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L’energia e il futuro dell’umanità

Un incontro a Trento con Carlo Rubbia: le (grosse) incognite del futuro, le (difficili) alternative, il ruolo decisivo della ricerca scientifica.

Forse ormai è un obbligo sociale: quando arriva un grande nome a tenere una conferenza, bisogna esserci. Una moda, insomma. Ma forse anche un’abitudine positiva: da queste serate si ricava qualcosa, si apprendono cose nuove e al contempo ci si sente un po’ protagonisti di un dibattito nazionale quando non planetario. Comunque, per un motivo o l’altro, anche con il Nobel Carlo Rubbia, approdato a Trento nei giorni scorsi, il Teatro Sociale era stracolmo e la gente si affollava nella retrostante Piazza Italia, a seguire il dibattito sul maxi-schermo.

Il tema era di quelli tosti, nel senso di decisivi: "Quale energia per il futuro?" Che si sarebbe potuto anche declinare, con una non immotivata punta di allarmismo: "Quale energia per quale futuro?"

La drammaticità dell’argomento era implicita. Sottolineata peraltro da un editoriale di Giovanni Sartori sul Corriere di qualche giorno prima: siamo in troppi su questo pianeta, l’incremento demografico ci sta portando alla catastrofe. Rubbia dapprima seguiva quest’impostazione: il 15% dell’umanità che nel corso di milioni di anni ha calcato la terra, vive oggi, per di più consumando una quota di energia sempre maggiore, il pianeta è ormai troppo piccolo, e quelli che iniziamo ad avvertire – riscaldamento globale, prezzo del petrolio, penuria di riso... – sono solo i primi scricchiolii.

Ma rispetto all’impostazione – riduttiva oltre che, a mio avviso, pericolosa – di Sartori (tutta colpa della demografia), Rubbia faceva il passo successivo, favorito da una malposta domanda dell’intervistatrice (la giornalista Mariangela Pira, peraltro incisiva):

L'intervistatrice Mariangela Pira.
"Quanto è responsabile la Cina?"

"I cinesi, come tutti gli altri popoli, hanno il diritto e il dovere di avere il nostro standard di vita. Non possiamo dire che è ‘colpa’ loro". Il problema non è che i cinesi o gli indiani sono tanti; è che cominciano a vivere come noi. La questione è quindi globale, riguarda i fondamenti della nostra civiltà.

La prima risposta, la più ovvia, implicita nel discorso dell’essere in troppi, non è stata per pudore accennata nella serata al Sociale: la guerra. Se siamo in troppi, dobbiamo diventare di meno; la primigenia legge su cui il (buon?) Dio ha impostato il mondo è che alla limitatezza delle risorse si risponde con una spietata selezione dei fruitori, ferocemente ridotti di numero a colpi di zanna, o di corno, o di spada, o di bomba.

Risposta troppo brutale, inquietante anche per una serata di quasi estate in teatro, ed è stata taciuta.

Nel successivo dibattito il pubblico ha invece auspicato una seconda soluzione: dobbiamo cambiare stili di vita, essere più parchi, più austeri. Non è questa la soluzione nelle corde di Rubbia (e, a dire il vero anche a noi sembra perdente: tra egoismo e pauperismo è troppo facile prevedere chi vincerebbe); da bravo scienziato il premio Nobel propone invece lo sviluppo della scienza. La soluzione verrà dalle nuove fonti energetiche.

Ecco che allora si arrivava al cuore del discorso: appurato che l’obiettivo è importantissimo, decisivo, a che punto siamo con le energie alternative?

Quanto sono praticabili, oggi, e quanto nell’immediato futuro?

Sul tema, diciamolo francamente, Rubbia non ci è sembrato pienamente convincente. L’abbiamo visto sostenere, peraltro sempre con grande sicurezza, tesi parzialmente contraddittorie.

Carlo Rubbia.

"Con le tecniche attuali, le energie alternative, il fotovoltaico e anche il nucleare (su cui torneremo, n.d.r.) non sono in grado da sole di sostituire il fossile (petrolio, metano, carbone)." In particolare l’energia più pulita, la solare attraverso i pannelli fotovoltaici, è estremamente limitata: "Tutto il fotovoltaico del mondo produce l’energia di un singolo reattore nucleare: e al mondo di reattori nucleari ce ne sono 360, e danno in tutto il 6% dell’energia complessiva". Insomma, il solare oggi dà meno dello 0,02% dell’energia, e lo dà a prezzi politici, sovvenzionati dai governi. "Se non ci fossero le sovvenzioni, il fotovoltaico chiuderebbe".

Per questo Rubbia guarda con attenzione al nucleare. Ma non al nucleare attuale, basato sull’uranio, che è poco e che, con i soli limitati utilizzi attuali, si esaurirà in 40 anni e che quindi, con buona pace della campagna stampa oggi fragorosamente in corso, non può essere la soluzione; bensì al torio, materiale molto più abbondante, non utilizzabile per usi militari e la cui radioattività "si dimezza in 500 anni, non in dieci milioni come l’uranio" (considerazione tutt’altro che confortante, se si pensa ai drammatici problemi di sicurezza in caso di fuoriuscite radioattive per malfunzionamenti, attentati, oltre che dai depositi di stoccaggio delle scorie).

Detto tutto questo - che il fotovoltaico è troppo arretrato, e che a questo punto è tutt’altro che da buttare la pur pericolosa opzione nucleare, purché al torio (da lui brevettata ma non ancora operativamente realizzata) - Rubbia in chiusura di serata ripresentava il solare: "Tutta l’energia che oggi si produce dai fossili potrebbe essere rimpiazzata da un solo grande impianto fotovoltaico situato nel Sahara, di 200 chilometri per 200, lo 0,1% dei terreni desertici". E ancora: "Tutta la produzione di petrolio dell’Arabia Saudita potrebbe essere sostituita da un millesimo del suo territorio desertico ricoperto di pannelli". Problemi tecnici? "Nessuno".

E allora? Se è tutto così semplice, perché dire che il fotovoltaico non è competitivo? E avallare il nucleare, con tutti i rischi che si porta dietro? Si rimane sconcertati.

In realtà, della conversazione di Rubbia, quello che ci pare realmente interessante è il messaggio di fondo: sulle energie alternative bisogna investire, ne va di mezzo il futuro dell’umanità. Oggi il business energetico rende 10 miliardi di dollari al giorno, più altri 10 miliardi di tasse; ma mentre le altre industrie, da quella dell’automobile a quella informatica, reinvestono in ricerca il 10-15% dei ricavi, l’industria energetica ne reinveste una frazione irrisoria, e così i governi. Se si cambierà rotta, se si investirà, le soluzioni si troveranno.

La Silicon Valley, finita l’età d’oro dell’informatica, sta pesantemente investendo (un’altra contraddizione del professore: non aveva detto che si investe poco? Ma ancora quel che conta è il discorso generale) proprio nelle energie alternative. Questo sarà il futuro, e il business, dal quale l’Italia rischia di essere tagliata fuori.

Vogliamo tirare una conclusione? Si può ragionevolmente sperare che non faremo la fine degli abitanti dell’isola di Pasqua, la cui economia era basata sull’utilizzo delle palme, che abbatterono fino all’ultima, condannandosi alla miseria e a feroci scontri intestini. Possiamo pensare che noi non ci ammazzeremo tutti per accaparrarci gli ultimi barili di petrolio. Se non altro, la forza dei soldi spinge a trovare delle soluzioni, che dopo tutto non sono così lontane.

Ma sarà molto importante essere della partita, gestire queste tecnologie, non essere costretti ad acquistarle. E l’Italia "partita bene, sta perdendo terreno".

A dire il vero, il Trentino, con il nascente distretto tecnologico-ambientale, le modalità costruttive in risparmio energetico, le ricerche su fotovoltaico e idrogeno, sembra aver imboccato questa strada. Speriamo si prosegua con determinazione.