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Una spirale di violenza

Le cause di un clima sempre più incattivito: dal disagio sociale alla degenerazione del dibattito politico, alla nefasta influenza della cultura dominante

Botte tra politici

Fateci caso, in autobus o al bar: le persone alzano sempre di più la voce. Quando l’abbiamo sentito per la prima volta il mussoliniano (di Alessandra) slogan “Meglio fascisti che froci”, siamo allibiti. Come può una parlamentare sproloquiare tale ignominia? E come può un giornalista, conduttore del talk show, non reagire? Lo stesso slogan è stato incollato poi - in questi giorni anche a Trento - sopra i manifesti elettorali per le elezioni europee dei partiti di sinistra e centro-sinistra.

Assistiamo quotidianamente ad un incattivimento generalizzato e a un deterioramento dei rapporti sociali: insofferenza, indignazione mal indirizzata, turpiloquio sdoganato in pubblico, arroganza e prevaricazioni nei confronti dei deboli... Anche il Trentino scopre che sotto il tappeto c’è del rancore. Un disagio aggressivo, di cui un paio di aggressioni fascistoidi sono la punta dell’iceberg.

Oltre le pur doverose manifestazioni antifasciste, val la pena quindi di ragionare più in generale su una brutta deriva della nostra società. Partiamo dal dato economico: con l’entrata in vigore dell’euro i lavoratori si sono divisi in due categorie: da un lato le buste paga, dall’altra le partite IVA. Da una parte quelli che hanno adeguato parcelle e prezzi - di fatto raddoppiando i guadagni così come le spese - e dall’altra tutti quelli le cui buste paga sono rimaste ferme all’adeguamento formale per cui uno stipendio di due milioni è diventato di mille euro, mentre nei negozi un euro non vale duemila, ma mille lire.

Se agli alti dirigenti a stipendio fisso non va più bene come una volta, chi piange sono operai, impiegati, insegnanti, forze dell’ordine, infermieri, ricercatori pubblici, in altre parole la stragrande maggioranza degli italiani che negli anni successivi non sono poi riusciti a riadeguare gli stipendi. Le loro buste paga oggi vanno dai 700 ai 1.600 euro, con un potere d’acquisto drammaticamente crollato, tanto più quando, sul versante opposto, chi ha potuto ha adeguato il valore delle proprie prestazioni ai nuovi costi.

Uno squilibrio economico troppo pesante per non provocare un’insofferenza e un disagio sociale che anche in Trentino, pur in presenza di una minor aggressività della crisi, comincia a farsi sentire. Un’insicurezza diffusa sul proprio futuro lavorativo, accompagnata dalla diminuzione del proprio tenore di vita, costituisce un humus su cui ogni germe di imbarbarimento civile trova facile mettere radice.

A ciò si aggiunge da una parte il confronto con chi ha potuto meglio cavalcare, se non approfittare, di queste dinamiche; dall’altra la nuova cultura che si è fatta strada, veicolata soprattutto dalla Tv: la cultura dei belli, famosi e vincenti, per cui se sei ricco (non importa come) sei un dio, se sei povero sei uno sfigato. Se non riesci a seguire certi livelli di consumi, non vuol dire che la tua vita sarà più sobria, vuol dire che non vali niente. E cercherai qualcuno più disgraziato di te sul quale riversare colpe e frustrazioni. In tale contesto parlare di lotta di classe non spiega la degenerazione sociale.

Anche perché la cultura dominante ha introiettato altri germi: oltre all’esaltazione del ricco e famoso, al disprezzo per il povero, si è fatta strada un’abitudine alla violenza, anche se per ora solo a quella verbale. Basta dare un’occhiata ai dibattiti in televisione o sui giornali: sono diventati fruibili solo a patto di considerarli una pugna fra mascalzoni: l’offesa, la delegittimazione, il commento greve, la goliardata, hanno sostituito il meno commerciale confronto d’idee. Tutti urlano: la mussoliniana parlamentare bercia contro gli omosessuali; gli esagitati della Lega lanciano letame contro le moschee; gli sceriffi di maggioranza e opposizione contro gli stranieri: stupratori, criminali e sporchi... Anche il centro-sinistra sta adottando lo stesso linguaggio - quindi le stesse idee - in una irresponsabile rincorsa.

La scena politica è avanspettacolo, farsa erotica: le donne sono ridotte a veline da quota rosa, a cui sbirciare le cosce e le plastiche; il presidente del consiglio, mentre mette in piazza le sue frequentazioni o meno con le ninfette, si concede ogni pulsione verbale; per connivenza o complicità, molta stampa ha adeguato il proprio taglio a quello della tv scandalistica.

La ricaduta sull’opinione pubblica è evidente: cambiano le parole, lo straniero è diventato clandestino, il rom zingaro, il povero sfigato, l’omosessuale frocio, il noglobal terrorista, la persona di sinistra comunista - e l’estrema destra, tutta compatta, fascista. La mancanza di parole, l’incapacità di controllarle, di usarle in modo appropriato, alimenta un clima di tensione, di azione-reazione sempre più scomposto: tutti urlano, sempre più forte per sentire la propria voce.

Nata dalla condizione economica, questa spirale di violenza ha trovato sostegno nei media e legittimazione nella politica: è una pericolosa tigre, che troppi cavalcano.