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La Chiesa e la moschea

La “scandalosa” colletta (a favore della moschea) di Padre Butterini e la maldestra reazione del vescovo.

Quando la piccola comunità cattolica di base di S. Francesco Saverio, animata da Padre Giorgio Butterini, cominciò in Quaresima una raccolta di fondi da offrire come gesto di solidarietà alla comunità islamica per la costruzione di una moschea, nessuno avrebbe pensato che in brevissimo tempo il caso sarebbe diventato nazionale. Dai quotidiani locali la notizia è stata ripresa dalla seguitissima trasmissione radiofonica Caterpillar e quindi è rimbalzata sulle maggiori testate italiane fino a raggiungere lo spagnolo El Pais.

Padre Giorgio Butterini, promotore della colletta a favore della moschea.

Occorre domandarsi il perché di questa attenzione mediatica. La motivazione più evidente è il particolare momento storico in cui viviamo: ogni fatto di cronaca che riguarda il rapporto con il mondo musulmano finisce sotto i riflettori e viene sommerso dalle polemiche. La colletta di Butterini ha poi coinciso con l’eclatante e strombazzata conversione al cattolicesimo del giornalista Magdi Allam, avvenuta, con una grancassa degna di altri tempi, durante la solenne veglia pasquale presieduta dal Papa in S. Pietro.

Le due notizie sono state giustapposte. Il messaggio dei giornali di destra era semplice: il "frate" (strana ripresa in modo dispregiativo di questo termine) anticonformista e politicizzato raccoglie soldi per gli islamici invece che per i suoi correligionari, magari perseguitati in terra musulmana. Dall’altra l’eroico Allam (da cinque anni sotto scorta per concrete minacce di morte, questo va detto) che scopre la vera fede lasciando le tenebre di una religione "fisiologicamente violenta": nulla si può salvare dell’islam.

Come sottofondo resta la questione decisiva del "relativismo", parola chiave del pontificato di Benedetto XVI. Secondo il Papa la cultura contemporanea ha rinunciato all’idea di poter raggiungere una verità oggettiva preferendo mettere sullo stesso piano ogni opinione. Anche le religioni si equivalgono e lo Stato laico non deve fare preferenze. A questo la Chiesa si oppone frontalmente. Con la sua colletta, probabilmente senza volerlo, la comunità di S. Francesco Saverio ha sposato in pieno il principio "relativista" non solo rispettando con le parole la religione altrui, bensì contribuendo concretamente (anche se con la cifra simbolica di 700 euro) alla creazione di un luogo di culto di una religione concorrente. Questo ha destato scandalo e su questo sono montate illazioni di ogni tipo.

Il gesto fraterno e francamente innocuo di Butterini è stato caricato di un senso simbolico che va al di là delle intenzioni. L’immancabile Allam, nuovo generale della crociata anti relativista, già vede l’ennesima prova di connivenza con il nemico, mentre i nostri più modesti Gubert e Giovanazzi hanno gridato contro il "frate" che, per farsi pubblicità o per motivi politici, invece di convertire al cristianesimo favorisce nientemeno che la conversione all’islam! Quasi che i due nostrani strenui difensori del cattolicesimo ritengano che bastino pochi euro per convertire qualcuno, dimostrando di non capire nulla sulla complessità della questione sociale e politica, e davvero poco anche di fede.

Questo gesto di carità cristiana non potrebbe essere più vicino allo spirito evangelico di tante prediche di cattolici patentati?

I commenti dei lettori sui quotidiani locali, vero termometro del pensiero diffuso, sono scesi immancabilmente sul tema dei "soldi dati ai musulmani". Le parole di semplici cittadini, quasi tutti ostili all’iniziativa con toni accesi e preoccupanti, hanno colto proprio nel contributo pecuniario la pietra dello scandalo. Si è andati dal banalissimo "Butterini dia i soldi a me" al "Padre Muhammad (questo l’appellativo affibbiato a padre Giorgio, ndr) si faccia musulmano, lasciando i soldi ai poveri".

Che tutto il polverone sia nato per una questione di denaro? In effetti, per la prima volta si è andati oltre alla generica solidarietà, all’invito al dialogo tutelando le diversità, alla collaborazione tenendo reciprocamente le distanze.

Il problema rimane: l’iniziativa della colletta non è stata capita. La reazione della Curia tridentina non ha contribuito né a rasserenare il clima, né a comprendere i termini della questione, ma ha dimostrato una certa incapacità di gestire situazioni delicate. L’incredibile e maldestra uscita dell’arcivescovo Bressan, per il quale "ogni comunità religiosa deve pensare a se stessa", poi aggiustata dalle colonne di Avvenire del 27 marzo ("ogni comunità ha diritto al proprio luogo di culto, ma la raccolta di fondi è inopportuna perché non si raccolgono soldi per costruire edifici di culto d’altri") testimonia la difficoltà di tutta la Chiesa trentina ad affrontare il problema. Sacerdoti spesso moderati e illuminati come don Rattin o don Farina hanno invitato alla prudenza oppure non si sono pronunciati, lasciando che sia il silenzio ad indicare la loro presa di distanza.

Padre Giovanni Patton, francescano, in una lettera a L’Adige del 26 marzo si è dimostrato insolitamente infastidito da chi ha fatto una provocazione nel vuoto: "Se proprio dobbiamo farci del male, facciamolo per i problemi reali della Chiesa", come se il problema del rapporto con le altre religioni non fosse centrale nel mondo contemporaneo e rivestisse forse la sfida più grande per la Chiesa del XXI secolo.

Don Cristelli, che è stato il primo a lanciare l’idea della colletta, pur ribadendo le sue ragioni ha cercato di sminuire la portata dell’iniziativa nel tentativo di accontentare tutti. E i Cappuccini della provincia di Trento scaricano il confratello Padre Giorgio, che ora rischia, unico, pesanti conseguenze.

Si parla di una lettera molto dura del Vescovo a lui indirizzata che ripercorre anni di incomprensioni. Difficile fare previsioni su possibili provvedimenti disciplinari che non farebbero altro di ingarbugliare ancora la situazione.

Fin qui i fatti e i commenti. Penso però che occorra trarre alcune conclusioni. Iniziamo dal punto di vista politico. In uno Stato laico che si rispetti questi sono problemi politici. La Costituzione dice all’articolo 19: "Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto". Quindi, secondo il nostro ordinamento, i musulmani hanno diritto alla loro moschea. Dovrebbe essere lo Stato a tutelare questo loro diritto, non le altre comunità religiose.

E’ evidente che sussistono problemi, in quanto i musulmani di Italia, divisi profondamente al loro interno, non sono riusciti fino ad oggi a stipulare nessun tipo di accordo con lo Stato.

In secondo luogo non bisogna sottovalutare l’infiltrazione nelle moschee dell’estremismo. Ciò non significa vedere Bin Laden ovunque, perché l’integralismo non implica solo l’istigazione all’odio verso lo Stato d’Israele, ma anche la negazione dei diritti delle donne, dell’autodeterminazione dei singoli, della libertà di stampa, insomma dei valori di uno Stato laico. Lasciare tutto così com’è o impedire la legittima espressione del proprio culto come vuole la Lega, sarebbe la soluzione peggiore. Occorre giungere, ed è questa l’unica soluzione percorribile, ad un’intesa tra Stato e musulmani che consenta la costruzione di moschee a gestione pubblica o mista. Meraviglia il silenzio dei partiti locali, ma anche nazionali, di centro sinistra su questo argomento.

Venendo al problema interno al mondo cattolico, bisogna cercare di capire la situazione reale. La Chiesa si trova in difficoltà a gestire il rapporto con i musulmani. E’ vero che il cristianesimo predica l’amore per i nemici e la carità verso tutti, ma è ovvio che, per sopravvivere nella storia, la Chiesa deve pensare ai suoi fedeli prima che a quelli di altre religioni. E’ un equilibrio instabile e paradossale in cui i principi evangelici faticano a poter essere coniugati con le scelte della vita reale.

Detto questo, non sembra che il simbolico contributo di 700 euro per costruire un luogo di culto, di cui i musulmani hanno diritto, segni un pericolo per i cattolici del Trentino.

Magari invece potrebbe servire per costruire un dialogo vero con i credenti di altre religioni e per mostrare a tutti che la fede in Gesù Cristo si può anche concretizzare in un gesto di solidarietà capace forse di aprire il cuore di qualcuno.