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Arte e design della guerra fredda

Dopo “Il Modo Italiano” (2007), il Mart torna ad occuparsi di design. E lo fa affrontando un tema sostanzialmente inedito, seppur molto dibattuto e a tratti controverso: gli anni della guerra fredda raccontati attraverso arti figurative, design e architettura.

La mostra, promossa dal Victoria and Albert Museum di Londra -autorità indiscussa a livello mondiale nel campo delle arti applicate e del design- racconta come i due blocchi capeggiati da USA e URSS si affrontarono a partire dalla fine della Seconda Guerra mondiale non solo sul piano economico e militare, ma anche su quello della vita quotidiana della popolazione.

Significativa a tal proposito è una fotografia scattata durante l’American National Exhibition che si tenne a Mosca nel 1959. Nell’immagine sono ritratti Nixon e Kruscev mentre discutono animatamente davanti allo stand dedicato alle cucine: la sfida per la supremazia giocata dunque sul terreno soft della vita quotidiana, tra confort e innovazione tecnologica. Se la critica ha già ampiamente trattato la storia del design occidentale, c’è ancora molto da scoprire sull’oggettistica dell’altra metà del mondo, e questo è uno dei principali meriti della mostra. La qualità e la spinta innovativa propendono naturalmente per il design occidentale, essendo in qualche modo connaturato al mondo dei consumi e quindi del capitalismo. A ricordarcelo sono oggetti-simbolo della quotidianità, dalla macchina da caffè su disegno di Gio Ponti al timer da cucina progettato da Max Bill, dalla Vespa al radioricevitore T1000, dalle macchine da scrivere Olivetti a numerosi altri oggetti. Non mancano tuttavia anche nei Paesi dell’est oggetti che superano la mera e disadorna funzionalità, per abbracciare la ricerca estetica più innovativa, come testimonia la mobilia di Eugen Jindra o il servizio da tè  in porcellana di Lubomir Tomaszewski.

La rivalità per la supremazia toccò anche le ricerche in campo architettonico, inerenti sia le unità abitative -in mostra progetti razionalisti di Le Corbusier e Walter Gropius- che l’edilizia rappresentativa, come la torre della televisione moscovita disegnata da Nikolai Nikitin, senza dimenticare le curiosità, come il progetto per un bunker antiatomico di Paul László.

Un campo di battaglia importante quanto quello militare -testimoniato nel percorso anche da microspie e altre curiosità appartenute ad agenti del Kgb- è quello relativo alla conquista dello spazio. Memorabilia d’eccezione sono a tal proposito alcune tute aerospaziali (tra cui quella di Armstrong), uno sputnik e dei progetti d’interno per navicelle spaziali.

Il vorticoso susseguirsi delle imprese spaziali segnò profondamente l’immaginario collettivo planetario, influenzando con le sue suggestioni anche il mondo del design. Moltissimi furono gli oggetti d’arredamento del tempo che si ispirarono in qualche modo alle forme aerodinamiche  di astronavi e astronauti, dalla poltrona in pvc trasparente prodotta da Zanotta a quella aerodinamica in poliuterano realizzata in Germania Est su disegno di Peter Ghyczy, fino all’haute couture di Paco Rabanne e al televisore da indossare come un casco, progettato da Walter Pichier nel 1967.

La grafica negli anni della guerra fredda giocò un ruolo decisivo, sia nel campo pubblicitario che in quello della comunicazione politica e sociale. Se dal punto di vista storico occorre ricordare manifesti come quello di Gaston Van den Eynde del 1950, dedicato al piano Marshall, dal punto di vista artistico i più interessanti sono quelli dedicati alla cosiddetta grafica di contestazione, dal pop-maoismo della cartellonistica cinese al realismo degli esemplari sovietici, fino alle infuocate affiches serigrafiche del maggio parigino o ai capolavori della grafica cubana.

Tra i due sistemi contrapposti ci fu naturalmente anche chi lavorò per la pace. Tra le opere più significative di tale sezione ricordiamo per lo meno il foulard realizzato da Picasso in occasione del ‘Festival mondiale dei giovani e degli studenti per la pace’ nel 1951 e il celebre manifesto antinucleare di Henrion, del 1983.

Segnaliamo infine che il percorso è scandito anche da numerosi opere pittoriche, da Baj a Fontana,

messe forse in secondo piano per lasciare al percorso un respiro a 360 gradi.

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