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Treni e democrazia

A Rovereto abbiamo assistito a un dibattito sulla TAV (alta velocità) ora ribattezzata TAC (alta capacità, in quanto più orientata, sembra, sul trasporto merci che non quello passeggeri).

Diciamo subito che non siamo pregiudizialmente contrari alla TAC (da sempre QT ha sostenuto il passaggio delle merci da gomma a rotaia e sarebbe demente che, quando finalmente avviene, ci mettessimo a contrastarlo per partito preso) e nemmeno alla TAV (l’alta velocità è concorrenziale con l’aereo, ed è molto più ecologica oltre che, sulle medie distanze, più comoda). Eppure il dibattito, presente l’interlocutore istituzionale, assessore provinciale Alberto Pacher, ci è sembrato surreale.

Tutti gli interventi erano critici (e vabbè). E alternavano oltre ad obiezioni puntuali - i danni causati in questo o quel punto del tracciato - altre di fondo (l’utilità, l’economicità complessiva del progetto).

Pacher di converso si sbracciava a ribadire che si sarebbero raggiunte solo soluzioni che avessero incontrato il massimo della condivisione. Ma per converso, messo alle strette, riaffermava quanto già in altra sede puntualizzato da Dellai: la TAC/TAV è stata già decisa - dove? In Europa, a Roma, tramite accordi interregionali - ora si può decidere solo se l’imbocco di una galleria va spostato di 500 metri a nord o a sud.

E qui cascano le braccia. Ma, di grazia, a questo punto, a che serve chiamare la gente a discutere sui dettagli? Perché non la si è chiamata a decidere se investire sui treni ultra rapidi o se invece su un riordino dell’insieme del sistema ferroviario lasciato (di conseguenza?) senza soldi e allo sfascio? Oppure se valeva la pena incrementare la tratta attuale invece di accollarsi i giganteschi costi economici ed ambientali di una nuova maxi-opera?

Democrazia è far decidere il cittadino. Ma sulle scelte di fondo, non sui particolari secondari.