Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Un rappresentante dell’Italia migliore

La vita in minoranza di Vittorio Foa

Le idee camminano con le gambe degli uomini. Questa massima popolare è la sintesi perfetta di un’antica saggezza che contempera idealismo e realismo. Ci ricorda che l’astratto idealismo è sterile di risultati e che il gretto realismo è privo di orizzonti. Le buone idee devono misurarsi con la concreta realtà in cui vengono calate. Senza questa sublime fusione non vi è speranza.

Credo sia difficile trovare, nell’epoca moderna, una biografia che abbia interpretato questo eccelso modello con una continuità così ostinata come quella di Vittorio Foa. Un’esistenza protrattasi per quasi un secolo, senza mai una sbandata, senza un’ombra, costantemente curiosa del mondo che la circondava, puntigliosamente impegnata a capirlo, tesa a migliorarlo secondo principi di civiltà.

Ebreo ed antifascista si forma alla scuola di Carlo Rosselli ed Emilio Lussu e a 25 anni finisce a Regina Coeli ed in altre carceri militari. Ne esce nel 1943. Vi incontra altri protagonisti di quello straordinario filone culturale liberal-socialista che fu Giustizia e Libertà. Fraternizza con Ernesto Rossi, Massimo Mila e Riccardo Bauer e con essi, dopo la liberazione, fonda il Partito d’Azione. Partecipa alla Costituente e quando, nel 1947 il Partito d’Azione si scioglie, entra nel Partito Socialista che lo farà eleggere deputato per tre legislature.

E’ a questo periodo che risale un mio ricordo personale. L’occasione fu un congresso del Partito.

Vi si dibattevano questioni molto difficili ed importanti. Era tramontata l’esperienza dell’alleanza antifascista, la sinistra era tutta fuori dal governo, ed era in discussione il rapporto con il PCI ed il problema dell’autonomia socialista intrecciato con l’esigenza dell’unità a sinistra. Rimasi colpito ed impressionato da tre oratori di quel congresso: Fernando Santi, riformista padano, portavoce di un popolo già maturo, capace di organizzare una società di eguali; Riccardo Lombardi, siculo-milanese, il cervello che seppe immaginare la profezia di un’utopia realistica; e Vittorio Foa, piemontese che con il tormento del dubbio critico, indicò la via di una rivoluzione culturale per assecondare le trasformazioni di una società che, sotto l’impulso di un eccezionale dinamismo economico, pullulava di una problematica tutta nuova.

Lo ricordo, nella unica legislatura in cui entrambi fummo a Montecitorio, come un uomo dolce, pronto ad ascoltare, riflessivo e con reazioni vigorose ma controllate, mai disposto a considerare una conclusione come definitiva.

Poi passò al sindacato, la CGIL, i metalmeccanici. Dovette cedere ad una imperiosa vocazione di verificare in mezzo al conflitto sociale il tormento della sua ricerca. Il suo intelletto fervido sentiva l’impellente bisogno di misurarsi dall’interno delle contraddizioni dei rapporti umani, in una continua ricerca delle migliori soluzioni pratiche compatibili con le circostanze del momento, in un ritmo incessante di successive scadenze.

Alieno da ogni schematismo, non fu mai comunista, ma con i comunisti, che rappresentavano una realtà molto significativa, collaborò. Fu azionista e fu socialista, ma soprattutto fu se stesso. Disdegnava ogni disciplina che non fosse quella della sua coscienza. Restò sempre, fino all’ultimo giorno della sua vita, una voce autorevole della sinistra, intesa come movimento culturale e sociale proteso verso una società di liberi ed eguali.

Resta un indimenticabile ed esemplare rappresentante dell’Italia migliore. Un’Italia che esiste ma che purtroppo solo in rare occasioni storiche è stata maggioritaria. Il destino di Vittorio Foa lo conferma. Durante il fascismo fu parte della minoranza che resistette. Militò nel Partito d’Azione che era una formazione addirittura elitaria. Anche nel Partito Socialista fu sempre schierato con le correnti di opposizione interna. E negli ultimi anni della sua lunga vita si è ritrovato ancora una volta in minoranza, antagonista di questa destra che ci governa. Però non ha mai smesso di credere in un futuro migliore e di agire per il suo avverarsi. l