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“Lo scafandro e la farfalla”

Un film di Julian Schnabel sull'handycap estremo, girato con scelta coraggiosa quasi tutto in soggettiva: con grandissima sensibilità. Un film pietoso e drammatico, eppure leggero, pieno di vita ed ironia.

L’inizio del film, i primi quindici-venti minuti, è tutto in soggettiva: vediamo quello che vede il protagonista della narrazione e subiamo quel che lui subisce, impossibilitati ad avere uno sguardo diverso dal suo, anche noi imprigionati in un corpo che non risponde. "Lo scafandro e la farfalla" racconta la storia di Jean-Dominique, caporedattore di "Elle", che in seguito a un ictus si trova completamente paralizzato: riesce solo a muovere un occhio, il sinistro. Comunica sbattendolo quando chi lo assiste pronuncia la lettera giusta all’interno di una sequenza continuamente ripetuta. Il film inizia con il risveglio dal coma di Jean-Do. Attraverso il suo sguardo vediamo l’ospedale, i medici, le infermiere, le pareti. La sua vista è debole e così anche la nostra visione di spettatori: le immagini sono sfocate, la luce va e viene quando la palpebra si apre e si chiude.

E’ questo il modo attraverso il quale il regista Julian Schnabel e il suo direttore della fotografia ci fanno identificare con il protagonista della storia. Sentiamo, in voice-over, anche i suoi pensieri. Ma domina la forza della narrazione per immagini, che prende in pugno lo spettatore e lo costringe a una visione parziale, e totalizzante.

Il direttore della fotografia, Janusz Kaminski, ha lavorato soprattutto con Steven Spielberg, da "Schindler’s List" a "Salvate il soldato Ryan", a "Minority report", a "Munich". Come per questi ultimi titoli, le tonalità de "Lo scafandro e la farfalla" vanno a cercare il blu, gli azzurri, il celeste, le sfumature più chiare fino al bianco. Lo sforzo tecnico del film è immenso e l’effetto straordinario. Per tre quarti di film il punto di vista della macchina da presa coincide con quello del protagonista, come se le inquadrature fossero fatte direttamente dall’occhio di Jean-Do. Le persone che stanno di fronte a lui vengono a volte riprese senza la parte alta del busto: Jean-Do non ha la possibilità di alzare la testa. E i piani risultano spesso sbilenchi: la nuca di Jean-Do è appoggiata storta sul reggi-testa della carrozzella.

L’ospedale in cui è ricoverato dà sul mare. Il malato viene accompagnato su un terrazzo a prendere aria e a guardare la spiaggia, il paesino, il faro – simbolo fraterno che veglia sui marinai e sui degenti. Le riprese restituiscono con efficacia immediata la gioia che può comunicare il mondo anche quando è rimasto un solo senso, la vista, per goderne la bellezza.

Il film entra in un campo minato in cui l’esigenza etica di raccontare una storia di terribile sofferenza si scontra con un’altra istanza, che si può definire estetica: quella di avvicinare lo spettatore al racconto attraverso le inquadrature giuste e un corretto montaggio. Per vicende come questa, il dosaggio, l’equilibrio tra le due componenti è difficilissimo. Julian Schnabel lo ottiene. Sinceramente, non l’avremmo immaginato. Perché non ci era piaciuto il tono del precedente "Prima che sia notte" e perché il regista è un personaggio davvero improbabile: fanfarone, esibizionista, capace di ricevere un intervistatore (nel film-documentario di Sidney Pollack su Frank Gehry) in accappatoio e cocktail in mano. Forse Schnabel è dotato di una sensibilità insospettabile. Forse in Jean-Do (che prima della malattia è uomo mondano, viveur, edonista) ha voluto riconoscere se stesso. L’unica cosa che ci interessa veramente, d’altra parte, è il risultato: ovvero uno sguardo sensibilissimo sulla realtà dell’handicap estremo. La regia di Schnabel sa essere pietosa e drammatica ma allo stesso tempo leggera, piena di vita e ironia.

Jean-Do supera il blocco della sua paralisi grazie all’occhio, all’immaginazione, alla memoria. Ci affidiamo così a fughe nel sogno, nella fantasia. Ai flashback. Ad esempio quello in cui Jean-Dominique e fidanzata passano con una decappottabile per Lourdes, dove si fermano a dormire. Lei si compra una Madonna al neon e la accende nella camera d’albergo. Proietta una luce rossastra su due corpi nudi e un letto disfatto. Per alcuni secondi vediamo questa scena dall’alto, da dietro la statuetta, in un’inquieta semi-soggettiva che getta una giusta incertezza su ciascuno dei nostri destini.

Un amico di Jean-Dominique, alla prima visita da lui in clinica, gli dice: "Io non sono un tipo da ospedale. Sono uno che porta l’uva al malato e poi se la mangia". Ma l’amico torna a trovarlo, trova un ruolo, un modo di relazionarsi, una confidenza. Succede anche allo spettatore de "Lo scafandro e la farfalla": anche se non è tipo da ospedale, anche se tende a ritrarsi di fronte a racconti di morte e malattia, viene convinto nel modo più opportuno – cioè attraverso la forma che assume il racconto – ad entrare nella storia a passo fermo e silenzioso.

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