obblighi in politica estera di una “media potenza” come l’Italia.

Ci si chiede, sempre più spesso: "Ma cosa ci stiamo a fare in Afghanistan?" La domanda circola da tempo e ci si chiede anche - come ha fatto di recente Renato Ballardini su questa stessa rivista - se l’intervento "umanitario" italiano in Afghanistan possa essere equiparato ad altri interventi, come quelli in Irak, in Libano o nei Balcani. Il governo Prodi ritirò il contingente dall’Irak, dove era ormai difficilmente sostenibile la tesi dell’intervento umanitario. Perché allora non si dovrebbe fare la stessa cosa anche con l’Afghanistan?

Militari italiani in Afghanistan.

La risposta deve necessariamente partire un po’ da lontano. Fu all’epoca del governo Spadolini, agli inizi degli anni ’80, che l’Italia, per la prima volta dalla fine della II Guerra Mondiale, si riaffacciò oltre i confini con le sue forze armate organizzando una vera e propria spedizione oltremare nel Libano sconvolto dalla guerra civile.

La stampa britannica di allora ironizzò sullo sbarco pittoresco con mezzi anfibi dei nostri bersaglieri, in casco piumato e belle divise old style coloniale. Ma fu una decisione coraggiosa e innovativa, che segnalava almeno due cose: la fine per il nostro Paese, uscito sconfitto dal conflitto mondiale, di un lungo dopoguerra nell’ombra (e all’ombra della NATO) e la rinascita di una concreta aspirazione a contare di più sulla scena internazionale, quanto meno ad attestarsi saldamente nel drappello di testa dei paesi alleati dell’America. Non senza qualche ambiguità: la nota politica filo-araba di Andreotti e dei nostri servizi segreti, gli atteggiamenti orgogliosi in più di un’occasione di Craxi di fronte alla prepotenza degli USA, il diffuso anti-americanismo della sinistra e dei sindacati, lasciavano il potente alleato d’oltreoceano nel dubbio circa la coerenza e l’affidabilità della politica estera italiana.

Problema non piccolo, certamente, quello della credibilità e affidabilità. Ma il problema di fondo è stato (ed è tuttora) un altro: l’Italia, una cosiddetta media potenza, a quale tipo di politica estera può ragionevolmente aspirare? E può avere una sua,autonoma, politica estera?

Sino alla fine degli anni ’70, la nostra politica estera in un certo senso quasi non esisteva: per noi la facevano la Nato e la Comunità Europea (il MEC, come allora si diceva), cui erano tacitamente delegate tutte le decisioni ritenute importanti o vitali. Dagli anni ’80 l’Italia – Paese ormai benestante che in quegli anni ha un PIL che addirittura tallona o forse supera addirittura quello britannico - sembra voler rialzare la testa, diventa consapevole di avere qualche carta da giocare e tenta appunto di contare di più sulla scena internazionale.

Dopo la missione in Libano decisa dal governo Spadolini, è tutto un susseguirsi di altri interventi e iniziative politiche in questa o quella zona calda del pianeta: dai Balcani negli anni ’90 sino alle recenti imprese in Irak e in Afghanistan.

Destra e Sinistra in questa nuova politica non differiscono granché: è il governo D’Alema che ordina ai nostri bombardieri di partecipare alle incursioni sulla Serbia e autorizza l’uso delle basi americane in Italia anche ai contingenti aerei di altri Paesi. Certo – apriamo una parentesi - il PDS ex-PCI vede nella guerra alla Serbia al fianco degli Americani l’occasione d’oro per accreditare urbi et orbi la propria definitiva conversione all’Occidente e allo spirito del Patto Atlantico; e intanto Veltroni in quegli stessi anni cominciava a parlare di Kennedy e del modello americano, mentre Napolitano, l’ex "ambasciatore del PCI" rinsaldava ulteriormente i suoi contatti oltre oceano. 

Nell’ Impero ci sono vassalli di serie A e di serie B. I primi sono quelli che si distinguono nell’accompagnare sistematicamente e qualche volta, magari, con un po’ di spirito critico le imprese decise (sempre e comunque) dall’imperatore. Il quale, solo, detta l’agenda degli impegni e degli interventi. Accanto all’Inghilterra –storicamente più che un vassallo, in realtà un co-autore della strategia imperiale americana anche dopo la translatio imperii  del dopoguerra - la lotta per contare di più tra le medie (Italia, Spagna, Canada) e medio-grandi potenze (Giappone, Germania, Francia)  è sempre stata accanita. E si svolge a più livelli, per esempio anche al livello di calibrate strategie di annuncio (tipo il recente "La Spagna ha superato il PIL pro-capite dell’Italia" e simili). Con l’ulteriore complicazione del recente arrivo sulla scena mondiale di nuovi ambiziosi aspiranti a una qualche grandeur: Brasile e India.

Soldati italiani in Libano.

E’ noto, a un altro livello ancora, che in questo contesto di competizione serrata l’Italia ha svolto e tuttora sta svolgendo una intensa opera diplomatica a livello dell’ONU per evitare che la prevista riforma del Consiglio di Sicurezza si risolva nel semplice inglobamento in esso delle quattro medio-grandi potenze ancora escluse: Germania, Giappone, Brasile e India. Il che avrebbe, come conseguenza immediata, un declassamento definitivo del nostro Paese a vassallo di serie B. 

L’Italia di quest’ultimo decennio, pur con i (mal)governi che si è ritrovata, ha visto crescere sul piano internazionale il suo peso industriale. Non è più solo il paese del miracolo delle PMI (piccole medie imprese) o dei distretti industriali specializzati, che esportano in mezzo mondo e non temono neppure la concorrenza cinese. Pochi sembrano essersi accorti che l’Italia non ha più soltanto le due solite grandi imprese, la Fiat e l’Eni, ne ha create in questi ultimi anni molte di più.

In seguito a rapidi processi di concentrazione e acquisizioni anche su scala internazionale, oggi essa piazza due banche (San Paolo-Intesa e Unicredit-Capitalia) tra le prime cinque d’Europa, una compagnia di assicurazioni (Generali) tra le prime tre; l’Eni e l’Enel hanno acquistato aziende estere e stretto accordi in mezzo mondo, dalla Spagna alla Russia, divenendo di fatto "global competitors"; Fincantieri è il primo produttore europeo di navi da crociera e vende ovunque navi militari. E poi c’è il miracolo Finmeccanica:  nel giro di un decennio l’ex-carrozzone targato IRI ha messo su la prima compagnia mondiale di elicotteri (Agusta-Westland), il primo produttore europeo di chips per l’elettronica (STS, una società fifty-fifty con i francesi), il primo gruppo europeo di costruzioni satellitari e d’industria spaziale (Selenia-Alcatel, sempre in joint venture con i francesi), il secondo nell’elettronica militare (Selex)  e via discorrendo. L’Italia, insomma, non è più il Paese che esporta solo belle scarpe e alta moda, occhiali da sole e architetti di grido, o non è più soltanto questo.

Queste imprese, si noti bene grandi imprese che operano su scala mondiale, lavorano in contatto strettissimo per non dire organico con il Ministero degli Esteri e le relative agenzie specializzate; anche il più distratto dei lettori di giornale si sarà accorto che le visite di stato in Paesi come quelli più ricchi del Medio Oriente o in India vedono il ministro di turno regolarmente accompagnato da folte delegazioni di finanzieri e industriali. Sarkozy è tornato da un suo recente viaggio in Medio Oriente con un carnet di ordini per l’industria francese ammontante a svariate decine di miliardi di euro: politica estera e grande impresa vanno a braccetto. Nessuno ci trova nulla da ridire: le imprese gongolano e i sindacati vedono lavoro assicurato per anni. I tempi di Mattei all’ENI, che andava da solo a procacciarsi gli affari in giro per il mondo, sono passati da un bel po’. Oggi l’Eni manda in avanscoperta il ministro degli Esteri, e lo stesso fanno Fiat, Finmeccanica o Enel. Come a dire: è ormai il peso internazionale del Paese (non a caso si parla sempre più di "sistema-Paese") che risulta sempre più determinante nella conclusione dei grandi affari su scala globale.

Ecco, è in questa complessa situazione che vanno inquadrate le iniziative della politica estera italiana degli ultimi 20-30 anni. I Paesi che inviano contingenti militari all’estero, nell’ambito delle politiche imperiali decise a Washington, non lo fanno evidentemente per caso (né certo per spirito filantropico o umanitario), bensì cercano semplicemente di aumentare il loro peso internazionale. Si qualificano o tentano di qualificarsi come alleati importanti degli USA, da cui si aspettano poi un trattamento di favore, un riconoscimento del proprio ruolo di primo piano e, last but not least, una congrua fetta nella divisione internazionale degli affari. E nella divisione internazionale degli affari la politica estera conta, eccome se conta. Ad esempio esiste un comitato internazionale in sede NATO che elabora una lista di prodotti ad alta tecnologia che non possono essere venduti a certi Paesi, si può intuire in base a quali criteri. Con certi Paesi inoltre – anche se non esiste un embargo ufficiale decretato dall’ONU - non si fanno affari senza il placet degli USA che, ad esempio, negano licenze di importazione come ritorsione contro società europee che commerciano con Stati-canaglia.

Italiani in Kosovo.

Qui però occorre fare una distinzione: le potenze medio-grandi hanno evidentemente margini d’azione (e di contrattazione) più ampi di una potenza media quale è l’Italia. Per esemplificare: il rifiuto tedesco o francese a prender parte all’impresa irakena non ha minimamente compromesso il loro peso internazionale, né declassato il loro status: possono, fino a un certo punto, permetterselo.

Viceversa, medie potenze come l’Italia o Paesi scalpitanti come la Spagna, hanno sempre qualcosa da perdere nel defilarsi o nel rinunciare a priori a questo genere di impegni militari, o nel tentare di aggirare i veti commerciali imposti dagli USA, perché rischiano ritorsioni o declassamenti difficili poi da rimediare.  

Ci si dovrebbe chiedere tuttavia: questa politica estera dell’impegno militare italiano in aree lontane accanto agli USA, più o meno sotto copertura di dizioni rassicuranti come "impegno umanitario", "missione d’aiuto", "missione ONU", ecc., è davvero sempre adeguata allo scopo e agli obiettivi su descritti? Ossia a mantenere l’Italia nel drappello di testa dei vassalli, a farla entrare nei salotti che contano della politica e dell’ affarismo internazionale?

Su un altro piano, poi, dovremmo chiederci: è questa davvero la politica estera – sostanzialmente condivisa da tutti i partiti politici, eccetto la Sinistra Arcobaleno - che gli italiani vogliono? Una diversa politica, con disimpegno da tutte le missioni militari o finto-umanitarie, avrebbe senso e sarebbe nell’interesse del Paese (del "sistema-Paese"), o sarebbe del tutto velleitaria e magari autolesionista?

Qualcuno periodicamente ci ricorda che la politica estera italiana era fatta dalla NATO prima, e ora deve essere fatta dall’Unione Europea: come a dire che l’Italia dovrebbe rinunciare a perseguire autonomamente grandi obiettivi di politica estera e limitarsi a cercare di contare di più dentro le istituzioni europee. Sappiamo che l’Unione ha da tempo un suo ministro degli esteri, l’elegante e abile Xavier Solana; ma sappiamo pure che non per questo Francia, Germania e Inghilterra hanno rinunciato a una propria politica estera, né tanto meno si sognano di abolire la carica di ministro degli Esteri per delegare tutto al pur brillante Solana. L’Europa, com’è sotto gli occhi di tutti, non ha una sua politica estera unitaria: la divisione tra i Paesi europei sull’Irak e sull’Afghanistan ne è tuttora la prova lampante.

Proprio per questo non ci possiamo dunque esimere dall’elaborare una nostra politica estera che, da che mondo è mondo, si basa sulla gestione oculata di certe risorse (capitali e forze militari), sulla attenta gestione del rapporto con l’imperatore di turno, su una corretta valutazione dell’impatto interno di certe scelte (che diventa poi critico in fasi pre-elettorali).

L’uscita dall’Irak era divenuta inevitabile, soprattutto per gli altissimi costi interni. Viceversa, al momento, la permanenza in Afghanistan non sembra porre insormontabili problemi di gestione politica: c’è da credere che sia Berlusconi che Veltroni non abbiano alcuna fretta di organizzare un ritiro delle truppe. Cinque o dieci militari morti all’anno valgono bene la conservazione dello status di alleato degli USA di primo livello. La permanenza in Afghanistan permette all’Italia di continuare a restare (o, dirà qualcuno, illudersi di restare) nel drappello dei vassalli di serie A, a costi tutto sommato ancora contenuti. In più c’è qualche gratifica prestigiosa: un alto ufficiale italiano è attualmente responsabile delle forze alleate in Afghanistan così come, a turno con gli alti ufficiali di altri Paesi, accade anche in Libano e nei Balcani.

Ma c’è anche qualcosa di più: gli affari dell’Eni in Asia Centrale, in società con importanti multinazionali petrolifere americane e europee, non sono certo danneggiati da una presenza militare italiana nello scacchiere, tutt’altro; e sui discreti affari delle grandi imprese italiane con l’Iran, gli USA brontolano certo, ma chiudono un occhio.

Come si vede, i motivi, buoni o cattivi a seconda del punto di vista, per tenere un corpo di spedizione militare in Afghanistan non mancano: ecco perché siamo ancora da quelle parti. Del resto, nulla di nuovo: basti ricordare che un certo Cavour, in tempi ormai lontani, s’inventò una spedizione militare in Crimea pur di garantire al piccolo Piemonte un posticino al tavolo delle Grandi Potenze dell’epoca. E tutti i nostri ministri degli esteri, da Andreotti a D’Alema, hanno diligentemente ripetuto l’antica autorevole lezione. 

Il problema più delicato che si porrà al nuovo governo sarà piuttosto un altro: bilanciarsi acrobaticamente tra le pressanti richieste americane di un intervento sempre più muscolare  delle nostre truppe e l’inevitabile campagna pacifista in grande stile che i partiti della Sinistra Arcobaleno, a stento ma disciplinatamente trattenutisi durante il governo Prodi, scateneranno sull’argomento. Ma i nostri politici, di tutti i colori, non si spaventeranno di certo: sono abituati a ben altri equilibrismi…