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Le meraviglie della contaminazione

Jan Garbarek E l’Hilliard Ensemble

Tullio Garbari
Jan Garbarek

Nel 1994 il mondo si appassionò ad una nuova pubblicazione della casa editrice ECM, da sempre punto di riferimento per quell’ambito indefinito tra la musica contemporanea e il jazz sperimentale. Il progetto sembrava un’eresia: brani dalle messe medioevali e rinascimentali, dai codici gregoriani a Cristóbal de Morales, passando per Perotinus e Guillaume Dufay, cantati dal miglior ensemble vocale per la musica antica e accompagnati da uno dei più grandi sassofonisti jazz europei. Invece, al contrario delle previsioni, le sacre armonie vocali dei contrappunti del Quattrocento furono riempite ed esaltate dalle linee riflessive e dai colori del sax, dando forma a qualcosa di completamente nuovo, ma di sapore antico. Le improvvisazioni dello strumento riportavano in luce, a distanza di più di mille anni, il canto melismatico estemporaneo che aveva dato origine alle forme medioevali eseguite dalle voci. Il disco segnò un record di vendite e, cosa più importante, segnò un passo nella ricerca musicale contemporanea all’insegna del recupero e della rielaborazione di materiali antichi, nonché del crossover tra diversi generi; ma tutto ciò era solo “sorto dall’incontro di un sassofonista, di un quartetto vocale e di un produttore discografico che volevano fare musica insieme” (John Potter, dal libretto del cd). Il quartetto vocale era l’Hilliard Ensemble, il sassofonista era Jan Garbarek, e il disco ebbe il nome “Officium”.

Nel 2009, in concerto venerdì 30 maggio nella chiesa di S. Francesco Saverio per il Festival di Musica Sacra, il progetto è completamente cambiato. Garbarek e l’Hilliard hanno continuato a lavorare assieme (nel 1999 è uscito un’altro disco realizzato in modo simile, “Mnemosyne”) e il programma di “Officium” è stato rinnovato. Ai brani presi dalla musica medioevale dell’Europa occidentale si sono affiancati, grazie anche a innesti da “Mnemosyne”, vari esempi del repertorio sacro tradizionale ortodosso e molte composizioni di autori contemporanei, soprattutto inglesi, nordici e dell’Europa orientale. Il sapore è diverso, è meno sacrale e più riflessivo, ma non è diminuita la suggestione. Le improvvisazioni, spesso formate da note lunghe modulate nell’intensità, a volte rapide fioriture, più raramente melodie strutturate, si affiancano ai contrappunti vocali come una “quinta voce”: spesso il ruolo di melodia principale passa dal quartetto al sax o viceversa, talvolta si ha un momento solistico. Le voci sono perfette per intonazione, fusione, precisione. Il sax appare talvolta fuori luogo, poi inspiegabilmente dà nuovi colori al suono - questa musica è difficile all’ascolto, il pubblico deve ricercare con fatica i propri percorsi. I musicisti giocano con lo spazio: talvolta i membri dell’Hilliard camminano per la chiesa cantando, talvolta Garbarek - che per tutto il concerto rimane in disparte, quasi a voler sottolineare visivamente il suo ruolo di commento e fioritura rispetto alle voci - rivolge la campana del sax verso l’abside. Il suono arriva quindi da lontano, ricco di echi e riverberi, dando l’impressione di ascoltare suoni lontani nel luogo e nel tempo.

Incantato il pubblico foltissimo (numerose persone sono dovute restare fuori) e eccezionalmente trasversale: dall’appassionato di musica classica, al cultore della musica antica, al jazzista.

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