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Trento: chi ha vinto, chi ha perso

Alessandro Andreatta

A quasi un mese dai risultati, cerchiamo di leggere le elezioni comunali di Trento con uno sguardo in prospettiva. La vittoria del centro-sinistra, a pochi mesi dall’analoga affermazione alle provinciali, ma anche a un anno dalla conquista leghista del seggio senatoriale, non è apparsa in discussione. Non tanto per la mancanza in sede locale di un effetto Berlusconi (che peraltro ben si guarda dall’approdare in questi lidi), quanto per l’indubbio consenso di cui gode l’amministrazione comunale.

Trento è una città pulita, ordinata, ricca, con i servizi che funzionano; negli ultimi 10-15 anni, in sinergia con la Provincia, si è felicemente misurata con nuovi obiettivi strategici, diventando una città universitaria, della cultura, della ricerca, appetibile anche come meta turistica. L’unica vera pecca di tutte le recenti amministrazioni è l’urbanistica: la città cresce disordinatamente, causa la contiguità delle amministrazioni con speculatori e immobiliaristi.

Su questo tasto dolente ha - giustamente - puntato la campagna del candidato del Pdl Pino Morandini. Il quale, pur non muovendosi male, su questo piano non era però credibile, perché in tutta Italia, a iniziare dai governativi “piani casa” all’insegna della deregulation più selvaggia, il Pdl è in perfetta simbiosi con la speculazione; e perché anche a Trento l’opposizione del centro-destra su questi temi è sempre stata particolarmente fiacca, nell’ottica non di rompere i rapporti perversi con i costruttori, bensì di sostituirsi al centro-sinistra.

E così l’amministrazione uscente ha vinto in carrozza, col pro-sindaco Andreatta (non incalzato sul terreno in cui era debolissimo, la pessima gestione dell’assessorato all’urbanistica) che si affermava col 64% dei voti. Contemporaneamente anche il Pd registrava un buon successo: con quasi il 30% dei voti si riconfermava primo partito, rintuzzando le velleità dell’alleato Upt del presidente Dellai di scalzarlo dal primo posto, da solo (ma prendeva il 17%) o assieme ai nuovi compagni di ventura, rivelatisi però non solo poco affidabili, ma anche deboli: l’Udc al 2,7%, il Patt al 4,7.

Grandi brindisi, dunque, in casa Pd. Secondo noi sbagliano.

Perché c’è un altro dato molto significativo ma sottaciuto, la crescita del non-voto: a Trento un 10% in più. Un dato generalizzato in tutti i comuni, dove il non-voto è cresciuto del 4-5% fino all’8%, ma amplificato nel capoluogo. E il non-voto ha colpito sia il centro-destra (per le ragioni che abbiamo descritto) che il Pd: il quale rispetto alle provinciali ha perso la bellezza di 4.500 voti, 4.500 elettori che a pochi mesi di distanza hanno detto no, questa volta non li voto.

E qui a nostro avviso ritorna il discorso del “peggior candidato”, il meccanismo tutto burocratico con cui la nomenklatura del Pd ha voluto ad ogni costo che fosse candidato uno di loro, il pessimo assessore Andreatta; arrivando a scoraggiare la forte candidatura del Difensore civico Borgonovo Re e addirittura bloccando quella moderatamente alternativa di Nicola Salvati.

In realtà il Pd attraversa una fase magmatica, di costruzione di un partito. In effetti alle riunioni partecipa tanta gente nuova, giovani e non solo, indifferenti alle antiche barriere Ds/Margherita, attratti dalla possibilità di spendersi, di partecipare. Se questa nuova leva di militanti riuscirà a prevalere e a portare aria fresca, il Partito democratico trentino potrà avere un futuro. Se invece prevarrà la stantia nomenklatura oggi illusa dal risultato di Andreatta, non prevediamo nulla di positivo.

In quanto al centro-destra, si è scritto che deve trovare un leader, un rapporto “territoriale” (naturalmente), ecc. Per noi la questione è molto semplice: quando in cinque anni di legislatura, l’unica opposizione, dura e allo stesso tempo propositiva ed efficace (per poi svanire in campagna elettorale, ma questo è un altro discorso) è venuta dallo stesso partito del sindaco, il Pd (o meglio, dal consigliere Salvati) mentre il centro-destra, sulle questioni vere faceva “l’opposizione di Sua Maestà”, è chiaro che tutta la dialettica politica si svolge all’interno del centro-sinistra e che il voto è conseguente.