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Transart

La tradizione e il contemporaneo

Foto di Gregor Khuen Belasi

Fortezza. Dentro la fortezza austro-ungarica. A un’ora concordata e rigidamente cronometrata si dà il via.

I cori di chiesa innalzano i loro alleluia. Il coro di montagna intona canti alpini. Le bande danno fiato a legni e ottoni. La star dello yodel spande nell’aria le sue vocali. Dall’alto di una torretta giungono i suoni di alcune trombe. Si aggiungono uno stuolo di percussioni e vari screzi elettronici. Tutto avviene contemporaneamente. A complicare le cose, i movimenti delle bande e dei cori: in tempi segnati, prendono i loro strumenti e spostano le loro onde sonore, marciando o camminando da una parte all’altra della piazza d’armi.

Siamo a un appuntamento del festival Transart (13 settembre 2009) e assistiamo a una composizione di Wolfang Mitterer, dal titolo “Labyrinth 6-11”. Si tratta di un evento studiato con precisione per gli spazi di Fortezza. Si esibisono Annelise Breitenberger, Singgemeinschaft Runggaditsch, Kirchenchor Klausen, Coro Monti Pallidi, Bürgerkapelle Mühlbach, Musikkapelle Schabs, Musikkapelle Villanders, conTakt. In tutto, più di duecento persone.

I triti repertori della tradizione si confrontano con la musica contemporanea. E ne escono profondamente arricchiti. Non c’è nessuno stravolgimento, la rappresentazione è del tutto rispettosa di ogni singolarità. Ciascuno esegue il proprio repertorio. Che però viene avvolto in una ragnatela mobile, che costringe ogni musicista a confrontarsi con altri ritmi e melodie. A incontrare (e scontrarsi con) altri suoni.

Lo spettatore è spinto a muoversi nei grandi spazi della fortezza. Per seguire una banda, per provare un diverso punto d’ascolto, per assecondare una hola compositiva. L’evento, il “concerto”, è letteralmente spiazzante: sottrae allo spettatore, e agli interpreti, il consueto piazzamento.

Ma l’evento non è solo un’illustrazione a tavolino del concetto di post-moderno applicato al contesto e alla tradizione alpina, magari per creare in vitro un’idea di post-alpinità. Sembra dire qualcosa di più, di diverso. Sembra proporsi come un oggetto teorico. Più che suggerire un modus operandi per svecchiare la tradizione, l’operazione “Labyrinth” afferma che la tradizione stessa non è una sola: non è monolitica ma comprende infinite componenti che, letteralmente, non si armonizzano. Quello che vale per la musica vale anche per l’identità: l’identità alpina non è una. È costretta a confrontarsi con i vari, differenziati aspetti del suo costituirsi e con spinte nuove che vengono dalla modernità e dalla tecnologia. La tradizione alpina, così, viene scavata dal di sotto. Chi si appella a un concetto rigido di identità, chi se lo tiene stretto, rischia di rimanere con i piedi che pedalano nel vuoto.

Abbiamo pensato che questo spettacolo sarebbe potuto risultare molto istruttivo per l’assessore alla cultura della Provincia, Franco Panizza. Per questo ci è dispiaciuto registrare che Transart - che era uno dei pochi (l’unico?) evento culturale di valore su base regionale, molto esteso geograficamente, con eventi che andavano da Fortezza a Borgo Valsugana - quest’anno non comprende nessuna data in Trentino.

Della defezione trentina abbiamo parlato con il direttore artistico di Transart, Peter Paul Kainrath, che ci confessa di non aver chiesto la partecipazione della Provincia di Trento dopo alcune difficoltà incontrate in passato. E, in particolare, dopo il fallimento (e l’abiura trentina dell’esperienza) dell’ultima collaborazione allargata prodotta in occasione di Manifesta. A questo si somma la constatazione di un esibito disinteresse nei confronti del contemporaneo da parte del nuovo assessorato. Kainrath ha scelto quindi di non presentare il progetto a Trento e di proseguire con la sola provincia di Bolzano. “È un vero peccato. - ci dice Kainrath - Crediamo nella Regione. Ha la grandezza per guardare oltre. Ma in questo momento, dopo i segnali di Manifesta, non ci è sembrato di cogliere una cornice regionale utile a investire per portare avanti Transart. In questo momento l’interesse è per il popolare, e non vogliamo obbligare nessuno a seguirci, se non si crede nel contemporaneo”.

Gli chiediamo poi come hanno reagito i musicisti coinvolti nello spettacolo di Fortezza. “Molto bene. Ognuno arriva da dove arriva, col proprio repertorio. È il compositore a tenere insieme tutto. In particolare i direttori di cori e bande hanno capito che il contemporaneo non abita una torre d’avorio ma, se si usano i mezzi giusti, può raggiungere il pubblico. Hanno capito che per loro il contemporaneo non è una soglia impossibile da raggiungere. Anche Annelise Breitenberger, la regina dello yodel, che non si è mai confrontata con questo mondo. Si è aperto anche per loro il cielo del contemporaneo. È un risultato non banale, né immediato. Il messaggio è passato. Ed è un messaggio forte”.

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