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Rifiuti: la diagnosi e la terapia

La monnezza, e i rimedi in una situazione deteriorata.

Se uno sta male, cosa fa? Va dal medico. Ed il medico, cosa fa? Prescrive la cura, magari una cura d’urto ad efficacia immediata, dolorosa ma risolutiva? No, certo. Anzitutto deve capire le cause del malessere, individuare la natura del male, insomma fare la diagnosi. La diagnosi viene prima della terapia e della prognosi, in senso temporale ed anche logico.

Il disastro dei rifiuti di Napoli è una malattia, un morbo collettivo. Per curarlo in modo stabile è necessario anzitutto scoprirne le cause ed agire, anche con tempi medio-lunghi, su di esse. In questa cornice realistica, benché complessa, possono stare anche misure urgenti, idonee ad attenuare i sintomi più dolorosi, ma che siano però coerenti con il quadro generale del fenomeno patologico, altrimenti si rischia di aggravarlo.

E quali sono le cause del mostruoso accumulo di rifiuti nelle strade di Napoli?

Anzitutto la sterminata quantità di rifiuti, cioè di beni inutili, che produce il nostro modo di consumare, cioè la nostra economia.

Quando si va a comperare un etto di prosciutto te lo avvolgono in tre tipi di carta. Scatole di cartone, barattoli di metallo, borse e bottiglie di plastica, involucri di alluminio, sono una massa di "beni", non necessari, che, per quantità, superano largamente la consistenza dei prodotti che ci servono e che rispetto ad essi sono dei meri accessori. So bene che tutti questi "beni" concorrono a formare il il prodotto interno lordo, che è il mitico segnale della nostra prosperità. Ma questo è uno degli effetti perversi della sublime razionalità del libero mercato. E’ possibile, è necessario porvi rimedio? Credo di sì, anche se so benissimo quanto sia difficile tornare al costume delle nostre nonne che quando uscivano a fare le provviste si portavano la borsa della spesa e la bottiglia per il latte.

Questa causa è presente però in tutta Italia, e da sola non provoca altrove le conseguenze devastanti che vediamo a Napoli. C’è dunque dell’altro che concorre a deturpare la regione partenopea e con essa l’immagine dell’intero nostro Paese.

Il territorio in cui è insediata la metropoli è oggettivamente inadatto ad ospitare discariche, inceneritori, termovalorizzatori, insomma tutti quei mezzi che servono per riciclare o distruggere i rifiuti. E’ affollato di agglomerati umani e pur nella sua vastità non offre angoli ove impunemente possa allocarsi taluna di queste strutture. La popolazione vi si ribella perché teme gli effetti nocivi e l’abbrutimento ambientale che da esse possono derivare. Simili impianti devono essere situati in zone più remote, sulle alture dell’interno. Si sono portati i rifiuti in Germania, sarà pur possibile smaltirli in luoghi distanti dal centro abitato, ma pur sempre in Campania!

E’ forse colpa dei napoletani? In parte sì, ma non per ragioni intrinseche alla loro indisciplinata natura, e non credo nemmeno che sia tutto addebitabile alla camorra, la quale comunque vi trama per i suoi profitti. Infatti in altre parti della Campania, in altre città della Regione lo smaltimento dei rifiuti funziona. Eppure la natura e la cultura della popolazione sono assai simili a quelle dei napoletani e la camorra allunga gli artigli anche da quelle parti. La colpa è degli amministratori, dei politici che in tanti anni in cui il fenomeno morboso è andato accumulandosi non lo hanno visto, lo hanno trascurato, non hanno saputo immaginare interventi risolutivi. Soprattutto non hanno reso consapevole la popolazione della necessità di governarlo con interventi adeguati ma anche con la attiva partecipazione dei cittadini.

Ora si adottano misure drastiche. Ma i fenomeni politico-sociali non sono assimilabili ad un’azienda, dove il padrone giudica e comanda. Una vasta comunità umana insediata su un determinato territorio ed inserita in un sistema economico incontrollato esige un governo comprensibile, condiviso, partecipato. Altrimenti il rischio è di aumentare le tensioni, senza risolvere il problema.