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Copiare nell’era di internet

Copiare: lo si è sempre fatto. Ma con le nuove tecnologie...

Chiara Girardi

I professori britannici hanno lanciato l’allarme sull’utilizzo improprio di internet da parte dei loro studenti: un quarto dei lavori risulta copiato. In Italia la situazione non è ancora stata esaminata, ma forse la cosa sarebbe opportuna in vista delle tesine e degli esami di fine anno. Ma c’è di più: la Google generation che dispone a casa di una connessione internet, su questo enorme contenitore, oltre ad un mare di informazioni con i più disparati livelli di approfondimento, può perfino trovare consigli su come copiare senza farsi scoprire durante il compito in classe (http://skuola.tiscali.it/impicci.html). Si passa dal foglio apparentemente vergine grazie al bianchetto che ricopre il testo ai bigliettini scritti al computer a caratteri microscopici, all’utilizzo delle più svariate tecnologie (walkman, lettore cd/mp3) o oggetti (dentro al casco, alla gomma, ecc.). Cambia e si evolve la strategia, ma lo scopo resta lo stesso: superare lo scoglio della prova con la minor fatica possibile, cioè (quasi) senza studiare.

A casa c’è il taglia-incolla da internet, ma durante il compito in classe? Ecco due “penne magiche” prodotte da un’azienda veronese e vendute rispettivamente a 25 e 20 euro.

L’utilizzo di internet si configura anche come una scappatoia veloce di fronte a un compito particolare, la cosiddetta tesina. A volte a casa l’enciclopedia non c’è, o non c’è il libro giusto, o la consultazione riesce comunque lunga e difficile.

E internet è lì disponibile: basta digitare qualche termine di ricerca e si spalancano libri virtuali da tutto il mondo, frutto degli autori più disparati, talvolta incompetenti. In molti scelgono di accedere solo a una fonte, spesso facendone un semplice copia e incolla. Non è necessario nemmeno fare la fatica di trascrivere.

Ma è davvero solo pigrizia? Ne abbiamo parlato con un docente di scuola media inferiore (ed ex sissino), un professore delle superiori e un docente a contratto.

Il problema di partenza non è ovviamente morale. Abbiamo infatti rotto il ghiaccio chiedendo loro quando e quanto, ai loro tempi, hanno copiato e tutti sono risultati colpevoli: autori di copie o autori copiati.

E allora: quanto copiano gli studenti? Partiamo dalle scuole medie. La risposta è sorprendente: "Tutti copiano e incollano; ovviamente i fannulloni più degli altri". Il docente delle superiori è meno pessimista, secondo lui il fenomeno non è patologico. Quanto all’università – ma anche alla SSIS – "gli studenti copiano molto. Per le tesine copiano sì dai libri, ma soprattutto da internet".

Scoprirlo è solitamente abbastanza semplice. Basta fare attenzione allo stile: "E’ impossibile che dopo due pagine scritte con una forma traballante, si trovi una pagina splendida in un italiano perfetto. Di solito significa che lo studente ha copiato". A volte però la scoperta del plagio è più tortuosa: si può inserire un’intera stringa di testo su un motore di ricerca oppure... "A volte me ne accorgo per caso. Ad esempio, citano qualche concetto che mi suona strano rispetto a un certo autore e allora magari ne inserisco in rete il nome per capire se ha scritto qualcosa che non conosco. In questo modo si scopre che quella pagina della tesi/tesina, e magari anche molte altre, sono state completamente scaricate dalla rete, senza nemmeno citare la fonte".

Perché si copia? Sono tutti concordi nel riconoscere che generalmente non c’è la volontà di fregare l’insegnante, quanto piuttosto una incapacità di fondo a svolgere il compito assegnato. "Alle medie sono piccoli: il più delle volte faticano a gestire il materiale". Ma anche all’università il problema è paradossalmente il medesimo: "Incontrano una enorme difficoltà nel prendere diversi testi ed elaborare un discorso unitario. Se i testi consultati sostengono posizioni diverse, si perdono. In sostanza manca la capacità critica".

Il problema di fondo è comunque insito nel sistema universitario stesso, con la sua frammentazione: gli studenti non sono abituati a confrontarsi con più testi e varie posizioni. Assenti ingiustificati anche tra gli studenti più grandi sembrano essere "la passione, la cultura del lavoro - anche se il lavoro è studiare -, la correttezza e il rispetto". Una nuova riforma universitaria, che recuperi le modalità del vecchio sistema (meno corsi e di durata maggiore) potrebbe costituire una svolta: "Così magari ci sarà modo di approfondire, di appassionarsi alle discipline e quindi forse si potrà recuperare la capacità critica".

E allora che fare, ma, soprattutto, come valutare un tale lavoro? Il brutto voto non arriva automaticamente. Il docente di scuola media ci dice: "Interrogo e quindi il voto non dipende direttamente dalla ricerca. Ultimamente obbligo i miei studenti a trasformare la ricerca in presentazione, con Impress e/o Power point, ottenendo così il risultato di costringerli a riscrivere riassumendo". Insomma, lo studente deve appropriarsi del lavoro, che in questo modo diventa un po’ farina del suo sacco.

E all’Università come si reagisce? "Se mi accorgo che un testo l’hanno completamente scaricato glielo dico. Capisco il panico da foglio bianco, ma non si può copiare così. Comunque, una copia brutale è abbastanza rara. Di solito sono ‘taglia-incolla’ fatti male. Se si tratta di una tesi, dico allo studente di riscrivere il capitolo, elaborando i concetti. Nel caso di tesine per un esame, si chiede di rifarle - quindi di rifare l’esame - solo nel caso di lavori interamente copiati. In genere, se la tesina è copiata solo in parte, si fanno comunque delle domande e si valuta così lo studente". Alla SSIS, "nei casi più evidenti di copia sfacciata, i docenti chiedevano di ricompilare il materiale".

Come aiutare gli studenti a riconoscere le fonti, per navigare senza rischi nel mare delle informazioni? Umberto Eco, intervenendo nella sua rubrica su L’Espresso ("Come copiare da internet") parlava del "risvolto educativo drammatico" di internet, sostituitosi ai cari vecchi libri di testo ed enciclopedie, da arginare con una nuova materia di insegnamento, "una tecnica della selezione delle notizie in linea". Una proposta, però, da lui stesso giudicata di difficile applicabilità, "perché spesso gli insegnanti sono tanto indifesi quanto i loro studenti". Infatti su internet "accanto a siti attendibilissimi fatti da persone competenti, esistono siti del tutto fasulli, elaborati da pasticcioni, squilibrati o addirittura da criminali nazisti, e non tutti gli utenti del Web sono capaci di stabilire se a un sito bisogna dare fiducia o meno".

Il docente delle superiori spiega agli alunni che "una cosa è utilizzare il sito di una Università e un’altra di un fan club. In ogni caso, la fonte va sempre citata. Di solito comunque segnalo dei siti di approfondimento".

Una risposta formativa ci arriva dal docente di scuola media, che consiglia Wikipedia. L’enciclopedia virtuale online, multilingue, a contenuto libero e redatta in maniera collaborativa da volontari, sembra infatti garantire, grazie ai numerosi controlli, una certa correttezza delle informazioni ivi contenute.

Internet non va comunque demonizzato: lo stesso Eco ne propone un utilizzo volto a sviluppare la capacità critica degli studenti e l’abilità nel confrontare tesi diverse, sfruttando pedagogicamente i difetti della rete. Come? Proponendo agli studenti il seguente esercizio: ‘Trovare sull’argomento X una serie di trattazioni inattendibili a disposizione su Internet, e spiegare perché sono inattendibili".

E ancora: per il docente delle superiori il guaio, più che in un utilizzo smodato di internet, sta nella televisione: "L’esercizio critico delle fonti di internet dà buoni risultati. Internet, col rischio del suo grande mare, è comunque meno pericoloso della televisione, espressione di pochissime fonti ed emittenti. Bisognerebbe stimolare l’uso di testi scritti o comunque fonti verificabili. E’ difficile dialogare con la televisione, soprattutto quando un programma non l’hanno visto tutti e non si sa di cosa si sta davvero parlando".

Per finire, ci sono i copioni ad alto livello: "Ci sono studenti che in Erasmus prendono tesi di altri, le traducono in italiano e, tornati in Italia, si laureano. Sembra incredibile, ma in questo modo non verranno mai scoperti". La pratica, comunque, è attiva anche da noi, ma non si sa bene come agire/reagire, rivendicando la reale proprietà del lavoro: "Non si può neanche ‘segnare’ uno studente per sempre. Magari ha copiato una sola volta e non ha intenzione di rifarlo".

Il rischio di essere plagiati aumenta se la tesi viene pubblicata on line, anche se la docente a contratto ci dice che "le persone che fanno cose belle non hanno da curarsi dei furti. Personalmente mi basta la consapevolezza del mio lavoro e non avrò comunque problemi a confrontarmi con nessuno sul mio lavoro. Comunque una cosa mi consola: bisogna essere bravi perché qualcuno ti copi!"

Ci sono stati anche casi di docenti che si sono appropriati di tesi di studenti, pubblicandole a loro nome ma, paradossalmente, la nuova riforma universitaria sembra aver messo un freno a questa pratica: "Il livello attuale delle tesi è troppo basso. Si tratta di una quarantina di pagine, senza alcun tipo di vera ricerca. Sono tutte rassegne della letteratura. Per quanto fatti bene, questi restano comunque lavori di persone molto giovani che da tre anni hanno iniziato quella facoltà. Il livello sale un po’ nelle tesi specialistiche. Comunque dagli studenti non ci si aspetta certo che elaborino nuove teorie di riferimento".

Gli articoli pubblicati sulle riviste specialistiche sembrano invece di paternità più certa: "Non mi risulta che qualcuno riesca a pubblicare articoli già comparsi, grazie al sistema della peer review", il processo di revisione degli articoli scientifici da parte di membri di pari grado della comunità accademica.

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