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Cinquant’anni suonati

I Sonic Youth a Bolzano, un concerto eccitante di cinquantenni indomiti.

Paola dice, sì, bello, però come al solito l’acustica... Avrei voluto tirarle un cazzotto sul naso. No, intendiamoci, adoro Paola. Michela invece se ne è stata tutto il tempo appoggiata a una grata di recinzione laterale e alla fine aveva lo stesso atteggiamento snob annoiato. Avrei voluto scuoterla come una maracas. Ma no, voglio bene anche a Michela e mi fa ridere.

Però non le capisco. Cioè, non succede spesso di trovarsi davanti a qualcosa di così indiscutibilmente divertente ed eccitante. Come si fa a starsene in posa da un lato, o a guardare il particolare acustico? Ma chi se ne frega! E’ il solito stolto che quando il saggio indica la luna con il dito guarda il dito. Siamo alle solite, mi fate cadere nella retorica, non lo sopporto. Poi magari si eccitano tutte per la realtà virtuale di avatar o la sovraincisione di una registrazione in studio. E invece lì sul palco...

Ok, queste sono tutte cazzate, ma cosa è successo ai trentenni di questi tempi?

Il concerto dei Sonic Youth a Bolzano è uno dei più coinvolgenti ed eccitanti spettacoli che abbia mai visto. Una cosa necessaria, direi, di questi tempi. E così eccomi sotto il palco a saltare e sudare e farmi investire e trascinare dai suoni e dalle ritmiche che investono la platea. Io cinquantenne e il resto della moltitudine dei ventenni o meno.

Io non me ne intendo più molto di queste cose, ma ho come l’impressione che dopo di loro non ce ne siano stati tanti altri che siano andati avanti, che abbiano tirato fuori cose così nuove e significative dalle due chitarre, basso, batteria, voce. Il loro suono a me sembra ancora avanti, oggi come vent’anni fa; i dialoghi fra chitarre di Lee Ranaldo e Thurston Moore unici ed elettrizzanti; la tensione delle corde e della ritmica sempre minacciosa e il canto di Kim Gordon ancora così ubiquo e inquietante.

So che nella loro carriera hanno realizzato dischi, collaborato con altri musicisti; si sono avvicinati all’elettronica, sono sempre stati immersi nel mondo dell’arte nel senso più ampio, hanno composto colonne sonore, eccetera, ma il concerto di Bolzano, nella straordinaria cornice della fabbrica Stahlbau Pichler, ce li ha restituiti così, come sono e come ce li aspettavamo, come li conosciamo, anche se non riconosciamo nemmeno uno dei pezzi eseguiti.

Allora eccoli a cinquant’anni suonati (è proprio il caso di dirlo), una carica indomita, un non risparmiarsi sul palco, le zazzere al vento, la potenza sonica perfettamente sotto controllo, tutta la carica e l’estetica del punk e della sua evoluzione ancora in campo per darci quasi due ore di una vitalità straordinaria. Perché i Sonic Youth sono veramente vivi su quel palco scarno di amplificatori, strumenti, rastrelliere di chitarre e luci stroboscopiche. E poi sempre lei, Kim Gordon, che molla il basso e salta e balla con la forza e la grazia di un’adolescente; e allarga le braccia e canta vulnerabile, immolata sull’abrasivo tappeto sonoro. E poi tutti lì, a spremersi ed esprimersi immersi in un fondale che in retroproiezione avvolge con immagini di un concerto degli anni ’60 con Joni Mitchell, John Sebastian e Crosby Still Nash & Young.

Ma che c’entrano i ’60 e Neil Young? C’entrano eccome, che mica sono stati zitti i giovanotti sonici sulle questioni politiche e guerresche, e in passato hanno pure fatto il gruppo spalla ai concerti di Neil Young, per esempio. E allora si produce un feedback sonoro ed emotivo che fa sentire vivi ed eccitati anche tutti noi. Ventenni e cinquantenni.

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