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La montagna non è una palestra

Riflessioni sul congresso nazionale del Cai.

Una gaffe incredibile quella dei quotidiani e delle televisioni trentine: nessun organo di informazione ha dato la notizia dello svolgimento del 98° congresso nazionale del CAI (Club Alpino italiano) a Predazzo, il 18 e 19 ottobre. Non fosse stato per la lettera aperta inviata ai quotidiani Trentino e Alto Adige dall’inviato di Repubblica, lo scrittore Paolo Rumiz, nella nostra Regione e nessuno avrebbe avuto modo di sapere che a Predazzo si è tenuto l’importante momento di riflessione del Club Alpino italiano. L’appuntamento era importante, strategico, da ben 12 anni il CAI non teneva un vero e proprio congresso. Innanzi a tutto perché si è tenuto all’interno di una struttura militare, la scuola alpina della guardia di finanza di Predazzo, un corpo che da quasi 250 anni opera in montagna e ha costruito con le popolazioni locali rapporti di collaborazione, anche sostenendo attivamente la formazione verso le alte quote.

Ma anche perché ai cittadini è stato impedito conoscere l’avvio di un processo di trasformazione del Club alpino non certo trascurabile. Gli osservatori attenti dell’ambiente culturale e sociale della montagna sanno di non potersi aspettare dal CAI tempi rapidi di evoluzione. Il CAI unisce nelle sue 487 sezioni oltre 300.000 soci, nella struttura organizzativa più che ad una associazione assomiglia ad una istituzione: per nulla agile, è autoreferenziale, soffre le critiche, è visto come eccessivamente sbilanciato verso i vari poteri istituzionali del nostro paese: per questo motivo ha difficoltà nel raccogliere e offrire risposta alle esigenze, ai veri bisogni dei suoi soci.

Da Predazzo in poi il CAI mette in discussione questa sua struttura organizzativa e lo fa con moderazione, a voce flebile, chiedendosi come sta cambiando la società, come sta modificandosi il rapporto del cittadino, dell’escursionista, dell’alpinista verso la montagna. Quali comportamenti favorire, in quale missione, in quali valori investire.

Per guardare al futuro era necessario affrontare una riflessione storica, è solo guardando al passato che si costruisce l’avvenire, come intervenire e preparare l’accadere anche perché, piaccia o meno, il futuro arriva comunque (A. Salsa - presidente).

Non vi è dubbio che i tempi attuali ci propongano varie situazioni di crisi nella lettura della montagna: pareti spittate, montagne divenute palestre di esibizionismo e velocità, conflittualità, uno scenario percepito vuoto che viene riempito anche da passaggi di effettiva volgarità. Il CAI può rovesciare questa situazione, è stato detto, proponendo i suoi valori, investendo in ciò che unisce, investendo su più patrimoni, riprendenendo i miti per arrivare a vivere finalmente ciò che si desidera. Passaggi che intendono investire nelle persone, costruire e rafforzare relazioni, socialità.

Le commissioni di lavoro hanno illustrato con determinazione quali saranno i campi di attenzione: ambiente ed identità culturale della montagna, cultura, giovani, una organizzazione più agile, attenta alla vita delle altre associazioni, la rottura della presente burocrazia, oggi il gruppo dirigente è praticamente inaccessibile al socio, ma anche ai presidenti delle sezioni, troppe volte è perfino incapace di ascoltare le determinazioni delle commissioni.

Nel puro stile alpinistico è così iniziato un cammino, avviato con convinzione, con il coinvolgimento di illustri personalità che studiano la vita sulla montagna italiana, specialmente quella vissuta in Appennino, più tradizionale, una montagna quasi dimenticata, uno scrigno di valori e di storia ancora attuale ma anche quella più vivace, economicamente più ricca ma debole di identità presente nelle Alpi.

E’ stato detto durante il congresso che l’esempio da imitare è l’associazionismo della SAT, la sua struttura organizzativa, il coraggio che questa associazione ha più volte dimostrato nel denunciare i limiti delle politiche dello sviluppo, le diffuse arroganze dei centri di potere. Contemporaneamente allo svolgersi del congresso ci lasciava Luigi Zobele, il presidente che ha portato l’innovazione nella SAT, il presidente che ha investito nei rifugi, nel rispetto del lavoro delle commissioni, nel coinvolgimento nelle decisioni delle sottosezioni. Zobele non poteva ricevere dal CAI un dono più aggraziato, più significativo: anche grazie ai contenuti di questo congresso nazionale ha potuto congedarsi da noi con un sorriso carico di fiducia nel futuro, e di affetto.