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La decrescita felice

Le Alpi come laboratorio di società sostenibile

Anche in questi giorni il mondo della finanza ci sollecita a considerare terminata la più pesante crisi finanziaria ed economica del dopoguerra. In netto contrasto con tanta spensieratezza, l’ambientalismo dell’arco alpino, tramite CIPRA (Commissione Internazionale per la protezione delle Alpi), che dal 17 al 19 settembre ha tenuto in Liechtenstein il suo convegno annuale, ci propone ben altre sollecitazioni.

Il capitalismo consumistico ci ha imposto nel cervello un ingombrante elefante, tanto ingombrante che ci impedisce la comprensione della complessità, dei termini reali della crisi. Più relatori in tre giorni di convegno hanno sottolineato come questa non sia solo una crisi del sistema finanziario, quindi economica, ma rappresenti un passaggio ben più articolato che fonda le sue radici nel limite delle risorse.

Efficace la metafora utilizzata da Daniel Gauser, docente all’università di Basilea. L’era del petrolio, brevissima nella vita dell’umanità, terminerà nel 2030. È durata pochissimo, 150 anni, ma durante questo periodo siamo passati da 2 a 7 miliardi di persone, nel 2050 saremo in dieci miliardi, oggi si consumano 85 milioni di barili di petrolio al giorno e non è più possibile aumentare questo consumo perché non si scoprono più giacimenti. Le risorse materiali del pianeta, tutte, non sono sufficienti a garantire lo sviluppo e la vita a questa enorme massa di persone. Siamo arrivati alla vetta del “peak oil”, con uno sprint abbiamo scalato il Cervino ed ora non siamo capaci di scendere, ma economisti e politici non vogliono cogliere questa emergenza e non ci insegnano l’utilizzo della corda doppia.

In presenza di questa emergenza si sta diffondendo nella cultura ambientalista la proposta della decrescita. Un pessimo termine, che indica negatività, andare indietro. Ma come è stato più volte ribadito, il termine indica certo il fallimento del sistema socio-economico attuale, ma invita anche a scegliere altro. Ci fa comprendere come la crescita permanente sia solo un mito che abbiamo coltivato in questi ultimi decenni.

La proposta di lavoro per il futuro è stata elaborata dal matematico Franz Joseph Radermacher, membro del Club di Roma e dall’italiano Maurizio Pallante. È necessario un investimento collettivo in un progetto di libertà che abbia le sue fondamenta nella tutela della natura, nella democrazia globale e nell’etica mondiale, i tre vertici del classico triangolo della sostenibilità: ambiente, sociale, economia.

Nelle Alpi ci sono già vaste zone che vivono una consolidata decrescita. Le aree della bassa Austria, del Piemonte, della Francia. Sono situazioni poco studiate anche nel mondo universitario e convivono con zone ad alta intensità di sviluppo e quindi di consumo di risorse.

È necessario dare la sveglia al mondo politico ed invitarlo ad affrontare la situazione, in tempi brevi, prendendo le Alpi come laboratorio di politiche virtuose che costruiscano fiducia nel futuro. Le Alpi viste come territorio d’eccellenza per le risorse naturali (biodiversità, acqua, energia), come territorio dove sperimentare innovazione basata sul risparmio in tutti i settori, territorio da riequilibrare anche con una coraggiosa pianificazione che blocchi da subito ogni ulteriore sviluppo edilizio e quindi investire nel recupero dell’esistente (università di Vienna).

Da Gamprin in Liechtestein CIPRA ha lanciato un segnale forte della necessità di risveglio della montagna: quella abbandonata per riprendere pratiche trascurate e coltivazione del territorio, quella oltremodo sfruttata perché investa in cultura, in riflessione, nel recupero di sensibilità ed equilibrio.

Non è stato un convegno catastrofista, anzi, è stato un inno alla fiducia, si è trattato di un rilancio positivo della tecnologia, l’appello più concreto dell’urgenza di un investimento sulla qualità della crescita. Lontano dalle filosofie economiciste, lontano dal mito del PIL, lontano dal cieco ottimismo delle politiche liberiste.

Mentre si svolgeva il convegno, il settimanale tedesco Spiegel intitolava a piena copertina “Il party è finito”. In uno slogan si riassume l’emergenza reale dei nostri tempi, quella tenuta nascosta dall’elefante che ci viene imposto. È necessario cambiare, in fretta e a proposito meglio riflettere assieme a Michail Gorbaciov: “Chi arriva tardi perde”.

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