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Dentro il movimento

Studenti e dottorandi uniti contro l’ignoranza

Ipresupposti non sono buoni», pensa Davide. «Ci saranno sì e no venti persone. Altro che protesta; qui non si va molto lontano». È la prima riunione del Comitato No Dav (Didattica ad Alta Velocità) su quella che pare essere la linea, in tema di scuola, del ministro Gelmini. Nessuna faccia nuova: solo quella degli studenti, alcuni, che nei mesi immediatamente precedenti avevano dato vita ad un dibattito a corrente alternata sull’Ateneo di Trento e, più in generale, sull’Università.

«I presupposti non sono poi male», pensa Davide al secondo incontro. Molti volti nuovi, in una bella giornata di sole. Nella piccola aula 14 della Facoltà di Sociologia non si riesce neppure a entrare. Il dibattito è vivo. Riguarda, adesso, l’idea di scuola che il ministro ha fatto propria, più che il decreto proposto dal ministro stesso. «Il dibattito è vivo», pensa Davide; dietro allo stupore destato dalla pluralità di idee in gioco, non sa, o forse sì, che quel dibattito è ancora in costruzione.

«Qui spacchiamo il culo ai passeri», pensa Davide al terzo incontro. Le facce continuano ad aumentare; questa volta l’aula è la 412, la più grande della Facoltà. Ed è piena, stracolma. Ci sono anche professori, sindacalisti, dottorandi; studenti di altre Facoltà. Le voci di circa duecento persone creano un sottofondo eccitato e quasi febbrile. Per la prima volta dopo tanti anni, Davide percepisce di aver ritrovato, in mezzo a quella massa, un grande potenziale. «E se poi andasse a finire come quella volta che...» mormora fra sé e sé. Il suo amico Renato, con l’espressione da vecchio craxiano ormai disilluso, ghigna, sgrana gli occhi ed esclama: «Eccolo qui servito, l’ennesimo fuoco di paglia! Fannulloni e perditempo che ora sono qui a protestare; farebbero meglio a studiare un po’ di più».

Davide si stizzisce, chiude gli occhi e, quando li riapre, si ritrova fuori dal Rettorato. Non ricorda bene se le discussioni della sera prima siano vere, o se le sia solo sognate — e persino Renato è soltanto una sensazione già dimenticata al momento di svegliarsi. Poco importa, quel che conta è che dal balcone del Rettorato sventolano poche parole vergate a pennello su uno striscione, uno slogan in costruzione: “Non pagheremo la vostra crisi”. «E' solo un inizio?», si chiede Davide.
Nel frattempo Davide, l’altro Davide, quello che di mestiere fa il Rettore, è impegnato in un incontro con alcuni colleghi, a Roma. Partecipa ad una conferenza stampa dell’Associazione per la Qualità delle Università Italiane Statali (AQUIS), un nucleo di atenei che rispondono ad (auto)determinati requisiti di qualità: produttività superiore alla media, sostenibilità finanziaria, dimensione adeguata ad operare in ambito internazionale. Sgrana gli occhi, e resta serio, quando si vede recapitare un fax inviato dal suo stesso ufficio. «Sarà un errore, o uno scherzo», pensa Davide — Davide il Rettore, ovviamente. Le parole che legge, per quanto appesantite da una prosa burocratico-volantinesca, hanno però poco della burla: i suoi studenti, dalle sue stanze tridentine, chiedono che “non siano la formazione, l’università e la ricerca a pagare la crisi economica”; iniziano “una mobilitazione dal basso” dal momento che, a loro dire, è “evidente come la riforma posta in essere non tenti di delineare un progetto alternativo di Università pubblica, ma rappresenti semplicemente una dismissione dell’Università stessa attraverso un’ulteriore precarizzazione della ricerca, che trova nelle fondazioni private (o miste con forte partecipazione provinciale) il salto fra le braccia di quegli stessi privati che non hanno mai avuto né hanno tutt’ora interesse ad investire nella formazione e nella ricerca di base”.

Cronistoria

Martedì 14: primo incontro ristretto degli studenti No-Dav a Sociologia (15 persone).
Giovedì 16: incontro pubblico a Sociologia, con una nuona partecipazione degli studenti (80 persone).
Lunedì 20: assemblea a Sociologia, alla quale si notano studenti, professori, dottorandi, sindacalisti (150 persone)
Martedì 21:
manifestazione di duecento studenti che sfilano da Sociologia al Rettorato (250 persone).
Mercoledì 22
: videoconferenza con gli Atenei di altre città in lotta.
Giovedì 23
: autogestione a Sociologia, nell'aula-bunker, ed aperitivo con dj-set
venerdì 24
: si replica di programma del giorno precedente.
Lunedì 27
: maratona didattica a Sociologia, con lezioni dalle 9 del mattino a mezzanotte e poi cineforum sino alle 3 di notte.
Martedì 28
: enorme corteo per la città di Trento, che coinvolge anche studenti delle superiori (oltre 2000 persone). La sera riunione ed occupazione a Sociologia.

Davide, il Nostro, si ricorda bene le parole di quel documento. “La storia della scuola italiana negli ultimi dieci anni vede un lento susseguirsi di manovre restrittive per ciò che riguarda la spesa nel comparto educativo a tutti i livelli, manovre bipartisan che hanno il loro apice con quello che chiameremo il dramma in due atti, recitato dal trio Tremonti/Gelmini/Brunetta. Un dramma che coinvolge la formazione (scuole elementari, medie e superiori) e che non lascia indenne l’università, nemmeno quella trentina.”

Aveva contribuito lui stesso, nonostante un diverbio con un altro studente che non voleva saperne di quella protesta, a redigerne l’incipit la notte precedente. In effetti, non tutti gli studenti sono entusiasti della piega che hanno preso le cose: più che coinvolgere il Rettore avrebbero preferito agire diversamente. Il più contrariato però è il Rettore stesso: «Quattro cani per strada, puro folkore. Ubriacature da maestro unico. Ci sarà il solito zampino, zampone dell’orso bruno», pensa imperturbabile il Rettore mentre sorride, per nulla preoccupato.
Nel frattempo l’onda anomala, come l’hanno definita i giornali, non è ancora rifluita. Ha occupato quella che nella dizione studentesca è detta l’aula bunker. Per nulla antisismica, ma ben sotterrata sotto i quattro piani, e le mille teste, della Facoltà di Sociologia. Di pari passo al numero delle persone, in continuo aumento, cresce il loro impegno. E cresce il lavoro.

Davide si aggira pensieroso. «Quanta energia, quanto entusiasmo; sembra la Sociologia d’altri tempi, o almeno, come me la hanno raccontata. In che direzione se ne andrà, avanti o indietro, in su o in giù?». In effetti, gli studenti che si muovono rapidi per le scale della facoltà sembrano essere candidi custodi di una avida curiosità; parlano concitati tra loro, vanno negli studi dei docenti, si informano e si incoraggiano. «Appunto: ma per andare dove? »
Davide, come gli altri, spende gli sgoccioli della settimana ad organizzare sé e tutto ciò che sta intorno. Contatta gli studenti della altre Facoltà — ma solo quelli che non avevano già fatto capolino fra le mura di piazza Venezia. Scorre con loro le informazioni raccolte, elabora documenti. Contatta i professori e chiede loro in che misura siano disposti ad essere coinvolti. Si consuma d’attesa per il nuovo lunedì.

Sarà allora che la protesta assumerà un altro volume. Alla mattina, nell’afa di un’aula ricolma, il prof. Rutigliano si schiarirà la voce, farà un debole sorriso alla platea e scandirà, idealmente, tutte le fasi dei movimenti collettivi: l’esplosione, a partire dalle contraddizioni del sistema; la trasformazione della coscienza dentro una comunità emozionale; l’individuazione di un obiettivo comune, molto radicale, in qualche modo utopico (radicalmente altro rispetto all’esistente); l’istituzionalizzazione, la “gabbia di acciaio” con i suoi problemi (la formazione di gruppuscoli destinati all’estinzione e la degenerazione di chi vuole inverare l’utopia, non si rassegna al riformismo e arriva alla lotta armata). «Quale sarà il nostro destino?»

Mentre scorrono le ore, Davide si rende conto che la giornata non sarà semplice. «Sapremo autogestirci», dice fra sé e sé, per convincersi e darsi forza. La maratona didattica impegnerà lui e gli altri dalle 9 del mattino fino a tarda sera. Dopo Rutigliano, anche i prof Barone, Cobalti, Barbieri, Tosini svolgono la loro lezione. Parlano di disuguaglianza non raddrizzata e diversità come stimolo al miglioramento. Parlano di esclusione graduale dello Stato dal sistema scolastico, di mercato, egoismo, concetto di pubblico e diritto. Parlano di merito, produttività e legame tra Ricerca e Didattica.

Nel pomeriggio si esce dalla facoltà. Si va in piazza Venezia, sotto la statua di Degasperi, tutti seduti sulle monumentali gradinate. Sotto un cielo plumbeo e carico di polline giallo, il prof Attila Bruni spiega alla sua platea, immobile per l’interesse e per il gelo del marmo, quanto sia difficile diventare ricercatori in questo sistema universitario; e Matteo Fadini, unico studente in cattedra, illustra il complesso meccanismo dei finanziamenti all’università. Alle 16 si tiene l’assemblea di Facoltà. Davide ascolta ansioso le varie posizioni. Ci sono alcuni docenti, molti meno del previsto. Nessuno di loro se la sente di parlare a nome di tutto il corpo. Nell’aria si alza una certa delusione: ci si aspettava, forse, qualcosa di più.

Dicono di loro

I primi a difendere il movimento sono i docenti, che pur non condividendone in toto i contenuti, lodano l’atteggiamento positivo dei ragazzi. "Gli studenti sono stati i primi a chiederci di intervenire. Vogliono dialogare, scambiare informazioni, opinioni. Sono corretti e collaborativi. E’ positivo che si cerchi assieme una posizione condivisibile", dicono i docenti che hanno preso parte alla maratona didattica di lunedì. Carlo Barone, in particolare, rende onore alla partecipazione degli studenti, "non solo come quantità, ma anche a livello contenutistico. Questo movimento deve servire prima di tutto a loro, agli studenti stessi, che possono ragionare assieme, da soli, ed avere l’attenzione dei media".

Nonostante tutto però, fuori dalle università in molti sono ancora scettici. C’è chi ancora non sa bene cosa pensare, e chi invece non vede l’ora di dire la sua: "Tutti questi studenti fuori corso, con il bancomat di papà, non mi convincono per niente. Sarebbe bello avere una generazione che autonomamente rivendica il suo futuro. Non mi pare sia così oggi". Anche se gli esperti dicono che la protesta è condivisa anche al di fuori delle facoltà, il tenore dei commenti che si leggono sul web non è affatto positivo.

Gli studenti, di par loro, non replicano: per una volta, invece di stare su internet, sono tutti nelle università a pensare come migliorare il proprio domani.

Ma l’entusiasmo Davide lo ritrova poche ore dopo, quando, pensieroso, si allontana dalla confusione della cena e in un’aula trova un gruppo di dottorandi e dottori di ricerca. Si mette sulla porta, ad ascoltare. Qualcuna delle facce che scorge la conosce già, l’ha già incontrata nelle aule e nei corridoi. Altre vengono dalla collina. Davide respira anche lì, fra ricercatori e professori in fieri, la stessa preoccupazione, la stessa tensione che hanno accompagnato lui stesso nei giorni precedenti. Analoghi problemi che causano la stessa paura, la stessa rabbia. Ci sono però delle differenze rispetto alle posizioni maturate dagli studenti nei primi giorni: l’altro Davide, quello che fa il Rettore, sembra adesso meno lontano e AQUIS potrebbe non essere poi una ragazza così cattiva. Allo scoccare di mezzanotte, come una Cenerentola in punta di piedi, Davide se ne torna nella folla; nel frattempo i dottorandi ed i dottori hanno scritto un documento critico.
Alle 3 di notte Davide cede alla stanchezza nel parco antistante alla facoltà. Sarà per la fatica, o per le birre che ha trangugiato sovrappensiero, riflettendo, un po’ timoroso, sull’afflusso alla manifestazione dell’indomani. Potrebbe essere un flop: «e se il rettore avesse avuto ragione? E se ci sarà solo un manipolo di studenti?» Quando si sveglia, un furgone bianco, colorato e rumoroso catalizzatore della manifestazione, sta già lasciando il piazzale. Al suo seguito centinaia di studenti, tra i quali Davide non può non notare il nutrito gruppo dei dottorandi, alcuni docenti e persino qualche passante.

Rispunta perfino Renato, con il ben noto ghigno. «Pare bello lungo, questo  ciaio" con i suoi problemi (la formazione di gruppuscoli destinati all’estinzione e la degenerazione di chi vuole inverare l’utopia, non si rassegna al riformismo e arriva alla lotta armata). «Quale sarà il nostro destino?»

Mentre scorrono le ore, Davide si rende conto che la giornata non sarà semplice. «Sapremo autogestirci», dice fra sé e sé, per convincersi e darsi forza. La maratona didattica impegnerà lui e gli altri dalle 9 del mattino fino a tarda sera. Dopo Rutigliano, anche i prof Barone, Cobalti, Barbieri, Tosini svolgono la loro lezione. Parlano di disuguaglianza non raddrizzata e diversità come stimolo al miglioramento. Parlano di esclusione graduale dello Stato dal sistema scolastico, di mercato, egoismo, concetto di pubblico e diritto. Parlano di merito, produttività e legame tra Ricerca e Didattica.

Nel pomeriggio si esce dalla facoltà. Si va in piazza Venezia, sotto la statua di Degasperi, tutti seduti sulle monumentali gradinate. Sotto un cielo plumbeo e carico di polline giallo, il prof Attila Bruni spiega alla sua platea, immobile per l’interesse e per il gelo del marmo, quanto sia difficile diventare ricercatori in questo sistema universitario; e Matteo Fadini, unico studente in cattedra, illustra il complesso meccanismo dei finanziamenti all’università.

Alle 16 si tiene l’assemblea di Facoltà. Davide ascolta ansioso le varie posizioni. Ci sono alcuni docenti, molti meno del previsto. Nessuno di loro se la sente di parlare a nome di tutto il corpo. Nell’aria si alza una certa delusione: ci si aspettava, forse, qualcosa di più.

Ma l’entusiasmo Davide lo ritrova poche ore dopo, quando, pensieroso, si allontana dalla confusione della cena e in un’aula trova un gruppo di dottorandi e dottori di ricerca. Si mette sulla porta, ad ascoltare. Qualcuna delle facce che scorge la conosce già, l’ha già incontrata nelle aule e nei corridoi. Altre vengono dalla collina. Davide respira anche lì, fra ricercatori e professori in fieri, la stessa preoccupazione, la stessa tensione che hanno accompagnato lui stesso nei giorni precedenti. Analoghi problemi che causano la stessa paura, la stessa rabbia. Ci sono però delle differenze rispetto alle posizioni maturate dagli studenti nei primi giorni: l’altro Davide, quello che fa il Rettore, sembra adesso meno lontano e AQUIS potrebbe non essere poi una ragazza così cattiva. Allo scoccare di mezzanotte, come una Cenerentola in punta di piedi, Davide se ne torna nella folla; nel frattempo i dottorandi ed i dottori hanno scritto un documento critico.

Alle 3 di notte Davide cede alla stanchezza nel parco antistante alla facoltà. Sarà per la fatica, o per le birre che ha trangugiato sovrappensiero, riflettendo, un po’ timoroso, sull’afflusso alla manifestazione dell’indomani. Potrebbe essere un flop: «e se il rettore avesse avuto ragione? E se ci sarà solo un manipolo di studenti?» Quando si sveglia, un furgone bianco, colorato e rumoroso catalizzatore della manifestazione, sta già lasciando il piazzale. Al suo seguito centinaia di studenti, tra i quali Davide non può non notare il nutrito gruppo dei dottorandi, alcuni docenti e persino qualche passante.

Rispunta perfino Renato, con il ben noto ghigno. «Pare bello lungo, questo biscione» chiosa, a metà tra la sorpresa e la provocazione. Ad ogni giro dello sguardo, Davide vede crescere la pancia del biscione, sempre più gonfia, non ancora sazia. Di scuola in scuola — Sociologia, I.T.I. "Buonarroti", I.T.R. "Tambosi", L.P.S.P. "Rosmini", Lettere, Economia, Giurisprudenza — si dà spazio anche alla lettura di alcuni brani; si srotolano striscioni, persino in Piazza Duomo. "Se la cultura costa, proviamo con l’ignoranza?". "Resistenti alla fuga, cervelli in lotta". "La Ricerca è sul baratro, ma questa legge è un passo avanti". "Università pubblica, libera conoscenza — Università libera, conoscenza pubblica". Le parole di Antonio Gramsci: "Agitatevi perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.". E pure Calamandrei, nel suo discorso al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale. Renato è sparito, risucchiato dalla folla, dalle duemila e più persone che, silenziose, simbolicamente imbavagliate, coprono tutta la superficie occupabile tra la fontana del Duomo ed il Rettorato. La Questura parlerà di sole quattrocento persone; probabilmente molto grasse.

Davide prende parte a una delegazione composta da sei studenti e due dottorandi. Incontra il suo omonimo, il Rettore Davide, ed il Presidente dell’Università di Trento, Innocenzo Cipolletta. Il nostro è ancora vagamente intontito, ma capisce benissimo la situazione. Tutti i pensieri, tutte le parole maturati in giorni di riflessione si condensano nelle frasi che vede, come se fossero solide, uscire dalle bocche dei suoi compagni. Che sente uscire dalla sua; hanno un sapore misto di timidezza e determinazione. Finanziamenti. Presa di posizione. Responsabilità. Diritto. Costituzione. Pagare. Studenti. Cipolletta esibisce affabile disponibilità; esprime l’impossibilità, dettata dal regolamento, di mettere a votazione i documenti che la delegazione propone, ma ne suggerisce la lettura davanti al Consiglio. L’altro Davide, il Rettore, al contrario, è molto duro. Mastica tensione. Non pensa più ad uno scherzo, e non riesce a controllare il nervosismo. Liquida come "preconcetti" i punti critici evidenziati dalla delegazione; pone dei dubbi sulla preparazione dei suoi interlocutori (dei quali poi apprezzerà, via carta stampata, l’impegno); difende l’esistenza e l’operato della giovane AQUIS. Dichiara di aspettare l’imminente arrivo delle linee guida del Ministro Gelmini per la riforma dell’Università e di voler semmai discutere su di esse, in un secondo tempo, in assemblee di Facoltà e d’Ateneo. Si infervora, e ogni tanto Cipolletta gli dà un colpetto sul braccio sinistro, sussurrando «Davide...». Poi la scena cambia; si aprono le porte del Consiglio, e qualcuno, della delegazione, entra a leggere i documenti preparati e a chiedere una discussione su di essi. Davide invece aspetta fuori, impaziente. Inizia a piovere — l’acqua e pure la stanchezza.

Quelle successive sono ore di attesa e confusione. Il Consiglio ha parlato, ma non si è espresso ufficialmente a favore degli studenti. E’ stata convocata un’Assemblea generale d’Ateneo per metà novembre, ma a Davide pare ancora troppo poco. Gli studenti continuano a chiedere una presa di posizione netta sull’atteggiamento del governo. Davide si ritrova ancora una volta a Sociologia. Ormai è notte. Si è deciso di occupare. Non che tutti fossero d’accordo; qualcuno, infatti, se n’è andato. Qualcuno ha anche pianto — forse solo per la stanchezza. Stavolta, per lo meno, pensa Davide, dormirà su una "tavola calda" — nella già citata aula bunker. Fuori piove, governo ladro. «E' la terza fase», mormora Davide, osservando i movimenti stanchi di chi, rimasto, pulisce a terra e prepara il giaciglio. «Quella di cui parlava Rutigliano. Il momento in cui bisogna scegliere che strada prendere, darsi orizzonti più ampi. Costruire proposte. Fare Università».

Un gruppetto di studenti si è sistemato all’ingresso. Fumano osservando la pioggia che scende ormai copiosa, sciogliendo l’inchiostro dei cartelloni appesi sulla facciata dell’edificio. Davide può finalmente coricarsi; si rende conto che una fase viva, inaspettata, si sta ormai chiudendo. Sa che un’altra se ne deve aprire. Chiude gli occhi e, prendendo sonno, si domanda sotto quale cielo li riaprirà. l