Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Ma quale privacy!

Redditi su Internet: che c’è di strano?

A me pare che questa legge sulla privacy sia una legge insensata. Dovrebbe proteggere la riservatezza, cioè la vita privata delle persone, e ci infligge l’obbligo di firmare formule astruse sui "dati sensibili", utilizzabili o non utilizzabili, in numerose occasioni.

Dovrebbe insomma garantire la "segretezza" della nostra esistenza, in questa Italia nella quale "nulla è segreto, e molto è misterioso", come ebbe a dire Giulio Andreotti in una delle sue lapidarie battute. Se lo dice lui c’è da credergli, che di servizi segreti e di misteri se ne intende. C’è in verità anche una legge ancora più stupida, voluta proprio da Andreotti, quella che obbliga le imprese che contraggono appalti con gli enti pubblici a dichiarare di non essere associate alla mafia. Che se poi – cosa assai improbabile – si dovesse scoprire che invece è vero il contrario, la sanzione per la falsa dichiarazione risulta assolutamente insignificante. In ogni modo sono leggi che esistono e vanno rispettate. Quella sulla mafia ed anche quella sulla privacy.

Vincenzo Visco

Ma cosa c’entra con la privacy la dichiarazione dei redditi?

L’Agenzia delle entrate, con il consenso del vice ministro Vincenzo Visco, ha autorizzato la pubblicazione su Internet delle dichiarazioni dei redditi di tutti i contribuenti, ed è esplosa una reazione indignata, addirittura uno scandalo. Il garante della privacy ha condannato l’iniziativa, e a Roma c’è una Procura della Repubblica che indaga contro il responsabile dell’Agenzia delle Entrate ed il vice ministro, sospettati addirittura di avere commesso il reato di violazione del segreto che dovrebbe coprire, almeno su Internet, i redditi dei contribuenti.

A me questa cagnara ha fatto una pessima impressione. Infatti, se c’è un atto pubblico per eccellenza, è proprio la dichiarazione dei redditi. Essa è la base stessa della convivenza civile in uno Stato democratico. L’origine della democrazia parlamentare è stata fondata sulla puntuale equivalenza fra tassazione e rappresentanza politica. Nessuna tassa senza rappresentanza politica, ma anche il contrario, cioè la rappresentanza politica implica l’obbligo che pagare le imposte. "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva", così recita l’articolo 53 della Costituzione. E’ questa l’espressione normativa e moderna della dottrina del "contratto sociale" di Jean Jacques Rousseau. La democrazia è una sorta di contratto fra tutti i membri di una comunità statuale per organizzare i poteri ed i servizi pubblici che la rendono civile. Ognuno ha il diritto di esigere che ciascun membro della comunità adempia al suo obbligo contributivo, e quindi ha il diritto di sapere se ciò avviene. Ritenere che la dichiarazione dei redditi sia un fatto privato è un enorme stupidaggine.

Ed infatti non è questo che si dice. Si riconosce che le dichiarazioni dei redditi sono pubbliche, ma la loro conoscibilità è subordinata a particolari formalità: la esposizione degli elenchi negli albi comunali, il rilascio di copia su specifica richiesta, insomma secondo modalità e procedure che ne limitino la diffusione. Ciò poteva essere comprensibile fino a quando i mezzi di informazione, rispetto alla enorme quantità dei dati, erano inadeguati e costosi. Ma nel momento in cui la tecnologia più avanzata ci offre attraverso Internet la possibilità di una facile e rapida comunicazione dei dati, si dovrebbe plaudire a tale fortunata evenienza che consente di rendere effettivo il diritto alla conoscenza da parte di ciascuno del comportamento contributivo di tutti, così realizzando nel modo migliore il reciproco controllo se il contratto sociale sia stato adempiuto.

Ma, si obietta, questa generalizzata ed agevole conoscenza della denuncia dei redditi di tutti i contribuenti può eccitare a usi scorretti di tali informazioni: denunce anonime, vendette personali, ricatti. Tutto ciò è vero. Ma quando mai si è negato un diritto con il pretesto di evitare che se ne potesse abusare? Il diritto di manifestare il proprio pensiero può degenerare in ingiurie e diffamazioni o nella propalazione di notizie false e tendenziose; il diritto di associarsi liberamente può concretarsi in gruppi eversivi o in associazioni per delinquere; ma nessuno si è mai sognato per questo motivo di negare il diritto di esprimere il proprio pensiero o il diritto di associarsi liberamente.

Perché invece la possibilità del suo abuso dovrebbe sacrificare il mio diritto di conoscere la dichiarazione dei redditi di tutti gli altri contribuenti?

Forse perché l’unica cosa che si considera sacra e inviolabile è i diritto ad evadere le imposte, come ci ha insegnato il premier non più in pectore?