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E adesso?

Riflessioni sull’Italia dopo la vittoria di Berlusconi.

Il problema non è Silvio Berlusconi. E’ anche lui, ma è un problema che prima o poi si risolve. Il problema vero è l’incredibile moltitudine di persone che lo votano. Non basta a spiegare il fenomeno il controllo che egli detiene delle televisioni, che sono il più efficace mezzo di orientamento di una pubblica opinione acritica facilmente malleabile. In ogni caso anche questa rilevante efficacia del mezzo presuppone un terreno favorevolmente predisposto, una diffusa forma mentis incline a riconoscere il cavaliere come un modello imitabile. E qual è il modello?

Per lui Angelo Mangano, un boss mafioso, è un eroe. Il suo principale collaboratore, Marcello Dell’Utri, è stato condannato per contiguità alla mafia. Il suo principale avvocato, Previti, sta scontando una pena per avere corrotto con suo denaro dei giudici. Secondo lui il contribuente può evadere le tasse, se, in base alla sua propria opinione, gli sembrano eccessive.

Quando ha controllato Governo e Parlamento si è costruito una serie di leggi per sottrarsi ai processi e alle condanne e ci è riuscito. Non cessa di dire che i magistrati sono dei malati mentali. Sono questi, che ho ricordato, tutti fatti veri e notori. Delineano un modello che si caratterizza per il costante e manifesto dispregio della legge. Non menziono altri fatti egualmente noti che rafforzano questa impronta marcata di ripudio della legalità.

Questo è il modello, ingentilito dal vezzo del personaggio di raccontare barzellette, di fare le corna con la mano, di cadere in battute volgarucce sulle donne. Come è possibile che un simile modello sia dotato di una così elevata forza di attrazione?

Evidentemente chi ne subisce il fascino cova in se stesso le medesime propensioni. E’ ben noto che in Italia la qualità più invidiata è l’astuzia. Il furbo che riesce a farla franca è ammirato e l’evasore impunito è circondato dal generale rispetto. L’arte di arrangiarsi è un’attitudine considerata commendevole. E’ possibile che questo sottofondo della nostra psicologia collettiva sia stato originato nei secoli del dominio straniero con il quale abbiamo lungamente convissuto. Sta di fatto che ancora oggi ristagna in buona parte dei nostri concittadini, una parte pari a metà e forse di più. E’ su questo terreno che germoglia una tendenza a identificarsi in un personaggio astuto, spregiatore della legalità, cultore senza scrupoli del proprio privato interesse, abile nel raggiungere il personale successo.

E’ con questo ordine (o disordine?) mentale che è necessario fare i conti.

Ad esso si aggiunge, e credo con una efficacia non secondaria, una generica ed immotivata antipatia, insofferenza, talvolta ostilità, nei confronti della sinistra. Tali sentimenti sono orientati verso i comunisti ed i sindacati, ma si spalmano su tutte le manifestazioni anche più moderate della sinistra, come i socialisti e la stessa dottrina sociale cristiana, i cui esponenti sono spregiativamente definiti catto-comunisti.

Sulla base di queste premesse, e tenendo conto del difficile biennio del governo Prodi, che con il risanamento della finanza pubblica e le tentate liberalizzazioni di Bersani non si è distinto per una politica specificamente di sinistra, l’iniziativa di Veltroni ed il suo risultato devono considerarsi poco meno di un miracolo. Tanto più se li paragoniamo al triste declino della Sinistra Arcobaleno, inaspettatamente cancellata dal panorama istituzionale.

Cosa farà la nuova maggioranza non è facile prevedere, anche se i precedenti non ispirano ottimismo. Valutare se sarà peggiore l’influenza di Berlusconi o quella di una Lega così irrobustita è francamente una scelta imbarazzante. Forse ci spiegheranno che cosa è questo benedetto federalismo fiscale, che metterà nelle mani delle conventicole locali la gestione delle imposte e comunque dovrà pur comportare un aggravio per le regioni anche di una quota del debito pubblico.

E’ chiaro invece cosa dovrà fare il Partito Democratico e la sinistra nel suo assieme: una vera e propria rivoluzione culturale. La partita non si gioca sulla abolizione dell’ICI o sulla revisione delle aliquote dell’Irpef. Ci vuole ben altro. Bisogna costruire una visione del mondo adeguata ai nostri giorni. Correggere i meccanismi dell’economia, accentuare l’idea dell’eguaglianza, affermare il principio di legalità e di rispetto dell’ambiente naturale. Convincendo che questa tendenza è anche più "conveniente".

Non è cosa da poco. Ma l’alternativa è una prospettiva catastrofica.