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Il lato grigio del potere

Il grisentismo è una degenerazione del dellaismo?

Nell’intervista a Lorenzo Dellai, il presidente riconosce una inaccettabilità di "atteggiamenti" da parte dell’ex assessore Silvano Grisenti: "Non ci si esprime in quei termini" afferma (Il Trentino fra Dellai e Divina). In sostanza il presidente minimizza. Ancor più minimizzano, anzi giustificano l’operato del potente compaesano una parte maggioritaria degli abitanti di Povo, come scriviamo nella pagina seguente, dove non a caso li paragoniamo con gli abitanti di Ceppaloni.

Eppure invece, come del resto pensa la maggioranza dei trentini, quanto scoperchiato dall’inchiesta "Giano bifronte" è molto grave. E va alle radici del potere in Trentino, come si è andato configurando in questo decennio di governo Dellai.

Le intercettazioni infatti sono impietose. In esse Grisenti, da presidente dell’Autobrennero (e da ex assessore ai Lavori Pubblici) si dà da fare per fare assegnare all’imprenditore Fabrizio Collini una serie di appalti, a Madonna di Campiglio, a Moena, a Pieve di Bono, tre ponti per l’A22, il palazzo della Provincia, il quartiere di Renzo Piano all’ex-Michelin, il Museo della Scienza , il Nuovo Ospedale. E si rammarica di non avere più "alcuni elementi del panorama, quando ero in Provincia li avevo un po’ tutti".

Questa, secondo i magistrati, si chiama "turbativa d’asta". Non vogliamo anticipare il giudizio finale della magistratura. Certamente dal punto di vista politico, deontologico, etico, un uomo pubblico che traffica per convogliare affari e denari pubblici verso un privato, indica una situazione di degrado. Quando poi altre intercettazioni rilevano che attorno e in parallelo a questo grumo di interessi si muovono altre situazioni e personaggi, che parlano essi stessi di "una cupola, se ti metti contro loro, ti tagliano le mani", siamo ben oltre la soglia di allarme.

A questo punto vale ben poco la difesa (portata avanti dai cittadini di Povo-Ceppaloni) per cui Grisenti, non intascando tangenti ma invece prodigandosi per la parrocchia, la squadra sportiva, il seminario, ecc., sarebbe immacolato. A parte il fatto che il nostro un interesse privatissimo lo persegue, imponendo, con dure pressioni e vivaci parole, la presenza del fratello e del suo studio nella spartizione della torta – e difatti questa evenienza viene individuata dai magistrati come possibile reato – bisogna capirsi su un discorso di fondo. Gestire affari pubblici per creare da una parte una rete di imprese dipendenti, e dall’altra uno stuolo di riconoscenti clienti, è sommamente pernicioso. Per la democrazia, perché si genera un centro di potere autonomo e incontrollato e per l’economia, perché così si supporta un sistema di imprese che competono non a livello imprenditoriale, ma clientelare, vincono le gare non perché fanno l’offerta migliore, ma perché sono nel cuore del boss. E’ infine pernicioso per la società: un Trentino trasformato in un insieme di Ceppaloni, i cittadini in clienti, sarebbe una terra dal pallido futuro.

Questo è il grisentismo, che non a caso, in parallelo con la faccia benevola del contributo alla parrocchia, mostra la faccia truce del caso "magnadora": "l’è pu’ alta la magnadora", i contributi provinciali al Comune non allineato verranno lesinati. Ancora un uso personale, a brutali fini di potere, del denaro pubblico: o strisci, o ti sego. Non a caso nelle periferie l’opposizione al grisentismo è stata vissuta come battaglia di dignità.

Dellai, Grisenti e i poteri forti

E Lorenzo Dellai, che ha avuto Grisenti a fianco per nove anni in Provincia e prima ancora al Comune di Trento?

"Non poteva non sapere" dicono gli avversari del centro-destra. Secondo noi il rapporto tra i due è invece più profondo e al contempo problematico.

Fin da sindaco di Trento, anzi, soprattutto da sindaco, Dellai coltivò in prima persona stretti e discutibili legami affaristici con i poteri forti della città. Ricordiamo solo la speculazione sul terreno ex-Michelin, graziosamente ceduto dal sindaco e su cui i privati hanno fatto un affarone colossale e l’ente pubblico continua a spendere (da ultimo il riacquisto – a caro prezzo - dell’area del Muse). O l’acquisto per oltre dieci miliardi dall’imprenditore Zini di un parcheggio a Palazzo Onda: inutilizzato per una decina d’anni, mentre utilizzata era ai piani superiori la sede della Civica Margherita.

Su questo QT ha per anni indagato e denunciato, scontando anche l’isolamento, fra una sinistra e un mondo politico supini al "Dellai nostro leader". Questi, a chi gli chiedeva di un nostro articolo su uno dei tanti affarismi, poteva rispondere sprezzante: "Non leggo giornali pornografici".

Arrivato in Provincia, Dellai si spostò su un altro livello (il controllo, attraverso uomini fidati, delle grandi società parapubbliche, come Informatica Trentina o Trentino Servizi), lasciando i rapporti con il mondo del mattone nelle mani dell’amico Silvano. Insomma, fino a quel punto una perfetta continuità tra i due, tanto che Grisenti veniva descritto come il braccio affaristico del presidente.

Comuni erano peraltro i presupposti, la visione dell’economia. Anche per Dellai, privilegiare le costruzioni era una maniera intelligente di stimolare l’economia. Per cui ogni problema si risolveva acquistando una sede: e anche adesso i problemi della scuola si risolvono costruendo nuovi istituti (a Trento addirittura si inizia a ristrutturare le Scuole Crispi, con un auditorium interrato, per spostarvi il conservatorio, e al contempo per lo stesso fine si prenota l’area ex-Italcementi); e quelli della sanità costruendo un nuovo ospedale (quando di quello "vecchio" non è ancora completata la ristrutturazione da capo a fondo).

L’Azienda Pubblica di Servizi alla Persona, ossia Istituto per sordi.

E inoltre, i cantieri dovevano essere trentini, le imprese locali. Di qui una serie di provvedimenti per tagliar fuori la concorrenza: gli appalti spezzatino, un’opera suddivisa in tanti tronconi, per non essere costretti ad appalti europei. Ed altri inghippi per favorire la trentinità. Il più usato, la "variante in corso d’opera", per cui l’impresa "giusta" vinceva l’appalto con un prezzo bassissimo, insostenibile; tanto poi, durante i lavori, per sopraggiunti imprevisti, richiedeva una variante che raddoppiava i costi, l’assessore compiacente autorizzava, e i conti tornavano alla grande.

Con il passare degli anni, questo metodo divenne un sistema. Che legava insieme, attraverso una movimentazione di miliardi (di euro!) il politico e un giro di progettisti e imprese. Indubbiamente i frutti ci furono: i lavori si facevano, in fretta e senza contestazioni. Probabilmente si spendeva più del dovuto, ma è difficile stabilirlo. Sicuramente le imprese, drogate dai rapporti privilegiati, si indebolivano, ben poche mettevano il naso fuori provincia e ogni tanto qualcuna falliva. Ma il sistema reggeva e l’assessore diventava sempre più potente. Anche troppo.

Il "grisentismo" iniziò a separarsi dal dellaismo. Probabilmente il troppo potere, quel tipo di potere, non si addiceva al Silvano, ormai troppo arrogante. Dellai iniziò a capirlo. Sfoggiando il suo proverbiale pessimo carattere, in giunta iniziò a trattarlo male. Poi pensò che era meglio prenderne le distanze.

Prima denunciò nella Margherita "una fase di disorientamento", proponendo una "svolta etica"; non successe niente. Poi, emerso lo scandalo della magnadora, ruppe gli indugi e al congresso del partito promosse la candidatura del giovane Luca Zeni, come segno di rottura con il notabilitato; Grisenti e gli altri contrapposero Giorgio Lunelli e vinsero il congresso. Ripresosi dalla sconfitta, Dellai finalmente riuscì ad allontanare Grisenti dall’assessorato e a "promuoverlo" all’A22; con i risultati visti. In prossimità delle elezioni sciolse la Margherita rifondandola nell’Unione per il Trentino; ma nella redazione delle liste i grisentiani in tante situazioni ebbero la meglio.

La conclusione non è consolatoria: la Margherita, la nuova UpT sono intimamente grisentiane, la gestione disinvolta del clientelismo, se non viene scoperchiata dalla magistratura, resta un peccato veniale. Per quanto Dellai cerchi di scrollarselo di dosso, il grisentismo rimane il suo peccato originale; di più: una variante peggiorativa delle sue stesse disinvolture.