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El Silvano, storia d’en bon Poero

Silvano Grisenti, il Griss, ha sempre avuto un occhio di riguardo per Povo, il suo paese natale: la sua mano nel piano regolatore ha permesso a tanti compaesani di farsi la casa, magari forzando un poco le norme, o di migliorare una viabilità fatta di stradine campestri; il nuovo ponte Ludovico, la casa di riposo, qualche lavoretto qua e là e tante altre attenzioni che non sono, evidentemente, casuali. E lui, il Griss, ne è stato ripagato con costanza ad ogni tornata elettorale. Si potrebbe dire che Grisenti sta a Povo come Mastella sta a Ceppaloni.

Simona Piattoni, docente di scienza politica all’Università di Trento, ha elaborato per anni la tesi del "clientelismo virtuoso", secondo la quale, in alcuni specifici casi, il clientelismo può esser considerato come un sistema diretto a fare gli interessi del territorio, anche se manca di universalismo ed impersonalità. Questo ad alcune condizioni specifiche: favorire ditte trentine che rispettano le regole e che facciano opere di effettiva utilità, nessuna discriminazione politica, niente fondi neri girati ai politici, nessuna pressione per il voto. Nel caso trentino, tutto questo è rispettato. Il fatto che le aste fossero pilotate e gonfiate attraverso l’uso smodato di varianti rende però il clientelismo grisentiano molto meno virtuoso, sempre secondo teoria. Ma d’altra parte, il clientelismo avrebbe alcuni pregi, se permette di conoscere meglio e venire incontro ai problemi del territorio, che in effetti, in genere, sarà poi riconoscente.

E’ proprio sul territorio che bisogna tornare per capire meglio: quanto fu virtuoso il suo modo di fare politica, per oltre vent’anni? E’ venerdì 26 settembre quando arriviamo in paese, appena una settimana dallo scoppio dello scandalo. In piazza c’è un gran traffico di gente, macchine e trattori.

Piero è un operaio agricolo che ci racconta come il Griss si sia comportato da persona seria e non abbia mai fatto sfrugni per sé, aiutando piuttosto tante ditte locali che erano lì lì per chiudere. Dellai, che lo ha mollato subito, sarebbe un can da l’ostia che vede solo la sua poltrona. La corruzione? "Nessuno obbligava chi prendeva gli appalti miliardari a dare due soldi alla polisportiva, al Marzola o ai preti (santa ingenuità, n.d.r.): non è certo corruzione questa!" Conclude dicendo che "qui a Povo, quelli con cui lavoro la pensano tutti come me, che il Griss l’è un bon om."

Il titolare di una piccola impresa edile dà la colpa alle cooperative rosse, che con Grisenti non vincevano più e se la sarebbero presa. "Prima del Griss per le nostre imprese era dura vincere una gara, i lavori grossi se li portavano via sempre quelli di fuori! E comunque è sempre stato così, anche con Malossini e gli altri. Il tempo passa, le cose sono sempre le stesse."

E se avesse forzato le regole per aiutare i locali?

"Anche se fosse? Lo faceva per tenere i soldi e il lavoro qui da noi. Se non fosse stato per lui, alla Brennero comanderebbero tutto i todeschi".

Il "Silvano brava persona" è un leitmotiv in piazza; tutte le persone con cui parliamo ci confermano che el Silvano aveva a cuore il suo paese e se per favorire "quei da chi" era costretto a fare uno strappo alle regole, beh, viva lo strappo. Per andare oltre ci rivolgiamo ad un Poero particolare: il professor Piergiorgio Rauzi, che non è nuovo allo studio di fenomeni come questo.

"E’ molto semplice, - esordisce subito, accogliendoci nel suo ufficio a Sociologia - io parlerei di sudditanza riconoscente. Nessuno si pone dubbi etici: il Griss si spende per chiunque, è un punto di riferimento positivo per i suoi Poeri (a Povo non cade foglia che Grisenti non voglia) e quindi automaticamente è buono e bravo. Tutti i sobborghi di Trento vorrebbero avere un Grisenti in casa. In questo modo però lui ha finito per sentirsi onnipotente. Come quella volta che per il cineforum parrocchiale mi ha consigliato di andare a parlare con lui invece che con il parroco. Il suo porsi in modo paterno si accompagna male ad un uso disinvolto delle risorse pubbliche. Perché Grisenti prima partecipa in prima persona ai restauri del teatro Concordia o va in campeggio a Bresimo a fare il cuoco; poi però finisce per atterrare al campeggio con l’elicottero della Provincia per bersi il caffè assieme al figlio".

"Ma non faceva mica el galet!" ci dirà poi un coltivatore del posto. "Essendo in politica è ovvio, chi va al mulino s’infarina; l’importante è che la farina sia buona. Sono convinto che el Silvano non ha intascato nulla, i soldi erano solo per gli altri. E infatti, anche se politicamente io sto all’opposizione, se si fosse candidato come sindaco io l’avrei votato".

All’A22, i discorsi dei dipendenti sono sulla stessa falsa riga: "Ci dava fiducia, diceva: ‘Fate, ma se sbagliate vi bastono perché il culo è mio’. Mentre lui lavorava altri assessori chiacchieravano. Chi si ricorderà della Berasi o di Andreolli?"

La sensazione che abbiamo è che si tenda a legittimare ogni comportamento in nome di un bene comune. Il vecchio macchiavellico fine che giustifica i mezzi.

Molti raccontano che in dieci mesi di microspie e telefoni sotto controllo non si è riuscito a trovar tracce di tangenti, ma solo di dialoghi del tipo "Qui comando io". "Logico, - dicono - era lui il presidente, chi altro doveva comandare?"

Marco Brunazzo, docente a Sociologia a Trento, dimostra una certa preoccupazione verso questi atteggiamenti: "Un conto è governare, ben diverso è esercitare il potere. Da un politico che ricopre un certo ruolo sarebbe normale aspettarsi comportamenti più adeguati. In questo caso, comunque, non è solo una questione di morale: si tratta di un’idea di Trentino, che con atteggiamenti come questi rischia di isolarsi e chiudersi sull’autonomia".