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Wilhelm Sasnal alla Galleria Civica

Mostra del giovane autore polacco, improntata a un confronto con la storia collettiva, compresi i suoi passaggi più pesanti, come la Shoa.

Una mostra prevalentemente pittorica è diventata un evento raro negli ultimi anni, alla Galleria Civica di Trento. Ma il fatto è che i giovani artisti, nel mondo, si sono sempre più orientati verso altri media, soprattutto installazioni e video. In realtà la pittura non è scomparsa, vi sono artisti che la praticano accanto ad altre tecniche, altri che si sentono comunque intimamente pittori e cercano nuove vie.

“Senza titolo” (2001).

Tra questi ultimi troviamo il trentaseienne polacco Wilhelm Sasnal, al quale è dedicata la mostra in corso fino al 15giugno, figura che si è affermata da qualche anno anche a livello di mercato ed ha ottenuto una notevole attenzione critica (una sua intervista, che appare anche nel catalogo di questa mostra, si può leggere sul numero scorso di Flash Art).

La sala che introduce questa esposizione ci lascia sul momento piuttosto disorientati: le cinque tele seguono due linee stilistiche molto diverse, da un lato il bianco e nero di immagini che sembrano tratte da un fumetto (e lo sono davvero, sulle orme dei fondatori della pop art), dall’altro un realismo sintetico su toni freddi riferito a soggetti diversi e non immediatamente collegabili tra loro. Solo proseguendo il percorso ci si rende conto che la diversità degli stili e dei soggetti ha una logica, insomma che c’è del metodo in questo eclettismo, anche se occorre farsi aiutare dalle parole dell’autore e della critica, perché la mostra sembra mancare di alcune maglie non secondarie che avrebbero reso più leggibili il tessuto e le ragioni dei diversi cicli.

“Shoah, interprete” (2003).

Il primo dei quali è in realtà un atto di confronto con un passato pesante, con la Shoah e ciò che la popolazione ebrea ha rappresentato in particolare per la Polonia durante e dopo l’ultima guerra. Wilhelm Sasnal sceglie di trattare questo tema facendo riferimento ad altri media e autori che lo hanno affrontato, il famoso fumetto "Maus" di Art Spiegelman e il film "Shoah" di Claude Lanzmann. Verso l’uno e l’altro egli compie un gesto di citazione e "cancellazione": i personaggi di Spiegelman spariscono e rimane solo la scena del campo di concentramento; la figura dell’interprete del film di Lanzmann diventa un personaggio senza volto. Un modo per alludere criticamente a una rimozione, a qualcosa che ci si è rifiutati di vedere e riconoscere.

Insomma, c’è questo confronto con la storia collettiva (anche il ciclo che dà il titolo alla mostra, "Anni di lotta", si riferisce alla lotta partigiana), che passa però attraverso l’esperienza visiva dell’oggi, e c’è questa costante – probabilmente il vero filo conduttore, il vero tema generale del discorso – di un’immagine che viene in parte negata, un buco che distorce una bocca, uno sguardo che manca, un’identità che si perde, fino al gesto di ritagliare fisicamente dei pezzi della tela. Cavallucci, con giusta intuizione critica, arriva a parlare di atteggiamento iconoclasta.

Nel fare tutto ciò, Sasnal compie citazioni più o meno esplicite dalla storia pittorica del Novecento: a parte quest’ultimo riferimento a Fontana, vi sono spesso piccoli innesti di pennellate cubiste, vari accenni alla pop art, all’interno di una padronanza di mezzi, specie di gesto pittorico, che colpisce ma non è mai orientata al puro effetto estetico.

L’apparente eclettismo di Sasnal altro non è che l’adozione dello stile adatto a trattare il discorso di un certo ciclo, coinvolgendovi dei precedenti di cultura visiva. Un quartiere industriale sopravvissuto degli anni Trenta, ad esempio, ce lo restituisce lavorando anche su vecchie fotografie, in modi e toni che paiono tratti dall’illustrazione fantascientifica.

Sasnal è anche molto colpito, nella sua osservazione della realtà e nel suo confronto col passato, da come le svolte tecnologiche segnino passaggi in qualche modo "epocali", anche quando sembrano investire aspetti minimi della vita quotidiana: quindi non solo la dismissione del Concorde, ma della pellicola Kodakrome, del disco in vinile… C’è in lui un’attenzione che è poi la medesima ad indurlo ad usare mezzi espressivi "superati": la stessa pittura ad olio, ma anche, sull’altro versante creativo che lo impegna da qualche anno ed è pure qui documentato, la ripresa cinematografica con pellicola da 8 e da 16 mm, vero antiquariato si direbbe, per immagini che sono però, come la pittura, capaci di evocare certi risvolti misteriosi che si annidano nella realtà quotidiana.

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