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Cinque domande per 4 candidati

In vista delle primarie del PD abbiamo intervistato i quattro candidati alla segreteria del partito

Il 25 ottobre il PD provinciale conoscerà il nome del suo segretario. Per la guida del più travagliato partito trentino sono scesi in gamba quattro candidati: il veltroniano Giorgio Tonini, il filosofo Michele Nicoletti, l’ex assessore provinciale Roberto Pinter, e l’outsider arcense Renato Veronesi.

Per chiarirci (e chiarirvi) le idee li abbiamo intervistati.

Il PD è il primo partito in provincia, eppure non si comporta di conseguenza. Eclatante è ad esempio il silenzio sulla discutibilissima grancassa su Andreas Hofer, contestata da diversi intellettuali da Maria Garbari a Giuseppe Ferrandi, ma da nessun esponente del PD, presumibilmente timoroso di scontrarsi con il PATT. E questo è solo un esempio. Insomma, il partito ha delle idee? Le considera importanti, oppure subordinate ai rapporti con gli altri partiti? E una forza politica che ha paura di Panizza, per quanto pensa di rimanere la più votata?

Roberto Pinter

Pinter: In effetti l’elettorato ha sofferto, sul caso Hofer, il silenzio del partito e dei nostri assessori. Il PD deve essere più protagonista nel governo, oggi non se ne nota l’impronta; penso, oltre alla cultura, anche alle incertezze sulle politiche redistributive. Dobbiamo stare attenti: l’elettore, che per tre volte consecutive ci ha concesso fiducia, può sentirsi tradito.

Renato Veronesi

Veronesi: Su Hofer il dibattito non mi appassiona, credo più utile discutere su come, nella cultura, si distribuiscono le risorse. Ma non è vero che il PD sia carente di idee; non ha trovato il modo di comunicarle, perché, nato da poco, è stato assorbito nelle decisioni su statuto, regole interne, elezioni. Esaurita questa fase, dovrà rivendicare con forza la guida nell’azione di governo.

Michele Nicoletti

Nicoletti: Nelle assemblee del PD uno dei temi più discussi è proprio la cultura e l’utilizzazione partigiana della riscoperta delle tradizioni. Il dibattito c’è, ma non emerge, perché il nuovo partito non ha ancora trovato le modalità per comunicare, e perché in Giunta vige un sacro rispetto dei territori altrui: ogni assessore pensa solo ai suoi temi. Il che ha un senso, tra alleati deve esserci rispetto; ma il programma di coalizione non può essere interpretato da ogni assessore come gli pare e poi si affida al presidente una delega totale su come far sintesi. Occorrono scelte condivise e spazio alle opinioni dei partiti.

Giorgio Tonini

Tonini: La riduzione della storia del Trentino alla pur esistente componente tirolese, e all’alfiere della tradizione Andreas Hofer è fuorviante. Proprio perché in quegli anni in Trentino si sviluppava il tentativo di Rosmini di superare il conflitto tra modernità e tradizione, attraverso una più alta mediazione culturale tra liberalismo e cristianesimo. Di qui l’eredità culturale di Degasperi, cui si riferisce il PD. Che per comportarsi da primo partito deve dotarsi di una leadership autorevole in grado non di giocare di rimessa sulle idee altrui, ma di guida della coalizione.

In questi 11 anni di governo Dellai, dal caso Jumela in poi, è sempre stato presente il tema del rapporto con un ingombrante presidente. Ora Dellai lancia un progetto centrista, confuso ma potenzialmente alternativo a un rapporto organico con il PD. Come lo valutate?

Pinter: Con Dellai ci vorrebbe più autonomia, non si deve confondere la lealtà con la passiva accettazione: ad esempio su quale Autonomia, quale federalismo fiscale ha deciso da solo, e nessuno ha detto niente. Quanto al suo progetto centrista, non solo il PD deve rifiutarsi di fare la gamba sinistra della coalizione, ma anzi dovrebbe offrire a Dellai (in difficoltà nel darsi un ruolo nazionale con questo suo improbabile centro territoriale che in Italia non esiste) il PD come luogo dove potersi spendere. Il PD trentino dovrà rapportarsi al nazionale rivendicandone l’effettiva evoluzione in partito federale.

Veronesi: Siamo in un sistema bipolare, in cui c’è bisogno di alleanze. L’Upt, come pure il progetto di polo centrista, non saranno alternativi al PD, ma complementari, tesi ad attirare gli elettori che il PD non lo voterebbero. In questo senso il Trentino può essere laboratorio politico per il resto d’Italia.

Nicoletti: È stato Dellai a portare a noi un mondo che altrove è andato a destra; in questo senso ritengo che il suo progetto sia ancora di centrosinistra. Poi possono essere ingombranti certi aspetti del suo carattere; ma soprattutto il modello istituzionale che prevede una concentrazione di potere nelle sue mani, non solo nella politica ma anche nella società; ed è stato lui a plasmare un quadro politico secondo le sue convenienze, vedi l’esclusione dei candidati di Costruire Comunità. Il Trentino ha bisogno di più dialettica, in troppi si sono seduti in questo rapporto di scambio con il potere politico.

Tonini: Nei rapporti con Dellai, il PD deve andare oltre l’alternativa inconcludente tra conflittualità e subalternità. E non deve avere nulla da temere dalla nascita di un Upt nazionale: noi non siamo una nuova coalizione tra “socialisti” e “popolari” ma rappresentiamo una nuova cultura democratica che, superati gli schemi del ‘900, vince in Usa come in Giappone. Comunque la sfida di Dellai non è da sottovalutare, e le si risponde non con un PD rinchiuso nel suo ruolo provinciale, bensì di grande forza territoriale e nazionale.

È una costante degli ultimi lustri l’aver fatto coincidere l’intervento pubblico col sostegno al settore delle costruzioni, anche attraverso realizzazioni di dubbia utilità che configurano uno spreco di risorse (nuovo ospedale, nuova stazione, molti interventi nei patti territoriali). Non è il caso che la politica economica sia indirizzata diversamente? E come?

Pinter: Che le opere pubbliche vengano viste come volano economico, è noto; ciò comporta il rischio di finanziare opere purchessia. Ed è il caso del Trentino, dove abbiamo finanziato anche infrastrutture superflue, di cui poi rimangono le spese di manutenzione. Di qui la necessità di non privilegiare più le opere, ma i progetti. Di qui le nuove priorità: ricerca e formazione; una mobilità spostata verso il trasporto pubblico; la nuova frontiera dell’energia e del risparmio energetico.

Veronesi: In economia le costruzioni sono solo un settore, e non il più importante. Le grandi strutture pubbliche vanno fatte se rispondono a un bisogno diffuso, o se comportano un riordino urbano, non per dare fiato all’economia (anche perché gli appalti europei sono raramente vinti dalle imprese trentine). La politica economica deve quindi privilegiare altre direzioni: i settori ambientale e ad alta tecnologia, la formazione di risorse umane che promuovano la ricerca, la redistribuzione della ricchezza.

Nicoletti: È vero, c’è una visione unilaterale dell’economia, con questa predilezione per l’edilizia: e così da noi il numero di case per abitante è maggiore che in Alto Adige e in Tirolo. Per le opere pubbliche credo molto nello sviluppo delle infrastrutture, ma dovrebbe essere privilegiato il riuso dell’esistente e ben valutato l’impatto del nuovo. Sulla politica economica: l’intervento sulla crisi è stato positivo e tempestivo, ma rischiamo di tamponare le falle e non rinnovare. Centrali sono innovazione e formazione, abbinate però al riconoscimento del merito invece che dell’appartenenza, se no la formazione non serve a niente.

Tonini: La politica ha il compito di elevare la qualità di alcuni fattori essenziali alla competitività: infrastrutture, credito, formazione, ricerca, coesione sociale. In questi campi il Trentino è all’avanguardia; per questo è fuori dalla realtà dipingere la giunta Dellai come il trionfo della speculazione, ci sono stati grandi investimenti in scuola, università, welfare, collegamenti. Poi, è giusto esercitare un’adeguata critica sulla singola scelta, ma senza perdere il quadro d’insieme.

In questi anni abbiamo assistito a una progressiva perdita di autonomia - e di credibilità - della struttura provinciale, anche di quella dedita a funzioni di controllo: dagli spostamenti dei funzionari del Via che avevano bocciato la Jumela, all’inazione dell’Appa, al caso Maccani, emarginato per aver denunciato discutibili procedimenti dell’amministrazione. Che fa il PD?

Pinter: Le più recenti trasformazioni dell’amministrazione ne hanno indebolito le colonne portanti: abbiamo un’amministrazione che non è più provinciale, bensì del Presidente. Il che è male, perché i presidenti passano, la struttura rimane. Poi il discorso ambientale: c’è bisogno di agenzie autonome, credibili, che possano non solo dire come un’opera va fatta, ma se va fatta. Ciò comporta che il politico si limiti a svolgere il suo ruolo di indirizzo, e solo quello.

Veronesi: Nell’amministrazione devono vigere due principi, la trasparenza e la distinzione dei ruoli; alla politica spetta la programmazione e lo sviluppo, alla struttura la gestione. Chi esercita il controllo deve svolgerlo nella massima libertà, anche se sono scettico sul proliferare di nuovi organismi indipendenti. Per la mia esperienza di sindaco, la struttura della Pat è una grande risorsa, Appa compresa, che ho visto sempre disponibile ed imparziale.

Nicoletti: È un tema importante la centralità della pubblica amministrazione, che dovrebbe essere di livello europeo, cioè basata sulle competenze: da noi invece sono poco valorizzate, prevale il principio della fedeltà; e al contempo si stenta a reclutare il merito di chi è capace non solo di eseguire, ma anche di importare nuovi modelli. Il debordare del potere politico ha pesato sull’amministrazione. E poi c’è da recuperare un’etica pubblica, che non riguarda solo i politici ma anche i funzionari, come si è visto nelle magnadore.

Tonini: Vedo due problemi. Il primo che la Pat si trasformi in una holding di aziende a capitale pubblico e gestione privatistica, il che sarebbe una grande opportunità, ma anche una tentazione, usare le risorse pubbliche a fine di parte, o di potere personale, vedi Autobrennero e magnadore. Il PD dovrà farsi portatore di un’azione di distinzione tra dimensione istituzionale ed economica, anche attraverso privatizzazioni. Il secondo problema è l’invadenza della politica nell’amministrazione, anche nella scuola; il che può rivelarsi una grande questione democratica, che il PD dovrà sollevare.

 

Nei partiti e nel PD è costume non discutere mai dei contenuti dell’azione di governo, ma solo dei propri rapporti, non valutare l’operato dei propri eletti promossi solo in seguito ad alleanze interne (clamoroso il caso dell’urbanistica a Trento e del suo assessore). A questo ultimamente si somma (vedi inceneritore) un metodo preoccupante, berlusconiano: rivendicare il primato della decisione pronta rispetto alla decisione giusta “ora bisogna decidere, basta chiacchiere”, insomma decidere senza aver valutato. Si va avanti così?

Pinter: È vero, la politica sembra esaurirsi nella scelta degli eletti, senza momenti di verifica del loro operato. Invece, se il PD vuole improntarsi alla democrazia partecipata, deve chiamare i militanti a discutere e decidere le linee di fondo, ma poi deve richiedere agli amministratori di attenervisi, pur riconoscendogli la più ampia autonomia operativa.

Veronesi: Il PD dovrà valutare l’operato dei suoi rappresentanti; se finora lo ha fatto poco o se ha discusso poco dei risultati di governo, è perché è un partito nuovo.

Nicoletti: È vero, nel PD in tanti si occupano troppo del proprio posizionamento interno e si è creato un rapporto squilibrato tra chi vive di politica e i volontari, che sono un contorno mobilitato solo in occasioni particolari. Invece chi ha un ruolo istituzionale viene premiato come status sociale ed economico, per cui finisce col privilegiare l’alleanza corporativa con chi condivide la sua posizione, con effetti devastanti. Qui è la scommessa più grossa: mettere al centro le questioni reali - lavoro, salute ecc - e dare spazio ai protagonisti di queste realtà, e conseguentemente contenere il potere di chi, vivendo di politica è entrato in una dimensione parallela; porre limiti ai mandati; diminuire le indennità di carica, per rendere non appetibile economicamente la funzione pubblica; imporre delle procedure di trasparenza e di merito in tutte le nomine che derivano dalla politica. Una politica sobria economicamente e meno potente nella distribuzione di posti riusciamo a rigenerarla: per far questo ci serve l’alleanza con i cittadini, e le primarie per definire i dirigenti sono in questa logica.

Tonini: Il nostro obiettivo dev’essere quello di condurre il gioco nel momento in cui si elaborano le decisioni. Se si gioca solo di rimessa, si finisce con le spalle al muro: o mangi la minestra o salti dalla finestra. Il PD deve essere determinante nella comprensione delle alternative e poi saper maturare il necessario realismo per accettare e far accettare alla società i costi che ogni scelta sempre comporta.

Candidati e credibilità

Queste le risposte dei candidati a segretario del Partito Democratico. Due parole sul loro profilo politico, perché le parole da sole non bastano, vanno valutate alla luce delle esperienze pregresse.

Giorgio Tonini è il candidato più illustre, in quanto, oltre alla carica senatoriale, vanta anche un ruolo di primissimo piano nella segreteria di Walter Veltroni. Un’esperienza controversa (vedi in proposito la nostra intervista nel numero scorso), in cui Tonini a nostro avviso ha mostrato alcuni limiti: applicare la propria raffinata intelligenza a una politica manovriera esercitata all’interno della realtà data, che non si pensa più di tanto modificabile; di qui gli accordi perdenti con Berlusconi a Roma e la sostanziale accettazione della subalternità a Dellai a Trento. Insomma, finora abbiamo visto prevalere una tattica che si ritorce su se stessa, rispetto a una visione strategica ampia e anche nobile, di cui all’uomo va dato senz’altro atto.

Roberto Pinter, leader indiscusso negli ultimi 15-20 anni di Solidarietà, è uomo di grande esperienza, vantando diverse legislature in Consiglio Provinciale, e la carica di vice-presidente e assessore all’Urbanistica. Questo gli ha dato un’indubbia conoscenza dei meccanismi provinciali; ma va anche detto che nel periodo assessorile abbiamo notato ben poca autonomia dal padrone del vapore Dellai, e crediamo che la sua gestione dell’Urbanistica non passerà alla storia.

Michele Nicoletti, professore di Filosofia all’Università di Trento, è da sempre del gruppo di intellettuali impegnati tra i cattolici democratici, nel gruppo e nella rivista Il Margine, nei movimenti politici della Rete prima, di Costruire Comunità poi. “Intellettuale sul pero” lo ha sprezzantemente definito una volta Lorenzo Dellai, che ha la stessa ascendenza culturale, ma negli anni ha maturato una visione diciamo più pragmatica della politica. Dal PD Nicoletti è stato presentato alle scorse elezioni europee, e in barba ai non infondati timori sull’intellettuale da salotto, in campagna elettorale ha evidenziato visione politica e buone capacità comunicative.

Renato Veronesi, sindaco di Arco, si presenta a segretario provinciale “in rappresentanza del Basso Sarca e della Vallagarina” (cosa discutibile), “e della mozione Bersani”. A suo tempo democristiano verace, è arrivato al PD sulla scia del sindaco di Riva e senatore Claudio Molinari. Di Molinari però non condivide il temperamento: persona simpatica, anzi piaciona, è assolutamente incapace di posizioni nette. Ad Arco ha soprattutto galleggiato, mediando con tutti gli interessi fino all’ultimo e anche oltre.