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Il PD trentino non c’è? Lo faremo noi

La contestazione al (mancato) PD trentino. E alle nomenklature. Intervista a Michele Nicoletti (Associazione per il Partito Democratico).

C’è sconcerto tra gli elettori del centro-sinistra. Le ultime evoluzioni della nomenclatura locale hanno deluso. Il rifiuto di fare il Partito Democratico, l’enfasi retorica su una ambigua "territorialità", potevano essere digerite. E financo le false partenze, con assemblee-farsa per dar vita ad ectoplasmi come i Democratici per il Partito Democratico, o il segretario ex-diessino Andreolli che si dimette, tutti applaudono commossi al suo "d’ora in poi pedalerò in mezzo al gruppo", e invece – con che titolo? – gestisce tutto lui... Ebbene, tutto ciò deprime e scandalizza quella pubblica opinione che segue la politica, ma non incide più di tanto sull’insieme dell’elettorato. Quel che invece ha lasciato il segno è stata la riproposizione pari pari a Camera e Senato dei soliti nomi; con l’aggiunta, nel collegio della Valsugana, di un candidato improponibile, quel Sergio Muraro, ex-leghista, poi diniano, poi Genziane, insomma un voltagabbana di destra, coerente solo nell’avversione a tutto quanto vagamente odori di sinistra: "Io Muraro proprio non lo voto" ci hanno detto e telefonato in tanti.

Per discutere di questa situazione, parliamo col prof. Michele Nicoletti, docente universitario di Lettere, dell’Associazione per il PD; era nella commissione elettorale del Partito Democratico, ma si è dimesso denunciando un deficit di democrazia.

Questo Partito Democratico è l’araba fenice? E la decisione di non farlo, cosacomporta?

"Questa decisione l’hanno presa le segreterie di Margherita e DS, con la motivazione di cercare una formula nuova adatta alle particolarità del Trentino. Al contrario l’Associazione per il PD - che rappresenta anche a livello nazionale la terza gamba del nuovo partito, fatta da chi non apparteneva a Margherita e Ds, quella galassia di associazioni e comitati da sempre parte rilevante della storia dell’Ulivo – e anch’io personalmente, abbiamo sempre considerato sbagliata tale scelta, anche per una ragione storica: le grandi forze politiche in Trentino si sono sempre riconosciute nelle forze nazionali, Dc, Psi, Pc con le quali e nelle quali hanno proficuamente interloquito ed operato; è una frattura rispetto alla storia iniziata dai Degasperi e Battisti e arrivata fino ai giorni nostri: è un impoverimento del quadro e delle tradizioni trentine."

Il Pd vorrebbe anche andare oltre le tradizioni...

"E’ il soggetto chiamato ad aggiornarle. E rappresenta anche una nuova forma partito, in cui gli elettori contino di più, attraverso criteri di trasparenza e ricambio. Rifiutando il Pd, sono stati messi in disparte questi nuovi metodi che, sia pur con difficoltà, si stanno affermando a livello nazionale. Lo abbiamo visto nelle candidature: niente primarie e scarsa trasparenza. E quando invece di coinvolgere gli elettori si privilegiano le segreterie dei partiti, queste tendono a riprodurre il ceto esistente: sono così saltate le incompatibilità tra sindaco e parlamentare, non sono state valorizzate le componenti, le competenze e il risultato è la replica del quadro uscente".

Nemmeno le candidature a livello nazionale sono esaltanti...

"Diciamo che è un quadro deprimente. Anche se Veltroni, sia pure in maniera discutibile, ha fatto uno sforzo per l’innovazione attraverso delle candidature nuove, per quanto spesso opinabili".

Lei si è dimesso dalla commissione elettorale.

"Nata da una proposta del sen. Giorgio Tonini, composta da 6 costituenti (all’interno dei 23 eletti alle primarie) e 4 rappresentanti dei partiti, avrebbe dovuto procedere col consenso delle componenti e gestire non solo le liste, ma la campagna elettorale. Invece la composizione delle liste è stata gestita (o subìta, dicono loro) da Roma. Noi diciamo che c’è stata una dose di complicità locale: la scelta della Froner, che è stata dei Ds trentini, e il terzo posto della Gnecchi sono state presentate come decise a Roma, mentre erano state decise a Trento, ma in altra sede che non la nostra commissione.

Quanto alle procedure: noi dell’Associazione per il Pd abbiamo chiesto di avviare almeno una consultazione degli elettori che proponesse una rosa di nomi, come previsto dal regolamento del Pd nel weekend precedente la chiusura delle liste, e questo si è fatto in tante parti; in Trentino in quel weeekend avevamo le due assemblee, di Margherita ed ex Ds, e abbiamo proposto che lì si desse spazio per proporre candidature Non si è fatto nemmeno quello. A quel punto ci siamo dimessi".

Lei parla spesso di valorizzazione delle componenti. In particolare di coloro che, alle primarie per il segretario, hanno votato Rosy Bindi. Ma non è un po’ regressiva l’idea di un’ingessatura di queste correnti?

Michele Nicoletti, dell'Associazione per il Partito Democratico.

"Certo, idealmente nel PD non dovrebbero esservi correnti strutturate, che servano come luoghi di potere; non penso però che siano dannose delle correnti ideali, persone che fanno riferimento a componenti culturali, o alle donne, o ai giovani, ecc. Poi, nel concreto, la candidatura di Veltroni in ticket con Franceschini ha avuto immediatamente il sapore di un accordo fra partiti, e la candidatura Bindi ha voluto rappresentare una componente altrimenti marginalizzata, quella di chi non si riconosceva nei due partiti. Questo dato è stato riconosciuto all’interno dell’Assemblea costituente che è difatti ripartita tra componenti".

Veniamo all’accordo al Senato con la Svp.

"Il risultato non è soddisfacente. Nell’accordo dello scorso autunno tra Margherita e Ds, in cui si decise di iniziare questo percorso verso un partito locale confederato con il nazionale, si stabiliva che le elezioni nazionali dovevano essere competenza del partito nazionale, non di quello territoriale: e questo è stato messo nello statuto del PD. Solo che poi, in accordo peraltro col PD nazionale, si è scelta una strada diversa: invece di fare un doppio simbolo, SVP e PD nazionale, si è fatto questo strano cartello senza il PD, in cui la SVP avrebbe imposto una non caratterizzazione nazionale, nel simbolo e nei candidati. Così, per la prima volta in Trentino, non c’è più il riferimento a una forza politica nazionale. Questa mi sembra è una grave regressione dal punto di vista politico. Non credo che sia stata un’imposizione della SVP cui non si poteva resistere".

Difatti: questo è il disegno politico di Dellai. Enfatizzare la territorialità, sganciandosi dai riferimenti nazionali.

"Le ragioni ideali di questo progetto sono molto confuse. Si dice che si vuole difendere più efficacemente l’autonomia..."

Le confesso: quando sento parlare di "difesa dell’autonomia" mi viene l’allergia. L’autonomia non è attaccata da nessuno, se non da chi la gestisce sconsideratamente.

"Avrebbe un senso se ci fossero dei diritti minacciati; ma qui invece si vuole difendere non i diritti (ampiamente tutelati) ma la dotazione finanziaria, su cui si sono appuntate motivate voci critiche. Si vuole in realtà creare un partito territoriale, centrale nello spazio politico, che si basi sulla dotazione delle risorse finanziarie. E questo pone un problema di democrazia dell’alternanza".

Lei trova questa una proposta forte? Non è superata dai tempi, e ormai ridotta ai metodi della magnadora?

"Se viene identificata con il buon governo trentino, è una proposta regressiva ma elettoralmente forte. In nessun altro posto d’Italia si va a sciare o si mandano i figli all’estero con i contributi del Comune . Finché ci sono le dotazioni finanziarie il sistema regge. Anche perché l’alternativa, il centrodestra, non ha la base sociale di un’ampia imprenditoria; e così i suoi esponenti non hanno altro programma se non essere loro quelli che distribuiscono i soldi pubblici".

Arriviamo così alle elezioni provinciali di ottobre...

"Noi pensiamo che, se non c’è il PD, ci sono tre componenti, e si pone il problema della rappresentanza della terza componente. Margherita e Ds hanno, con qualche fatica, capito che questo problema c’è, e i Ds si sono detti interessati a fare qualcosa che rispecchi metodi e principi del PD. A questo punto le regole sono fondamentali: se si fanno delle primarie, va tutto bene, se invece pensano di inserire qualcuno di noi nelle liste, questa è cooptazione e non ci stiamo. Alberto Pacher è il portavoce degli ex-Ds ora Democratici per il PD: ci ha assicurato che sta prendendo in considerazione di fare a maggio qualcosa che rispetti questi principi".

Una facile previsione? Diranno che i tempi sono stretti…

"Probabile. Sono anch’io scettico. Si vedrà..."

E se vanno avanti come sempre? Avete detto che allora vi proporrete come lista autonoma.

"Cercheremo di far nascere noi un soggetto con le caratteristiche del PD."

Sarà un’altra lista pro Dellai?

"Le regole del PD prevedono le primarie anche per il candidato presidente. Se ne uscirà designato Dellai, ragioneremo all’interno di questo quadro".

Bene le regole, ma se poi Dellai fa il partito territoriale, per un Trentino chiuso e clientelare, voi che fate?

"Le regole non danno garanzie sui contenuti. Si ha però la garanzia che una linea sbagliata si può ribaltare".

Non è che l’Apd con questa sua pur giusta battaglia sulle regole si autolimiti, trascurando i contenuti?

"Vogliamo mettere in discussione una serie di problemi di democrazia: la concentrazione di poteri nelle mani del presidente della giunta, la democrazia nei Comuni, la democrazia economica. Sono temi di contenuto su cui ad ottobre bisognerà ragionare".

Un’ultima notazione: dai media sembra che l’Associazione per il PD sia appiattita sulla figura di Gianni Kessler.

"C’è un problema di comunicazione, dovuto al fatto che la stampa ci ha chiamato kessleriani. Il punto è che l’on. Kessler è conosciuto, si è esposto, e noi abbiamo proposto la sua candidatura in considerazione della sua esperienza, in parlamento e nelle sedi internazionali. Ma nelle discussioni dell’Apd c’è pluralismo, dibattito, non c’è appiattimento. Uno degli elementi più positivi è l’emergere di persone nuove, che vengono dalla società o che non hanno avuto esperienze politiche precendenti, e trovano nell’Apd un’esperienza aperta. Per questo è un po’ triste che non si faccia il Pd, e disperdere queste nuove energie".