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Chen Zhen: dalla Cina senza furore

Al Mart di Rovereto la prtima antologica dalla morte dell'artista cinese: sorprendente ed emozionante, una poetica sull'incontro tra culture diverse.

La Cina non è solo quella del terrore in Tibet. E’ anche un paese artisticamente vivace, chesta chiudendo un’era di isolamento culturale per aprirsi ai linguaggi della contemporaneità, sebbene siano ancora pochi gli artisti cinesi che siano riusciti a sviluppare un linguaggio totalmente indipendente, sia dalla propaganda didascalica promossa dal regime post-maoista, sia dai miraggi dell’arte contemporanea occidentale.

Tra queste mosche gialle, un posto di primo piano spetta sicuramente a Chen Zhen, (Shangai, 1955-Parigi, 2000), se non altro per il ruolo d’avanguardista che ebbe nella rinascita dell’arte contemporanea cinese a partire dagli anni ‘90. Al Mart di Rovereto (fino al 1° giugno), in collaborazione con la Kunsthalle di Vienna, è stata da poco inaugurata la prima antologica italiana dalla morte dell’artista; un percorso ricco di emozioni e sorprese, piacevole anche al visitatore occasionale, che ben evidenzia l’attualità della poetica di Chen Zhen a proposito di incontro e fratellanza tra popoli e culture diverse, per il superamento di ogni scontro di civiltà ("l’eterno malinteso", secondo una definizione dello stesso artista).

Un village sans frontières (2000).

Tale esigenza di armonizzazione, del resto, prima di esprimerla nell’arte egli la sperimentò sulla propria vita di vagabondo culturale, che lo portò nel 1986 a Parigi, dopo una prima formazione nella Shangai della Rivoluzione Culturale. Qui, con un occhio alla terra natia e l’altro alle avanguardie (e neoavanguardie) europee, cercò di dar forma, attraverso le arti visive, a una sorta di "armonia dei contrari", unendo sacro e dissacratorio, nuove tecnologie e antica medicina cinese, organico e inorganico.

Il primo degli ingredienti utilizzati da Chen Zhen per i suoi lavori è il rimando all’idea del corporeo. "The voice of Migrators" (1995) è ad esempio una grande sfera ricoperta da numerosi vestiti legati l’uno all’altro; da alcune aperture provengono, indistinti, mormorii in più lingue: voci dei senza volto, emblema del dramma dell’emigrazione. Un’estensione del corporeo è poi l’organico e le sue mutazioni. L’acqua, il fuoco, la terra, l’aria sono elementi ricorrenti nelle opere dell’artista, strettamente legati all’idea del divenire, del mutare forma, dell’instabilità che è alla base della stessa creatività. Paradossalmente, perfino le materie plastiche possono in qualche modo rifarsi alla dinamicità e corporeità della vita, seppure in una veste oscura, maligna, come nel caso di "Exciting Delivery" (1999), una sorta di dragone (rimando all’immaginario folcloristico cinese) formato da una bicicletta (la Cina maoista) sulla quale si è sviluppato, in una forma tumorale e incontrollata, un agglomerato monocromo nerastro, costituito da camere d’aria e da centinaia di minuscole macchinine-giocattolo.

Molti dei lavori di Chen Zhen rimandano appunto, per la varierà dei materiali utilizzati, alla poetica dell’arte povera. Si prenda ad esempio un’opera enigmatica come "Bibliothèque musicale" (2000), realizzata assemblando, su una struttura di legno e metallo, cavi elettrici e una dozzina di vecchi vasi da notte, il tutto accompagnato dal suono prodotto dalla pulizia di tali vasi, registrato al mattino nelle strade di Shangai. Oppure, per venire a forme più morbide e precarie, si osservino le casette multicolori realizzate con piccole candele di cera, quelle che si utilizzano sulle torte di compleanno. Questa serie di lavori ("Un village sans frontières", 2000), furono realizzati a Salvador de Bahia (Brasile), coinvolgendo un gruppo di bambini di strada.

Se opere come queste sono caratterizzate in qualche modo da un messaggio sociale, altre assumono connotazioni mistico-filosofiche, come nell’idea di vuoto (tema caro al buddismo zen) che impregna "Cocon du vide" (2000), una culla metallica con campanelle, sorreggente una struttura sinuosa definita da perle d’abaco e grani di rosari buddisti.

Purification Room (2000).

Tra le opere più toccanti, e che più drammaticamente sottolineano la volontà febbrile di Chen Zhen di unire arte e vita, va senz’altro ricordata "Crystal Landscape of Inner Body", una serie di riproduzioni in cristallo di parti di corpo umano, immediata metafora della fragilità della vita, realizzata non a caso dall’artista poco prima di morire di leucemia. Dalla fragilità trasparente di quest’opera si passa infine al suo opposto: "Purification Room", impressionante e vasta installazione che occupa un’intera stanza. All’interno, coperti da un sottile strato di argilla, si trovano sepolti numerosi oggetti comuni, dal motorino al divano, dalla racchetta da tennis alle sedie, dalle scarpe al computer, dall’abito da sera al materasso, e molto altro ancora. Insomma, una tomba monocroma che può sembrare una visione dell’archeologia del futuro, quando le nostre discariche faranno forse la gioia di qualcuno.

Oltre ai lavori conclusi, il percorso offre uno sguardo sulle idee di un artista morto prematuramente. Molti dei suoi progetti sono rimasti infatti sulla carta; però, come insegna l’arte concettuale, l’idea vale spesso tanto quanto la sua realizzazione.

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