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Benvenuti nel paradiso dell’arrampicata

Il freeclimbing diventerà per Arco quello che il windsurf è stato per Torbole? Intanto ci si prepara ai Mondiali del 2011.

Alla Falesia Policromuro, nella frazione di Massone, Oltresarca, Comune di Arco, ci si arriva comodamente in macchina. Ci si arriva, poi però bisogna pensare al parcheggio. Infatti non sono molti i posti auto sotto la parete e alla fine il più delle volte si lascia l’automobile lungo i tornanti che salgono verso località Troiana. La Falesia è una delle pareti naturali migliori al mondo per allenarsi, o almeno così si disse una volta in una trasmissione sportiva dedicata al climbing: nella frazione di Massone, forse 800 anime, di cui pochissime interessate all’arrampicata, si allenano i campioni del mondo. Arco è la Mecca dell’arrampicata italiana, europea, e forse perfino mondiale. Il 5 e il 6 settembre ospita il Rock Master, “la gara di arrampicata sportiva più famosa del mondo”, come si legge nel sito della manifestazione.

È difficile fare un giro alla Falesia e trovarla deserta. Germania, Austria, Olanda, Polonia si legge sulle targhe delle auto ferme, più che altro di grossa cilindrata. Non è più turismo povero, quello dei climbers...

“Tempo fa arrivavano coi furgoni, li lasciavano fra gli ulivi, e stavano qui come in campeggio” - racconta un anziano che abita nei pressi. È del ‘26 e viene a fare due passi tutte le mattine da quando ha avuto un ictus, tenendo sotto controllo l’andirivieni dei climbers: “Producevano un sacco di sporcizia, poi finalmente hanno messo le transenne”.

Infatti, appena si imboccano gli ultimi 80 metri di strada prima del parcheggio, un’infilata di cartelli annuncia divieto di bivacco, no camping, divieto di lasciare immondizie e rimozione forzata dalle 23 alle 7. Il signore del posto si è immedesimato nel ruolo di cicerone e si lascia andare: spiega che salendo il sentiero si arriva alle cave, da cui una volta si estraeva una pietra, l’olite, con la quale vennero costruite le statue del Prater, a Vienna. Il sentiero finisce nel bosco Caproni. Voluto da Giovanni Caproni (quello degli aerei), che per la comunità locale fu un benefattore. Arrivato alla Falesia, si scusa e va a sedersi su un muretto, la gamba non è più quella di una volta.

Per terra, una bottiglia di Budweiser e un vaso di yogurt, vuoti, danno il benvenuto ai visitatori. Serve una robusta colazione per affrontare le scalate. Il pannello informativo annuncia che ci si trova nel Bosco Caproni, Oasi naturalistica Caproni.

“First time I’m here”, sono qui per la prima volta - dice una bionda scalatrice tedesca. Il posto le sembra bello, è un luogo rinomato per il climbing. Solo un po’ perplessa per la mancanza di strutture come toilette e accessi all’acqua potabile. Ora il Comune di Arco, forte dell’elezione a sede dei Mondiali 2011, ha deciso di investire nella miglioria del luogo: stanno cominciando i lavori per la rete fognaria. Quando c’è il pienone, specialmente in primavera e autunno, vengono installati dei wc chimici.

“Manca l’acqua - commenta uno sportivo del posto mentre assiste un’amica in parete - e una volta, prima che mettessero le transenne, tra gli ulivi era un immondezzaio. Altrimenti è un posto meraviglioso”.

“Ma adesso non c’è ancora tanta gente” - commenta il mio anziano cicerone. Adesso è il momento dei bikers, che sfilano in una sudata parata lungo i tornanti. “Diventano pericolosi quando, in discesa, a volte dimenticano che su questa strada ci passano prima di tutto le automobili. In autunno e in inverno invece è pieno!”.

Destagionalizzare è la parola d’ordine. Per evitare la bonaccia dopo il picco estivo, il turismo sportivo è additato come soluzione. Ad Arco, per tutto l’anno, non solo arrivano turisti per scalare, ma anche per comprare. Infatti l’economia cittadina ha deciso di specializzarsi nel settore sportivo: abbigliamento, accessori, attrezzature, e tutto ciò che serve per il climbing, la montagna e l’alpinismo in generale. Anche per bambini, a prezzi competitivi. Perfino nella piccola Libreria Cazzaniga, in centro, ci sono più scaffali dedicati alla letteratura d’alta quota. Il turista sportivo non è più sinonimo di low-cost, stile di vita hippy, capelli spettinati, pranzi a base di gelato e lattine di birra abbandonate. Si comincia a dare dignità alle vacanze degli atleti, che ci tengono a vestire bene anche durante l’attività sportiva.

“Da qualche anno Arco ha intrapreso questa strada, basta guardarsi intorno per accorgersi che qui c’è la concentrazione più alta a livelli europei di negozi dedicati all’arrampicata”. Lo dice Roberta Angelini, da un anno assessore all’ambiente e allo sport di Arco. È lei che si è recata in Cina, a Xining, città che ha ospitato i Mondiali 2009. L’obiettivo della trasferta effettuata da una delegazione del comitato organizzativo dei Mondiali 2011, era quello di essere testimoni di un campionato mondiale, capire i meccanismi e le tecniche di un’organizzazione di livello superiore. Imparare l’arte, insomma. “Arrivati in Cina, però, abbiamo constatato che tutto là è precario. - racconta Angelini - Le strutture sono mobili, vengono montate e smontate come palchi per concerti, per di più in mezzo ai grattacieli. Le pareti sorgevano in piazze asfaltate, in mezzo al cemento e al traffico”. Le strutture mobili cinesi non sono nemmeno sicure: il Chinadaily raccontava che all’inizio di agosto una parete è crollata provocando 5 morti e 5 feriti. Anche l’organizzazione, continua l’assessore, non aveva niente da insegnare a quella di un Rock Master arcense, competizione annuale orchestrata dal direttore sportivo Angelo Seneci. La gara internazionale si svolge ogni settembre al Climbing Stadium, l’imponente struttura alta 18 metri (e 16 metri di aggetto degli strapiombi rispetto alla verticale, 650 mq arrampicabili; ma queste sono squisitezze tecniche) e più di 3.000 prese mobili. Una specie di Disneyland dei climbers.

“Dall’esperienza cinese ho capito che Arco è avanti nel panorama mondiale dell’arrampicata sportiva, e continueremo in questa direzione”. Interrogata sullo stato delle aree come la Falesia Policromuro, Angelini ricorda che esiste un addetto alla manutenzione delle vie in parete e della pulizia del circondario. E l’avvio dei lavori per le fognature - ribadisce - è già un segno dell’impegno comunale.

“Non si fa abbastanza” - sostiene invece Pio. Di solito quando nell’ambiente si nomina Pio, non serve aggiungere altro. Origini lucane ma residente a Riva da 25 anni, Pio gestisce locali ad Arco da 15 anni, e da 15 anni ha a che fare con i climbers. Il suo bar, in piazza Marchetti, è meta di sportivi e turisti, punto d’incontro e organizzatore della “movida da parete”. Ha inventato la festa di fine Rock Master, in cui ogni anno i campioni si lasciano andare al divertimento: “L’anno scorso - ricorda e ridacchia - presi dai festeggiamenti, alcuni atleti hanno cominciato a spogliarsi, e ci siamo trovati nel bel mezzo di uno striptease generale”. Alla sua clientela Pio è affezionato, con i climbers si è sempre trovato bene, non ha pensato che il turismo outdoor fosse di serie B. “Anzi - dice - è uno sport in continua diffusione, che pian piano conquista sempre più persone. È il futuro di Arco. Se togliamo questo, ad Arco cosa resta?”.

Osservatore discreto ma lucido, Pio fa notare che il prodotto-Arco non viene commercializzato come dovrebbe. E dalla Liguria avanza la concorrenza. A Finale Ligure pare si siano messi in testa di scalzare Arco dal trono. I turisti tedeschi, per qualche ora di guida in più, preferiscono la costa tirrenica: due piccioni con una fava, week end lunghi all’insegna di scalate e mare. Ormai le vie aperte ad Arco cominciano a patire l’usura del tempo: bisogna aprire nuovi itinerari, in tutta la zona, anche nelle vicine Nago, Dro e Sarche. Le falesie già esistenti sono spalmate su tutto l’Alto Garda, e si chiamano, per dirne alcune, Il diamante del baro, La fattoria degli struzzi, Terra promessa, Rupe secca, Spiaggia delle lucertole.

“Bisogna investire più soldi, è sempre lì il nocciolo della questione - afferma pragmatico - Il ritorno è garantito”. Ad esempio, continua, alla Falesia Policromuro mancano parcheggi. La gente lascia l’auto dove capita, e questo oltre a danneggiare l’ambiente e forse i terreni di proprietà privata, lede gli stessi climbers, che spesso vanno da lui a lamentare furti di auto o attrezzature. Il bar è anche questo, un grande centro di mutuo soccorso autogestito. “Io avevo pensato ad un servizio di trasporto, un trenino per portare gli scalatori da una parete all’altra. Che oltretutto ridurrebbe anche il flusso del traffico verso le pareti. Ma serve un investimento più ad ampio raggio”.

L’indotto economico generato da manifestazioni sportive outdoor è notevole. Lo ha dimostrato uno studio effettuato dall’Università di Trento insieme a Fiere&Congressi, ente rivano che organizza eventi come Expo Riva Schuh e, nel maggio scorso, anche gli Outdoor Days, un grande festival degli sport all’aria aperta, dalla mountain bike al trekking, passando per il climbing, la canoa e il nordic walking. Il 56% dei visitatori della fiera sportiva ha consumato pasti in ristoranti o pizzerie del territorio, il 72% ha pernottato in albergo. Ovviamente le cifre aumentano se si esaminano i turisti dei pacchetti vacanze acquistati dalle agenzie consorziate con gli hotel locali, visitatori avanti con gli anni che arrivano per vacanze tranquille. Forse non si lasceranno mancare niente, ma le presenze sono in calo, e poi non conviene investire sul lungo periodo puntando sulla clientela giovane? Balza alla mente la storia turistica di Torbole, perla dei venti (“Dio deve essere un velista se ha creato un posto come Torbole”, Anonimo). Negli anni ‘60 e ‘70 arrivarono i primi surfers, pionieri sul Garda di una disciplina ancora di nicchia. Ragazzacci, dicevano. Sporchi. Rasta. Morti di fame. Dicevano. Quei giovanotti teutonici che sbarcavano sul litorale gardesano guidando furgoni VW però poi hanno messo la testa a posto e sono tornati, spesso scortati dalle graziose famigliole che nel frattempo avevano messo insieme. Più danarosi e bendisposti a spendere. Oggi a Torbole l’età media dei turisti è più giovane di quella rivana, meta più chic e meno bohémien.

Ad Arco la storia potrebbe ripetersi. O si sta già ripetendo. Tra un’ordinazione e l’altra, Pio snocciola un sacco di nomi, campioni a livello mondiale, amatori che a questi non hanno nulla da invidiare, amici internazionali che hanno fatto di Arco una seconda patria. “Ho visto nascere e crescere i loro figli, - ricorda sorridendo - qualcosa vorrà pur dire!

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