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Se il lettore non ha sempre ragione… 

Il Festival sul giornalismo senza qualità: di chi la colpa? E quali i rimedi?

Quello che prima era il grande alleato dell’informazione libera dai condizionamenti economici e politici, e quindi della democrazia, oggi rischia di diventarne il nemico. Di chi si sta parlando? Dei giornalisti e della loro capacità di fornire buona informazione? No. Non si sta parlando di chi offre l’informazione, ma di chi la domanda: il mercato.

Secondo il giornalista britannico John Lloyd, ospitato dal Festival dell’Economia il 2 giugno proprio per parlare di "mercato dell’informazione", è dalla domanda del pubblico che oggi arriva una delle più serie minacce al giornalismo inteso come servizio fornito nell’interesse generale del cittadino.

John Lloyd

Fino a qualche tempo fa, ragiona Lloyd, il mercato dell’informazione permetteva l’esistenza di un giornalismo di qualità finanziato in prevalenza dai lettori. Da un po’, invece, i lettori non chiedono più giornalismo di qualità, ma qualcosa che del giornalismo mantiene una qualche forma, ma perde del tutto la vera sostanza. Un prodotto gravemente viziato da dilettantismo e spettacolarizzazione. E, soprattutto, un prodotto gratuito.

Secondo Lloyd la ragione per cui il giornalismo di qualità, modello New York Times o Frankfurter Allgemeine per intenderci, oggi versa in una grave crisi economica originata da una emorragia di lettori è appunto data dal fatto che questi ultimi si sono progressivamente orientati all’informazione gratuita: quella reperibile su web e quella fornita dalla cosiddetta free-press cartacea. Informazione quasi sempre scadente.

Lo slogan "il cliente ha sempre ragione" sta insomma piagando il giornalismo, e il mercato non è più quel vate illuminato che gli permetteva di prosperare senza comprometterne la qualità. Osservazione discutibile, questa, perché verrebbe da chiedersi se, anche prima dell’avvento del web e della free-press, il mercato non condizionasse già negativamente la qualità del giornalismo: basti ricordare la guerra all’ultimo lettore combattuta a colpi di gadgets tra il Corriere della Sera e la Repubblica negli anni ‘80. Ma prendiamo per buono il ragionamento di Lloyd inquadrandolo come la denuncia di un serio aggravarsi del problema, e chiediamoci dunque insieme a lui quali possano essere le vie d’uscita alla odierna dittatura del mercato dell’informazione.

Come risposta al web, Lloyd sembra suggerire una trasmigrazione alle modalità utilizzate in esso: il giornalista deve smettere di essere colui che gira col taccuino in mano e si limita a pigiare sulla tastiera, ma deve diventare a tutti gli effetti multimediale. Come risposta alla free press, invece, Lloyd ritiene di poterla trovare nella commistione tra giornalismo alto e giornalismo basso - un colpo al cerchio e uno alla botte – una soluzione che i nostri due maggiori quotidiani praticano da almeno vent’anni.

Ma queste ricette intervengono solo sulle modalità di fare informazione, e non entrano nel cuore del problema: chi paga? Appare infatti scontato, nota Lloyd al termine del suo intervento, che il giornalismo di qualità, se vuol sopravvivere, dovrà trovare delle fonti di finanziamento non commerciali.

Lloyd guarda quindi ai proprietari, e si chiede se esistano, oggi, editori non orientati alla realizzazione di profitti attraverso l’informazione, e quindi non interessati a dare sempre ragione al cliente. Tra i pochi, alcuni di loro potrebbero essere quelli interessati ad ottenere il prestigio e la visibilità politica piuttosto che il successo commerciale. Ma basta che Lloyd stesso faccia il nome di Berlusconi (il disinteresse del quale per il profitto fatto con le tivù, tra l’altro, è tutto da discutere), per mostrare quanto una soluzione di questo genere farebbe cadere i bravi giornalisti dalla padella alla brace.

Ecco quindi che Lloyd avanza un’altra ipotesi, più che altro un auspicio: che si possa riuscire a sollecitare soggetti dotati di grandi disponibilità economiche al sostegno disinteressato del giornalismo di qualità: Lloyd fa l’esempio del britannico Guardian, posseduto da una fondazione. La cosa però ci lascia perplessi: affidarsi ai filantropi sembra una soluzione tanto velleitaria quanto comunque foriera di insidie, in termini di reale indipendenza e libertà delle redazioni beneficiate da tanta grazia.

Peccato che Lloyd non abbia accennato alla combinazione dei due elementi che, nell’opinione di chi scrive, resta l’unica ancora di salvezza credibile per il giornalismo di qualità che voglia affrancarsi dal giogo di un mercato che chiede per lo più spettacolo e frivolezze. Il riferimento è alla cooperazione giornalistica ("il giornale dei giornalisti") sostenuta dal finanziamento pubblico, la quale, anche grazie a un mercato pubblicitario finalmente regolato da serie leggi antitrust, possa riuscire a parlare a quei segmenti del mercato ancora interessati all’informazione di qualità, senza per questo essere costretta ad arrancare fino a dover scegliere tra volontariato giornalistico o chiusura dei battenti.

E’ la sfida che vuole intraprendere nel futuro il giornale che avete in mano.