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Immaginare New York

140 scatti per capire una città

“Il presente a New York è così potente che il passato è andato perduto”, ebbe a dire John Jay Chapman. La vita frenetica dei commerci, i fiumi di persone d’ogni razza in eterno movimento, la luce delle insegne non meno abbaglianti di quella del sole, la skyline scandita da grattacieli sempre in evoluzione non possono che dar ragione allo scrittore americano. Ed è così che, forse, solo la fotografia, con la sua capacità di cogliere e rendere eterno l’istante, è in grado di offrire una dettagliata chiave di lettura, o meglio, molteplici chiavi di lettura di New York.

Ralph Steiner, “Five Corners” (1935)

“Immaginare New York”, a cura di Sarah Hermanson Meister, è l’interessante mostra ospitata al Mart (fino all’11 ottobre) e prodotta dal Museum of Modern Art di New York. La provenienza non è un fatto secondario: fin dalla sua apertura, nel 1929, il MoMA si distinse per una linea di ricerca che andasse oltre il secolare binomio pittura-scultura; una sperimentazione nei nuovi media artistici che portò già nel 1940 alla nascita di un apposito dipartimento fotografico. Attraverso una selezione di oltre 140 scatti fotografici il percorso documenta una duplice storia: da una parte quella di molti protagonisti della fotografia del XX secolo - da Alfred Stieglitz a Cindy Sherman -, dall’altra quella dell’evoluzione della Grande Mela attraverso un secolo di storia, sia dal punto di vista urbanistico che, soprattutto, umano.

Il percorso inizia con la fibrillante e al contempo inquietante “City of Ambition” (1910) di Alfred Stieglitz, fotografo che nel 1902 aveva fondato il gruppo Photo-Secession, mentre nel 1903 aveva dato alle stampe la celebre rivista Camera Work. Merito principale di Stieglitz fu quello di cogliere l’essenza dei luoghi urbani, immortalando non senza accenti intimistici il dinamismo inarrestabile di New York, influenzando gran parte della fotografia successiva.

 Dagli scatti densi di effetti atmosferici di Stieglitz si passò negli anni Venti e Trenta a una fotografia in linea col nascente modernismo, fortemente attratta dalla verticalità dei grattacieli che sempre più dominavano il paesaggio urbano. Significative a tal proposito sono “Five Corners” (1935) di Ralph Steiner, fotografia che coglie contemporaneamente, tramite l’utilizzo di uno specchio circolare, ben 5 incroci stradali, e “Saldatori sull’Empire State Building” (1930) di Lewis W. Hine, la cui attenzione al mondo operaio - nello specifico i funambolici saldatori sospesi nel vuoto dalla cima di un grattacielo in costruzione - è dovuta a una lunga esperienza giovanile di lavoro in fabbrica.

All’incirca negli stessi anni si diffuse anche una fotografia “orizzontale”, che alla verticalità delle architetture preferisce il brulicare ininterrotto della vita di strada, fatta di quotidianità e personaggi più o meno pittoreschi; un genere importato come altre cose dall’Europa e che ha come punto di riferimento fotografi europei: Berenice Abbot, Helen Levitt e il padre del fotogiornalismo Henri Cartier Bresson, maestri nel catturare l’istante che più sa trasmettere la vitalità delle persone, dal ricco uomo d’affari col sigaro in bocca all’umile ma fiero panettiere al lavoro.

La ripresa economica del dopoguerra vede la Grande Mela proiettata con ottimismo nel futuro. La fotografia si fa sempre più ricercata in chiave estetica, in linea con le sempre più diffuse riviste patinate, da Life a Fortune, da Harper’s Bazar a Vogue, pubblicazioni alle quali collaborano tra i tanti il ritrattista Irving Penn (dei suoi scatti in mostra segnaliamo in particolare quello di Marchel Duchamp del 1948) e il fotografo di moda Richard Avedon, da ricordare per essere stato tra i primi ad aver trasferito le modelle dagli asettici e monocromi studi fotografici a luoghi pubblici come strade e locali notturni.

Il rapido diffondersi dei mass-media portò la fotografia a documentare sempre più fatti di cronaca, diventando ricercata merce per quei “best sellers per un giorno” che sono i quotidiani. Oltre a terribili fatti di cronaca -dall’incidente aereo a quello sulla linea metropolitana- il percorso documenta anche gioiosi eventi popular, dalla coppia Jacqueline e John Kennedy che sfila in città al concerto dei Beatles del 1964, fino alle partite di baseball.

Il fascino e le contraddizioni di New York non hanno lasciato indifferenti i fotografi contemporanei, come Thomas Struth, Lois Conner o Lee Friedlander, né tantomeno quegli artisti che hanno scelto la fotografia come medium artistico privilegiato. È questo il caso di Cindy Sherman, celebre per gli autoritratti concettuali chiamati Untitled Film Stills, fotografie in cui l’artista si ritrae evocando attrici di Hollywood, scene di B-movies o thrillers.

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