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Dàgli all’ambientalista!

1. Gilmozzi

All’inizio dell’estate, il 26 giugno a Siviglia, l’UNESCO dichiarava, con voto unanime, le Dolomiti patrimonio naturale dell’umanità. Un successo dell’ambientalismo delle Alpi, in modo particolare della associazione Mountain Wilderness, che assieme a Lega Ambiente e SOS Dolomites negli anni ‘90 aveva costruito le azioni pubbliche più significative. Durante questi delicati mesi gli ambientalisti, in ogni occasione, hanno riconosciuto ai politici delle province dolomitiche, Belluno, Bolzano, Pordenone, Udine e Trento capacità non trascurabili nella costruzione del successo.

In pochi giorni gli stessi politici hanno vanificato la trasparenza del risultato e hanno dato avvio ad una feroce lotta mediatica sulla localizzazione della sede della fondazione Dolomites-Unesco. Non contenti di ciò, i politici trentini hanno voluto infierire; non contro gli speculatori e chi ha sempre osteggiato il progetto (il governatore del Veneto Galan, ad esempio), ma contro gli ambientalisti.

Ha cominciato il 20 agosto a Moena l’assessore all’Urbanistica Mauro Gilmozzi. Agli ambientalisti che avevano chiesto partecipazione e condivisione sulle scelte della Fondazione l’assessore rispondeva irato con una invettiva contro l’ambientalismo ideologico, a favore della politica del fare, della praticità, della concretezza. La conclusione? “Per fortuna noi fiammazzi abbiamo bloccato il parco del Lagorai ed oggi tutti ce ne rendono merito, sarebbe stata una follia”. Il pubblico presente è rimasto basito. Anche perché in quel dibattito gli ambientalisti avevano dimostrato di essere ben più concreti del politico.

2. Dellai

Ad Auronzo, il 25 agosto, in occasione della cerimonia ufficiale del riconoscimento Unesco alle Dolomiti, alla presenza del Presidente della Repubblica, è il turno di Lorenzo Dellai fare sfoggio della sua avversione alla cultura ambientalista. Il Presidente della Giunta nel suo intervento ha cominciato bene, con parole significative che hanno richiamato la classe politica alla responsabilità nei confronti dell’intera umanità, spingendosi a dire che “sull’ambiente crescerà la cultura delle istituzioni”. Le Dolomiti sono state viste come una casa comune, un insieme di lingue, di segni sul territorio che riguardano il lavoro, la memoria, l’impegno a conservare lo spirito delle Dolomiti, “quello spirito che ci ha animato per secoli”.

Ma a questo punto è arrivata la caduta di stile, con un attacco fuori luogo al “vincolismo saccente e autoritario” che una minoranza vorrebbe imporre sulle Dolomiti. Una caduta di stile che ha mostrato la coda di paglia di Dellai nei confronti di un ambientalismo che sottolinea le sue incoerenze e la sua debolezza nei confronti dei poteri forti.

3. Gabriele Calliari

Per finire, eccoci a fine agosto, al deprecabile atto vandalico che ha avuto come vittima nella Valbelluna la società trentina “La Feltrina”, guidata dal presidente trentino di Coldiretti e recente vicepresidente di Confcommercio Gabriele Calliari. Da mesi i comitati locali e le associazioni ambientaliste del Triveneto stavano interrogandosi su come evitare che il territorio feltrino divenisse una seconda Val di Non. Erano infatti arrivati i meleti trentini e le grandi ditte del prosecco di Valodbbiadene a comprare terreni a basso costo, e in poco tempo ampi spazi di collina erano stati devastati con opere di bonifica discutibili. L’obiettivo dei comitati ambientalisti locali era quello di costruire, entro l’autunno, un disciplinare di gestione dell’agricoltura da presentare ai sindaci e al Parco delle Dolomiti bellunesi. Il metodo? Il solito: azione pubblica e nonviolenta.

Nei giorni immediatamente successivi al taglio dei 1200 meli Gabriele Calliari dichiarava alla stampa triveneta. “Non mi sarei mai aspettato una ritorsione di questo tipo, ma, a posteriori, saprei contro chi puntare il dito: sono stati gli ambientalisti”. Ed elencava i meriti del suo investimento, l’unico investimento produttivo in periodo di crisi: un percorso innovativo, sicuro, il recupero di ampi spazi di territorio abbandonato.

Secca la replica di Stefano Sanson, docente dell’IPSAA di Feltre (l’istituto agrario): “Il gioiello fantasticato dai trentini in realtà è un insieme di migliaia di pali di cemento, uno sbancamento di decine di migliaia di metri cubi di terreno vergine, un territorio agricolo di alta naturalità, ricco di un inestimabile patrimonio di biodiversità, conservato da noi bellunesi, che ora fa gola a molti imprenditori e purtroppo a forme di speculazione importanti e contrastanti”.

Conclude Sanson: “Il modello arrivato dal Trentino è un modello subìto, non innovativo e privo di fantasia”.