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Da eroe della libertà a talebano delle Alpi

Il declino di Andreas Hofer nella considerazione dei tedeschi

Patrick Ostermann
Monumento a Hofer

Secondo un sondaggio dell’Istituto di ricerca di opinione Emnid reso pubblico nel settembre del 2009, il 68% dei tedeschi sono dell’opinione che in Germania oggi come oggi non esistano eroi. E perfino gli eroi defunti e i loro miti sono tenuti in scarsa considerazione. Questo il risultato di un’indagine piuttosto rappresentativa risalente all’anno scorso del Volksbunds Deutscher Kriegsgräberfürsorge (Lega nazionale per la cura alle sepolture tedesche di guerra), senza dubbio non sospetta di far parte della cultura del diventimento del tempo postmoderno. In effetti nella ricerca venivano annoverati come “eroi storici”, accanto a Sigfrido, Martin Lutero e Bismarck, anche eroi della storiografia prussiana, mentre altre nominations come Goethe, Einstein, Oskar Schindler, Marx, Madre Teresa di Calcutta, Robin Hood, Elvis, Batman o Gandalf (dal “Signore degli anelli”) indicano un rapporto piuttosto civile, almeno distanziato e postnazionalista con le grandi figure della tradizione. Questo sospetto collettivo nei riguardi dei miti nazionali si deve sicuramente alla perfida reinterpretazione che ne venne attuata dal nazionalsocialismo, la quale non tralasciò neppure l’eroe della libertà tirolese Andreas Hofer. La propaganda dei nazisti, che fece di Hofer il difensore del germanesimo contro francesi e italiani, celò tuttavia volutamente che la sua resistenza “nazionale” non era affatto tale, perché si rivolse anzitutto contro i bavaresi, e perché truppe sassoni marciarono contro Hofer e paradossalmente in questo modo dei tedeschi cercarono di liberarsi dai tedeschi.

Certamente Hofer oggi non è più parte della cultura storica tedesca. Perciò l’anno hoferiano con le sue numerose mostre tirolesi viene recepito nella Repubblica Federale solo passivamente. Mancano pubblicazioni di rilievo di storici germanici. E nelle terze pagine dei giornali appaiono voci, come quella dello storico brissinese Karl Mittermeier nell’autorevole settimanale Die Zeit, che cercano appassionatamente di decostruire il mito di Hofer.

In Germania, contro il tirolese, vengono sollevate soprattutto quattro obiezioni. Anzitutto, si accusa Hofer per il suo integralismo cattolico antilluminista e moraleggiante, con cui anche Mittermaier fa i conti. Hofer sarebbe stato un “baciapile”. I suoi editti come reggente del Tirolo avrebbero progressivamente svelato il fanatico religioso: le donne dovevano portare i capelli in modo castigato, coprire castamente braccia e spalle, i balli e le feste danzanti popolari furono vietate; e inoltre le locande avrebbero dovuto chiudere durante l’orario delle cerimonie religiose. Così sull’importante quotidiano liberale di sinistra di Monaco Süddeutsche Zeitung, Michael Frank conclude il giudizio negativamente: l’oste della Val Passiria fu un crociato contro il progresso e la modernità, allo scopo di conservare il Tirolo come teocrazia. Gli stessi tirolesi vengono apostrofati come seguaci accecati di un “insano culto del Cuore di Gesù”, e si dice che “amavano spesso i loro costumi atavici più dei loro stessi figli”. Perché religiosi e abbazie avevano determinato le forme della vita spirituale ed economica e conducevano un regime fatto di costumi rigidi e bigotti.

La politica di secolarizzazione del ministro delle riforme bavarese, barone Maximilian Joseph di Montgelas, indusse pertanto i tirolesi alla rivolta, benché questa politica, tutto sommato, non consistesse in altro che nella proibizione del superstizioso suonare delle campane in caso di maltempo, delle benedizioni delle condizioni atmosferiche e della scomunica delle streghe. Era soprattutto il predicatore di campo di Hofer, Hoachim Haspinger, che pungolava gli Schützen sulle questioni religiose. Haspinger viene di volta in volta descritto come fanatico, ultracattolico o fondamentalista, anche perché rifiutò la vaccinazione contro il vaiolo, che considerava un’aggressione all’opera di Dio.

Molto pesa l’accusa di antisemitismo tradizionale: i rivoltosi ubriachi di Hofer, nel corso dei saccheggi, vessarono fortemente gli ebrei e li cacciarono via, secondo la tradizione “cristiana”. Hofer e i suoi rimproveravano inoltre agli ebrei di avere commerciato con beni ecclesiastici, che in precedenza lo stato bavarese aveva confiscato in abbazie e chiese - ha scritto, accusando, la Süddeutschen Zeitung.

Era un conservatore di ferro, addirittura “un talibano di prima categoria” secondo un politico verde tirolese, citato nel periodico conservatore Fokus: “A Hofer non importava affatto la libertà nel senso dei diritti umani, lui voleva ristabilire l’antico ordine sotto la supremazia della Chiesa cattolica”.

In secondo luogo, si fa notare il totale fallimento di Hofer come figura di comando: fu un dilettante come militare, politico e amministratore. Solo il quotidiano borghese Die Welt inserisce gli insorti di Hofer nella tradizione dei moti di guerriglia di successo. Altrimenti domina l’opinione che il sottotenente e poi comandante Hofer andasse in battaglia senza alcuna tattica, per non parlare di strategia, perché era convinto di adempiere a una missione divina.

Per soprammercato, dai suoi compagni di lotta come Josef Speckbacher era idolatrato come “padre e liberatore”, benché di fronte ai problemi si rifugiasse nell’alcool.

E nello stesso modo si era consegnato agli intrighi diplomatici della casa regnante d’Austria, di cui si fidava ingenuamente. Non capì ciò che stava accadendo e si lasciò portare al punto di essere solo un contadino tirolese sullo scacchiere delle grandi potenze.

Terzo: nella pubblicistica tedesca si fa notare che gli abitanti delle città - Innsbruck, Bolzano e Trento - simpatizzavano con l’illuminismo di provenienza bavarese-francese. Le città ebbero più paura dei contadini tirolesi che dei militari occupanti.

Infine, noi tedeschi critichiamo aspramente il mito di Hofer. Il ritratto del montanaro mitologico per antonomasia, di solito con barbone e cappello, e con dipinto sul viso uno sguardo deciso, è un cliché consumato fino al ridicolo. In Germania non è stato preso bene il fatto che gli austriaci si siano riferiti a Hofer quando, parlando di Andreas Widhölzl, nel 2000 il primo tirolese a vincere nella tradizionale specialità di salto con gli sci al Bergisel, dissero che era “il secondo vincitore tirolese al Bergisel dopo Andreas Hofer”.

I 40.000 Schützen, che ancora oggi rendono omaggio a Hofer e nei cortei degli anniversari portano con sé a scopo dimostrativo un’enorme corona di spine di ferro, ci appaiono anch’essi molto sospetti. Un atavismo viene considerato il fatto che fino ad oggi l’inno di Andreas Hofer non possa essere modificato né cantato con un testo straniero, pena la minaccia di sanzioni pecuniarie.

In conclusione la rivista Fokus rimanda laconicamente alla pagina Internet del governo del Land Tirol per l’anno giubilare 2009. Vi si legge: “Ciò che Hofer è per il Tirolo, lo sono Che Guevara per Cuba, Guglielmo Tell per la Svizzera e Bob Marley per la Giamaica”.

Almeno con Che Guevara in Germania si capisce qualcosa, infatti egli appare sulla lista degli eroi della Lega popolare per la cura delle sepolture di guerra tedesche.