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Pecunia non olet?

Il giro dei soldi dagli appalti di Collini allo Studio Teologico.

In un interrogatorio davanti al magistrato, Fabrizio Collini racconta di aver dato, su richiesta di Grisenti, 30.000 euro a Gregorio Vivaldelli per finanziare l’attività dello Studio Teologico Accademico di Trento che ha sede nel seminario maggiore della città. Lo stesso giorno Vivaldelli, direttore dello Stat, in varie interviste, dice di aver registrato i soldi come una normale sponsorizzazione di cui comunque deve essere grato al potente amico politico Silvano.

In effetti Collini, da privato, può finanziare chiunque; ma il problema risiede nel fatto che sia stato Grisenti a domandare all’imprenditore di sovvenzionare Tizio e Caio secondo la sua personale sensibilità. Scoppiato lo scandalo, Vivaldelli ha tentato di cambiare versione dicendo che Collini aveva di sua iniziativa voluto finanziare lo Stat in memoria di suo zio don Raffaele, direttore del seminario e deceduto improvvisamente qualche anno fa. Chi non accetta volentieri denaro per una buona causa? Così da più parti, specie nell’ambito ecclesiale (tranne la notevole eccezione di Vita Trentina), si è rubricata la cosa sotto la categoria di una meritoria donazione pecuniaria.

In realtà questa storia fa emergere domande e considerazioni antiche.

Anzitutto quel denaro era necessario allo Stat, che pure è finanziato dalla ricca Curia tridentina? Il fatto è che in tempo di crisi stridono le costosissime e patinate pubblicità dello Studio Teologico, se paragonate alla sobrietà che la Chiesa dovrebbe testimoniare. In secondo luogo, l’idea che attraverso conoscenze e amicizie di potenti sia giusto, anzi segno di abilità e capacità, avere soldi (non importa per quale nobile causa) rappresenta una profonda ingiustizia e rimanda a un modello di società basato non sull’uguaglianza degli individui, bensì sulla logica del più forte, del più ammanicato, del più vicino al palazzo. Ma si sa, pecunia non olet e quando si parla di soldi ci sono sempre due pesi e due misure.