Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

La Tigre e il Titanic

La triste parabola della “nuova Irlanda”

Il pirulone, il palo, il puntellone: la prima cosa che si scorge arrivando a Dublino è la Spire, simbolo (fallico) della “nuova Irlanda”. Un pinnacolo conico di acciaio che si affusola per 120 metri di altezza, protratto verso il cielo a rappresentare il balzo prodigioso compiuto dalla ruggente Tigre Celtica, il sistema economico irlandese, tra gli anni ‘80 e ‘90. Prima di allora l’Irlanda era un Paese di emigrazione e disoccupazione, il più povero del vecchio continente. All’alba del XXI secolo gli irlandesi si trovarono ad essere il Paese più ricco dell’Unione Europea, con le più importanti aziende globali stanziate a Dublino e Limerick. Altro che arpe e quadrifogli: i nuovi simboli d’Irlanda sono Dell ed Apple. Immagino che in ambito economico questo possa apparire un miracolo. Come il sole irlandese, che spunta improvviso dopo lunghe giornate di pioggia.

Sono arrivato a Dublino il 5 gennaio, portandomi dietro la crisi. Lo stesso giorno, in un editoriale famoso, l’Irish Time gridava al patatrac: “Stiamo passando dalla Tigre Celtica ad un’epoca di terrore finanziario e affondamento in perfetto stile Titanic”. Le previsioni della Commissione Europea pronosticavano un crollo del prodotto interno irlandese al 9%. Un tonfo piuttosto pesante, considerando il -4,4% previsto per l’economia italiana, che certo non è messa bene. Le fragili radici del boom economico erano state messe a nudo dallo scoppio della bolla immobiliare. Negli ultimi 11 anni il mercato immobiliare era cresciuto del 201%, secondo i dati dell’Economist; ma in pochi mesi, nel solo 2008, le vendite sono crollate del 60%. L’Irlanda aveva scommesso tutto sul suo ruggito: le politiche governative incoraggiavano un’incontrollata crescita edilizia e finanziaria, sollecitando la spesa tramite un taglio delle tasse fino al 48%.

Lo sconforto l’ho toccato con mano nell’ostello dove ho dormito le prime notti. Peppe ha lavorato per due anni in un’azienda elettronica. A dicembre è stato silurato e così, ad aprile, dopo tre mesi di vana ricerca, è tornato nella sua Sicilia. Anche Maxime, Patrick e Martin non riescono a trovare un lavoro da mesi. A Pankaj è andata meglio: ha studiato da ingegnere ed ora il suo lavoro è reggere i cartelli per strada (qui anche questo è considerato un lavoro).

Poi mi sono trasferito in una casa nelle Docklands, il quartiere a ridosso del mare, a due passi dal centro. Arrivando, mi sono innamorato dello scenario, del sole che filtrava fra i grattacieli riflettendo la luce sull’acqua del fiume. “Aspetta a gioire - mi disse la futura coinquilina - qui il sole è un fenomeno effimero. Sparisce con la stessa velocità con cui è arrivato. Solitamente non dura che venti minuti”. È una zona dove si sperimenta tantissimo (architettonicamente parlando), grazie agli investimenti governativi e delle imprese, come la potente compagnia telefonica O2, che controlla tre grattacieli e un enorme palazzo per concerti. In un chilometro quadrato ho contato ben nove cantieri. Tutti si sono lanciati in questa folle corsa al rialzo, vittime della bolla immobiliare. Adesso che i soldi son finiti, ho qui davanti un grattacielo senza porte né finestre e un ponte che sorge solo per il suo primo quarto. Come l’Irlanda, dopo un iniziale slancio è ora proteso nel nulla.

Al Trinity College, dove studiavo, la crisi non è mai esistita. Una volta ho chiesto ai miei compagni di corso come facessero ad essere così felici con genitori disoccupati e spesso un figlio a carico (l’età media di concepimento è sotto i 25 anni e l’aborto è un reato). La risposta semi-seria è stata: “Abbiamo tanta birra”. In effetti le lattine in formato 0.33 non esistono: si va direttamente sul mezzo litro (la pinta misura 0.56 litri). Stesso discorso in ogni locale pubblico Per il momento nell’università acqua, malto d’orzo, luppolo e lievito restano più forti della crisi. Nelle strade, invece, non va altrettanto bene. A pochi passi dalla lussuosa Grafton Street (quinta “via del lusso” nel ranking mondiale), sotto i cartelli retti da ragazzi indiani, ogni giorno qualche persona muore di overdose (l’Irlanda è al quarto posto nella classifica europea dei morti per droga).

È la schizofrenia di un Paese che ha consumato con scarsa oculatezza il boom economico, ricorrendo al debito in misura eccessiva. Le stime ufficiali ritengono che negli anni ruggenti della Celtic Tiger, ogni contribuente abbia fatto debiti per 100.000 euro. Difficile pensare che tali soldi rientreranno presto nelle casse delle banche, che per ora sono state salvate da tre diverse manovre finanziarie.

A fine maggio ho lasciato Dublino. Non ero da solo: con me anche il gigante dell’informatica Dell, che ha deciso di spostare in blocco la produzione in Polonia, tagliando 1.900 posti di lavoro. Io invece andavo in Olanda. Il taxi per l’aeroporto ha inevitabilmente costeggiato la Spire. “Se davvero quel pisellone intende rappresentare la nostra economia, farebbero meglio a scavarci al suo posto un grande buco” - ha commentato l’autista. Sui finestrini la pioggia batteva copiosa.